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Top 30 Italia 2016 | la classifica di Maria Pia Diodati

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Le Classifiche 2016 di Silvio “Don” Pizzica

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Recensioni | settembre 2015

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1aListening Sexy Music

Everything Everything – Get to Heaven (Art Pop, 2015) 7/10

Non troppe novità nell’ultimo lavoro targato E.E. ne limitano il giudizio positivo. Messo da parte questo aspetto, Get to Heaven è certamente la consacrazione di una delle più meritevoli band Indie Pop dell’ultimo decennio e probabilmente il disco più completo.

Titus Andronicus – The Most Lamentable Tragedy (Punk Rock Opera, 2015) 7/10

Un’imponente Rock Opera in salsa Punk dal sapore antico ma con la vitalità della giovinezza. Il punto di arrivo o probabilmente di rottura col passato o soltanto una parentesi che ha il sapore più appagante del resto del romanzo mai veramente troppo appagante della band del New Jersey.

Sleaford Mods – Key Markets (Post Punk, 2015) 7/10

Per la band di Nottingham è giunto il momento del disco della consacrazione, pur se inevitabilmente ad un pubblico di nicchia. Il loro Post Punk è esaltante e carico di tensione emotiva oltre che interessante sotto l’aspetto estetico grazie alla miscela accattivante di suoni e ritmiche care al Post Punk con lo Spoken Word e il Rap.

Kanseil – DoinEarde (Folk Metal, 2015 ) Voto 7/10

Undici tracce tirate e potenti, aperte da una voce narrante ammaliante che catapulta tra leggende, canti e versi di altre epoche. La chiave è un Folk Metal fresco e genuino (a volte troppo) in cui la band si muove agevolmente, restituendo un sound netto e pulito. A parte qualche piccolo errore naturale per un debutto risultano buona la produzione, buono il sound e buone le idee: buona la prima.

Haiku Salut – Etch & Etch Deep (Glitch Ambient, Art Pop 2015) 6,5/10

Un mix minimale di Glitch Pop, Ambient qualche sonorità Folk ad arricchire tutto e ritmiche da Drum’n Bass. Un mix minimale ma che riesce a rapire già dai primi ascolti proprio per la sua apparente semplicità che nasconde una personalità fuori dal comune.

Howling – Sacred Ground (Ambient, Techno 2015) 6,5/10

Il cantautore australiano Ry Cuming e Frank Wiedemann confezionano un album d’esordio che unisce la Techno di quest’ultimo alle atmosfere più eteree dell’Ambient. Un album che coinvolge gli animi ben predisposti ad un certo tipo di sound minimale ma che rischia di annoiare il resto del pubblico.

Years & Years – Communion (Dance, Electropop 2015) 5,5/10

Da Londra siamo abituati a ricevere sorprese eccezionali per quanto riguarda la musica Synth Pop ma questa volta non ci ritroviamo nient’altro che l’album d’esordio di un trio abbastanza furbo da miscelare le cose più invitanti di House, Pop e Dance tutto in chiave R&B, tanto per tenersi sul pezzo. Un disco pregno di canzoni gradevoli ma questo è tutto.

Midas Fall – The Menagerie Inside (Post Progressive, 2015) 5,5/10

Per la band di Edimburgo capitanata da Elizabeth Heathon un minuscolo passo avanti rispetto alle due opere precedenti ma la conferma di un progetto che ha veramente poco da dire. Una miscela snervante di generi che ruota intorno alla voce femminile, mediocre e dalla timbrica tutt’altro che fuori dal comune.

Tess – Soul Whisperer   (Songwriter, 2015) 5/10

La statunitense trapiantata a Roma propone un disco di cantautorato classico e minimale con arrangiamenti banali, una voce senza lode e senza infamia e brani che nel complesso annoiano al primo colpo. Si salva dal disastro per qualche bella melodia ma questo è tutto.

