Le Capre a Sonagli @ Serraglio, Milano | 20.04.2017

Written by Live Report

Seguo con interesse Le Capre a Sonagli da tempo (qui, per esempio, si può leggere la mia recensione del loro secondo disco, Il Fauno, uscito nel 2015). Complice una serie di incastri organizzativi, riesco a passare al Serraglio per la data milanese del Cannibale tour, che accompagna l’uscita del loro terzo disco.

(foto di Eleonora Zanotti)

All’ingresso mi accoglie il Rock/Blues dei Gospel, una band del cui disco d’esordio omonimo mi è capitato ultimamente di leggere, per puro caso, recensioni entusiaste. Non so il disco come sia, ma dal vivo l’impatto è tanto potente quanto lineare, prevedibile. A fine serata saranno il metro ideale per indicare che cos’abbiano Le Capre a Sonagli di così sconvolgente: tanto queste osano quanto i Gospel stanno seduti nel loro, e lì sguazzano, e va pure bene così, se vi piace riascoltare sempre la stessa cosa (da vent’anni o giù di lì).

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Con Le Capre a Sonagli è un rischio che non si corre. I quattro bergamaschi hanno un lato ossessivo, sì, ma lo usano per isolare un elemento (ritmico, spesso) e su quello ricamare, in una ripetizione sciamanica, di derivazione (perlomeno spirituale) Blues. Le loro canzoni sono brevi esplosioni di creatività plastica, che costruiscono dal magma di un non-senso formale dei momenti di quasi-teatro. I testi incomprensibili, le voci caricaturali, la commistione, senza limite alcuno, tra generi (Blues, Rock, Folk, Math-Rock, Metal, Punk) presi nei loro elementi sparsi e ricombinati in totale libertà – tutto questo crea un pastiche gustoso e inconfondibile, che ha una personalità molto forte nonostante la schizofrenia dei risultati, a volte più rotondi e rotolanti, altre granitici e spigolosi.

Il live accompagna quest’idea naturalmente: i quattro sono spiritelli anarchici in allegra rivolta, si muovono, ballano, urlano; i corpi e gli strumenti sono lo show, e rievocano storie inintelligibili come in un grammelot sonoro, episodi di un mito o di una favola che vanno compresi con gli occhi le orecchie la pancia. È un’arte povera, se vogliamo, tutta giocata con pochi strumenti: chitarra acustica distorta, chitarra elettrica, basso elettrico, batteria, e poi flauto dolce, percussioni, kazoo, armonica a bocca, ukulele, una sdraio (?!) e rare tastiere. Pochi strumenti che arrangiano sui ritmi e sui vuoti, sugli incastri: non si lanciano in virtuosismi sperticati ma convogliano una tecnica non banale in piccoli dettagli, come riff killer, melodie semplici ma infestanti, pattern ritmici in bilico tra il loop e la stortura. Il tutto presentato attraverso una forza scenica muscolare, di salti e mossette, di corpi lanciati tra il pubblico, di festosa ilarità generale, che è l’atmosfera ideale per comunicare la follia – sorridente, sempre – dei brani, che più che canzoni sembrano brevi colonne sonore di uno spettacolo di strada di mimi e saltimbanchi, di maschere e giocolieri.

Concerto godibilissimo e divertente, che necessita di un minimo di apertura mentale e di playfulness per essere apprezzato a pieno, ma che non va sottovalutato: scrittura, esecuzione, suoni sono ragionati e gestiti con competenza e abilità, e la qualità complessiva, oltre il gioco e l’immediatezza, è di buonissimo livello. Un peccato che al Serraglio ci sia stata poca risposta di pubblico: Le Capre a Sonagli si meriterebbero molto di più.

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Last modified: 22 Febbraio 2019

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