Lars Rock Fest @ Chiusi (SI) | 07-09.07.2023

Written by Live Report

Il racconto dei tre giorni del sempre imperdibile festival toscano, giunto quest’anno alla sua decima edizione.

(photo © Emiliano Migliorucci)

Alla fine ce l’ho fatta. Dopo anni di inseguimenti, sono riuscito a partecipare al Lars Rock Fest, festival indipendente (e gratuito, lo ripeterò fino alla nausea) nato e cresciuto a Chiusi (SI) e che quest’anno ha raggiunto il ragguardevole traguardo della decima edizione.

Va detto che già nel 2019, anno in cui, tra gli altri, salirono sul palco del festival toscano METZ e Cloud Nothings, le nostre strade erano state molto vicine ad incontrarsi, ma avverse situazioni personali (chiamiamole così) mi portarono a più miti consigli dirottandomi sempre in Toscana, ma verso un altro concerto.

Ciò che colpisce subito del Lars è la sua anima strettamente popolare, legata indissolubilmente al territorio in cui il progetto si è sviluppato. E, quel che più conta, è lampante quanto sia la passione a governare e guidare il tutto: tra organizzatori, volontari e semplici simpatizzanti, in quei giorni tutti danno il proprio contributo affinché il miracolo del Lars (è una parola grossa, lo so, ma provate voi ad organizzare per anni un festival gratuito di musica alternativa e internazionale in un paesino del centro Italia e poi ne riparliamo) possa ripetersi puntualmente ogni anno.

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Per quanto riguarda le esibizioni, faccio subito una premessa: due gruppi me li sono persi. Lo so, fa un po’ ridere, mica stavo al Primavera con venti palchi e sei milioni di persone, ma l’organizzazione è la virtù dei forti (semicit.) e io forte non lo sono mai stato.
Chiedo quindi formalmente scusa a Wake Up in the Cosmos (di cui in realtà ho sentito i due pezzi finali, ma non mi pare comunque giusto fornire un giudizio in merito) e Scrounge: la prossima volta arriverò sotto palco da voi mezz’ora prima, promesso.

Dei tre headliner previsti, gli And So I Watch You From Afar hanno sorprendentemente disertato proprio a pochi minuti dalla loro esibizione, per un improvviso problema di salute di uno dei membri della band.
Gli altri gruppi principali in programma erano Notwist e The Brian Jonestown Massacre, due band diverse praticamente in tutto ma accomunate da una indubbia rilevanza nella scena musicale internazionale degli ultimi trent’anni.

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Era la terza volta che vedevo i Notwist, e spero di non peccare di piaggeria affermando che quella al Lars è stata la loro miglior esibizione a cui abbia mai assistito.
Sarà per la grande sovraesposizione di Consequence (del resto questo video non mente) o per il fatto che di norma sono tra i pochissimi a non snobbare mai l’Italia nei loro tour, cosa che evidentemente li rende meno attesi di tanti altri gruppi, sta di fatto che ho da sempre l’impressione che la band tedesca venga data un po’ per scontata dalle nostre parti.

In realtà, il gruppo guidato da Markus Acher ancora oggi riesce a suonare incredibilmente all’avanguardia, mescolando in maniera mirabile elettronica, indie rock, kraut e addirittura un pizzico di trance. Letteralmente un concerto che potrebbe piacere a tutti, se solo tutti li conoscessero.
Faccio notare che anche a livello di approccio e attitudine appaiono sempre impeccabili: tranquilloni, sereni, presi bene, senza contare che parliamo di una delle band internazionali ad avere i prezzi del merch più bassi in assoluto, e scusate se di questi tempi è poco.
Viva sempre i Notwist.

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Per quanto riguarda invece i The Brian Jonestown Massacre, era la prima volta che li vedevo, e non nego che la curiosità era davvero molta per uno che da anni segue quel pazzo di Anton Newcombe su Twitter (sì, ok, anche per la loro musica, ci mancherebbe).
È innegabile: i TBJM sono troppo in tutto. Troppi sul palco (in otto facendo cose che potrebbero fare anche in quattro/cinque), troppo nel look (li guardi e sembra il cast di una commedia di second’ordine americana, di quelle che da adolescente guardavi su Italia 1 alla domenica pomeriggio), troppe le chitarre cambiate, troppi i tempi di attesa tra un pezzo e l’altro.

Eppure, è tutta qui la loro bizzarra grandezza: sembrano fuori dal tempo e proprio per questo risultano assolutamente credibili, calati alla perfezione nel loro ruolo di profeti un po’ matti e sgangherati della psichedelia passata e contemporanea. 
E poi c’è l’ineffabile Anton, che a un certo punto, mentre accorda la ventesima chitarra della serata, ritiene di dire al microfono “grazie, papa” (ma in che senso?), dimostrando una volta di più di essere un personaggio davvero unico nel suo genere.

Guardando Anton muoversi sul palco, si ha la netta sensazione che affronti i concerti davanti a migliaia di persone con la stessa nonchalance con cui twitta cose a caso o fa le prove in studio, e, se questo non fa di lui un grande musicista, allora non so proprio cosa dirvi.
Se la psichedelia è la vostra comfort zone, con loro vi sentirete sempre al sicuro.

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Per quanto riguarda le band in apertura, i bolognesi Leatherette hanno confermato tutte le ottime impressioni che mi ero fatto ascoltandoli su disco. Il mix di post-punk, jazz e no wave funziona proprio alla grande, e il loro approccio fortemente punk e DIY ha aggiunto ulteriore urgenza alla loro esibizione. Una band giovane ma già fortemente internazionale, caso davvero raro in Italia.

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I Moonwalks da Detroit hanno messo in piedi una buona esibizione, che però per larghi tratti è risultata un po’ troppo frenata: tutto suonato molto bene, ma la loro vena neo-psichedelica avrebbe forse bisogno di maggior verve ed incisività.
Per il momento sembrano essere ancora in mezzo al guado, ma il tempo è dalla loro parte e noi saremo lì per celebrarli, quando avranno trovato la loro direzione definitiva.

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Chiudo con i MOLLY, duo austriaco che mescola shoegaze, dream pop e post-rock. Niente di troppo nuovo, quindi, ma i due (entrambi dal look impeccabile) sembrano avere stoffa, alternando con maestria momenti eterei e soavi a derive rumoristiche davvero degne di nota.
Aggiungo un saluto personale al cantante e chitarrista Lars Andersson, che quando al banchetto del merch mi ha visto addosso una maglia della Sonic Cathedral (etichetta di culto per ogni shoegazer che si rispetti, oltre che essere quella che pubblica i dischi dei MOLLY stessi) ha chiesto di farsi una foto con me. Momento tra i più alti della mia vita, non c’è che dire.

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In chiusura, non posso che rinnovare i complimenti e i ringraziamenti a tutto lo staff del Lars Rock Fest, che in questa landa desolata e culturalmente ripiegata su sé stessa che risponde al nome di Italia continua imperterrito a tenere la barra dritta.
E ne approfitto anche per fare un grande in bocca al lupo pubblico a Leonardo D’Elia, proprietario del Black Marmalade Records, il cui furgoncino è andato in fiamme (e, con esso, il catalogo del negozio e quant’altro) proprio mentre stava raggiungendo Chiusi. Aggiungo che è partita una campagna di crowdfunding per aiutare il negozio a ripartire, cliccate qui se vi va di contribuire alla causa.

Resistere per esistere. Alla prossima.

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Last modified: 16 Luglio 2023