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Bad Love Experience – Believe Nothing

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Questo è il Pop che mi piace: complesso ma non complicato, leggero ma con una sua densità. I Bad Love Experience volano alti nei venti minuti e qualcosa che compongono il loro ultimo Believe Nothing. Lingua inglese, sapore internazionale, atmosfera retrò, miscele di Art Rock e Art Pop con innesti Elettronici e sfumature Prog, un parco sonoro che dire vario è sminuire (“Inner Animal”), un gusto per la melodia che si accompagna all’idiosincrasia verso le strutture tradizionali della canzone (“Below as Above” e quel riff…). Gli anni Settanta visti dallo spazio o qualcosa del genere.

C’è poco altro da dire, perché il progetto fila e il disco è godibilissimo. A fine ascolto l’unica cosa che personalmente mi manca è quel qualcosa in più, chiamatelo “sguardo”, “identità”, “voce”, un qualcosa di personale che mi faccia innamorare irrazionalmente di loro, qualcosa che fra un anno mi obblighi a recuperarli e a immergermi di nuovo nei loro abissi luccicanti e vellutati. Ma voi non datevene cruccio e fate un tuffo, poi chissà.

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Deerhoof – La Isla Bonita (Disco del Mese)

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Lo avrete letto ovunque e questa storia vi avrà anche annoiato ma mi è impossibile non iniziare a parlarvi de La Isla Bonita senza partire dalla sua dichiarata genesi, non fosse altro per la passione del sottoscritto per i fast four. Tutta colpa dei Ramones, a quanto pare. Avrete presente “Pinhead”, brano incluso nell’album Leave Home dei newyorkesi? A un certo punto qualcuno si è chiesto perché Satomi Matsuzaki (basso e voce) e la sua banda non scrivessero canzoni di quel tipo ed ecco che Greg Saunier (batteria e tastiere) butta giù in un baleno la bozza di quella che sarà “Exit Only”, traccia numero sei che diventa il centro nevralgico dell’intera fatica. Non sarà questo l’unico omaggio diretto dell’opera; già l’opening (“Paradise Girls”) nasce come cover di “What Have You Done for Me Lately” di Janet Jackson, anche se poi il brano ha subito alterazioni tali da diventare qualcosa di nuovo mentre “Black Pitch” prende spunto da 24/7: Late Capitalism and the Ends of Sleep, realizzazione letteraria di Jonathan Crary che esplora il susseguirsi disastroso e lo sviluppo devastante del capitalismo moderno.

Quello che è indubitabile è che con circa venti anni di carriera alle spalle e una quantità non indifferente di full length, ep, singoli, live e apparizioni in compilation, nonostante i cambi di formazione, ancora è durissima trovare qualcuno che possa sedere al fianco di Ed Rodriguez e John Dieterich (chitarre) oltre che dei due già citati Greg e Satomi, sia in quanto a stile sia come qualità. Il loro Pop destrutturato è cangiante a ogni volteggio, si veste di matematiche e fredde stoccate per poi ricomporsi in melodie accattivanti o ancora aggredirci con poderose cavalcate Punk. Insegue ritmiche Dance Pop soffocate da strati di chitarre Noise da far sanguinare le orecchie che pure si rifanno a certo Math stile Battles. Art Pop che si trasfigura in un Freak Folk tra Animal Collective, Dirty Projectors e Tune-Yards per poi divenire nuovamente altro. Nulla è direttamente riconducibile ad alcunché di noto anche se ogni cosa ha il sapore vago del conosciuto. La linea vocale di Satomi regala un incredibile tocco di delirio nipponico come nella migliore tradizione Experimental del Sol Levante. Non manca inoltre di trattare temi di stampo politico, economico e sociale (“Mirror Monster”, “Last Fad”, “Big House Waltz”). Riesce anche ad allentare le tensioni con una sognante e psichedelica atmosfera caraibica che fa pensare a dei Vampire Weekend sotto gli effetti di qualche allucinogeno andato a male (“Doom”).

La Isla Bonita si chiude quasi con un gioco (“Oh Bummer”), con i membri a scambiarsi gli strumenti, voce compresa, come a ribadire una certa voglia di dire le cose per bene, fare le cose per bene ma senza prendersi troppo sul serio (lezione portata avanti con successo anche dai Flaming Lips) perché il segreto di questo disco alla fine sta tutto nella sua follia allegra, nei suoi deliri colorati, nel suo caotico ordine innaturale.

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