L’album di debutto della band australiana punta a sconfessare i canoni standard del proprio genere musicale di riferimento. E ci riesce pienamente.
[27.02.2026 | Anti Fade Records / Static Shock Records | post-punk, gothic rock, art punk]
Strano continente, l’Australia, e non solo per “colpa” della band in oggetto. Musicalmente me ne dimentico sempre, eppure non è la prima volta che tira fuori qualcosa di davvero figo quando meno te lo aspetti: ultimi, ma non ultimissimi, Tame Impala e King Gizzard & The Lizard Wizard.
Gli Station Model Violence ne sono l’ennesima conferma. Post-punk, sì, ma dentro non c’è nessuna voglia di ricostruire filologicamente il 1982 e vestirsi con gli anfibi davanti a un sintetizzatore analogico, con la faccia da funerale. Il desiderio è piuttosto quello di fare a pezzi lo stile per costruire da capo qualcosa che suona perfettamente uscito dal deserto australiano. Il risultato è un disco che conosce benissimo la storia del genere ma che non sembra particolarmente interessato a rispettarne regole e canoni estetici, lirici e sonici.

Post-Punk British anni ’80, sì, ma come se fosse nato oggi nel deserto
L’opener Learn to Hate è una bella mina che fin dalle prime note ti catapulta nella Factory e nel fumo del Madchester sound – quello degli Stone Roses, per intenderci. Poi entra il ritmo, la voce si mette a sputare parole e capisci che no, non siamo negli anni ’80. Perché la band di Sydney ha una cosa che a molti gruppi post-punk contemporanei sembra mancare: sono una cazzo di rock band e fanno esattamente quello che una rock band deve fare, ovverosia farci arrapare e gasare.
Le chitarre fanno rumore e, se a volte quelli che sentiamo sembrano riff, altre volte ricordano pezzi di metallo che vibrano monotoni. Il basso fa da collante al suono martellante e la batteria procede con precisione. E, quando meno te lo aspetti, compare un sax a chiudere il pezzo e suggerire – mentendo – cosa ci aspetterà.
Il disco continua a cambiare pelle senza cambiare faccia. Un suono ossessivo, che mischia lo stile IDLES al John Cale di Paris 1919. È così che inizia Cliffs, e quel sound continua come un preciso filo conduttore, accompagnandoci in modo fighissimo nella più oscura, più melodica, quasi elegante Immolation, che sembra un pezzo degli Interpol (forse più per la voce, che in effetti in diversi punti del disco ricorda sorprendentemente Banks). Il primo, vero cambiamento lo si nota in Leisure, fantastica nel suo mescolare jangle pop e art punk in modo così fottutamente punk.
Il suono sporco utilizzato come un mantra.
Drip Away fa saltare completamente i piani. Tutto si irrigidisce, accelera, diventa più cattivo. Il legame col death rock dei Low Life si fa sempre più evidente. E poi arriva Apex Calling, che fa esattamente il contrario. Rallenta, il suono viene ricomposto e prende una nuova forma. C’è solo quel sound ripetitivo, ossessivo che avanza come un mantra, mutante ma immutabile, dall’inizio del disco. Intorno, una sorta di caos che sembra portarci dentro un omaggio al krautrock.
Otto minuti e diciotto secondi. Otto minuti. Tanto ci vorrà per ascoltare Heat. In un’epoca in cui alcune band sembrano avere fretta di finire prima del ritornello per non sembrare antiquate, questi australiani decidono invece di prendere una canzone e dimenticarsela sul fuoco ardente. È qui che capiamo che il loro modo di suonare post-punk ha qualcosa di diverso, qualcosa che ha a che fare con il tempo, con l’uso che se ne fa e con il modo in cui la nostra testa lo percepisce nello spazio.
E proprio qui sta la parte che mi interessa davvero. Se fino ad ora abbiamo parlato soprattutto di post-punk, ciò che diviene chiaro è che il loro stile ha più a che fare con la psichedelia, intesa in una maniera totalmente anti-rilassante.
Una boccata d’aria.
Gli Station Model Violence non sono particolarmente originali, se intendiamo l’originalità come “non ho mai sentito niente del genere”. È una pretesa che nella musica rock, dopo cinquant’anni di saccheggio reciproco, non avrebbe quasi alcun senso. Ma sono sicuramente molto personali nel loro modo di mettere insieme kraut, new wave, punk, jangle, certe geometrie à la Wire, qualche ombra gotica, il rumore, il sax: tutto passa dentro lo stesso tritacarne e ne esce qualcosa che non ha l’aria di essere stato studiato a tavolino. Non hanno addosso il post-punk come se fosse una divisa. Lo maneggiano come un linguaggio ancora utilizzabile per arrivare al dunque.
E forse hanno ragione. Perché il rischio oggi è quello di trasformare il ritorno del post-punk in una specie di museo permanente, con lo sconto sul biglietto per i più giovani: basso davanti, batteria quadrata, chitarra tagliente, voce depressa, foto tristi in bianco e nero e arrivederci. E invece no. Gli Station Model Violence fanno ancora respirare.
Ogni tanto sbagliano strada, ogni tanto sembrano insistere troppo come non sapessero dove andare, ma ascoltare un brano come Two Eyes for an Eye è emblematico di quanto siano interessanti. Il disco si chiude con Crepe Throne e Falling Down, in cui si torna al cuore vero dell’album.
Come fare le cose per bene.
Gli Station Model Violence arrivano dall’Australia, hanno dentro musicisti che si portano dietro una quantità poco rassicurante di storia dell’underground locale e hanno affidato il disco anche alle mani di Mikey Young. Hanno tirato fuori dieci canzoni mettendoci dentro tutto quello che passava loro per la testa, alcune le hanno fatte durare due minuti e altre otto, infilando un sax dove normalmente uno metterebbe una chitarra e poi… poi ci siamo noi che riflettiamo sul sound e li ascoltiamo a gambe divaricate su una spiaggia, intenti a forare delle noci di cocco. “Psichedelicesimo pastorale”!
L’ho ascoltato, ho sentito l’odore del succo di cocco fresco e del sudore acre sulla pelle di DX Daniel Stewart. So che hanno fatto le cose per bene. Ok. L’ultima parte è un furto alla loro biografia, ma non c’è niente di falso. C’è che finalmente abbiamo un gran bel disco di chitarre, groove, tensione, polvere e pura trance.
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Last modified: 25 Agosto 2026




