Dal piccolo al grande sé nel nuovo album “Flare Up” – Intervista a Adult Matters

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Futura 1993 ha fatto quattro chiacchiere con Luigi Bussotti dopo l’uscita del disco.

(di Elvira Cerri)

Flare Up è un album di rottura per Luigi Bussotti, in arte Adult Matters, nel quale scrive della sua parte più intima, della sua crescita personale e artistica.

Inizia la sua carriera nel 2017 con lo pseudonimo All My Teenage Feelings, pubblicando il suo primo disco, Endings, per l’etichetta modenese Nervi Cani. La strada per la scoperta di sé e del suo sound però, è ancora lunga. Negli anni di vita passati in provincia, che lui stesso definisce “soffocante e sofferta”, si avvicina alle sonorità e immagini del folk americano anni ’70 e indie rock anni ’90.

Con queste influenze la sua musica si trasforma, portando l’artista a prediligere un sound focalizzato più sulle chitarre elettriche tipiche da indie rock per il nuovo progetto discografico, rispetto al bedroom pop degli albori. Il cambio di sound e tematiche affrontate, è accompagnato dal cambio simbolico del nome d’arte dell’artista, per sottolineare il passaggio dai sentimenti adolescenziali agli argomenti adulti.

Flare Up, pubblicato lo scorso 2 aprile per Coypu Record, racchiude tutto questo e molto altro. Incuriositi dal suo percorso e dalla sua arte, abbiamo deciso di fare due chiacchiere con Adult Matters. Buona lettura!

Ciao Luigi, ho ascoltato Flare Up, il tuo ultimo album. Vorrei partire dalla scelta del nome d’arte. Il tuo percorso artistico inizia qualche anno fa con lo pseudonimo All My Teenage Feelings, che dopo una crescita personale e artistica hai deciso di cambiare in Adult Matters. Come sei arrivato a questa decisione?

All My Teenage Feelings l’avevo scelto a vent’anni e pensavo potesse essermi utile per il tempo, in realtà non avevo mai pensato al futuro. Scrivendo i pezzi nuovi mi sono reso conto che sentivo la necessità di avere un nome da portare nel tempo e quindi ho scelto Adult Matters.

Partendo dal secondo brano di Flare up, The Whole World, dove racconti del tuo mondo, dei tuoi luoghi più intimi, il tuo letto e la tua casa. Cosa ha signifi-cato per te portare il tuo immaginario in un testo e metterlo nero su bianco?

The Whole World è il pezzo a cui tengo di più di questo disco, ed è stato il primo che ho scritto. È una descrizione metaforica della mia adolescenza, che è stata un’adolescenza molto chiusa. Parlo di come mi sentivo in quel periodo, nella vita di provincia che tra i 14 e i 20 è stata quasi drammatica. Crescendo la sto rivalutando, perché la provincia ti toglie tanto quando sei più piccolo, ma poi ti rendi conto di quanto appartieni a quel posto.

Quando ho scritto quel brano ho immaginato me, nella mia stanza, sul mio letto dove avevo raccolto nel corso degli anni tutto ciò che avevo vi-sto, laghi, oceani, animali e persone, e dico di dover accettare tutto ciò che accade al di fuori della mia camera. L’ho messo come opening track perché questo album è strettamente legato alla naturale necessità di voler uscire dalla mia camera.

In His House parli di quanto tu ti senta lontano dagli altri. Con l’uscita di questo album hai avuto una sensazione opposta, come di esserti avvicinato al mondo esterno o è una tua scelta quella di tenerti lontano e cercare di rimanere in un qualcosa di strettamente tuo?

A me in realtà piace tanto stare in mezzo agli altri, e con il disco nuovo ho sentito un cambiamento, cosa che non era avvenuta con l’album precedente. Questo disco mi sta mettendo in contatto con molte persone appassionate di musica, cosa per me non scontata, essendo cresciuto in una provincia in cui sono poche le persone che lavorano in questo mondo.

Quando ho scritto His House mi sono riferito al crescere lontano dai grandi centri di distribuzione della musica, sognando i festival anni ’90 e vedere quelle cose lontane dalla mia vita. Sono tutt’ora inarrivabili, ma sento che con il giusto lavoro e un’apertura diversa verso gli altri alcune cose arrivano con il tempo.

Nel brano Sun My Eyes metti a punto il tuo umore melodrammatico, che poi ti accompagna per tutto l’album, sino ad arrivare alla penultima traccia, Miles, dove si nota una sorta di risalita. È come se cercassi di rialzarti da quell’immagine costante di te nel tuo letto. Ci parli di questi due brani?

Sun My Eyes è l’unica canzone d’amore dell’album. L’ho scritta pensando ad una persona che non esiste, ma che credo che nel futuro arriverà per tutti. Nel ritornello scrivo “Lay down in my melodramatic mood”, perché sono un po’ melodrammatico e quando qualcuno ti ama, ama anche i tuoi lati negativi.

Miles è un messaggio che ho realmente inviato ad una persona. Avevo scritto la parte musicale e provavo a scrivere un testo e a creare la linea vocale. Ripetevo la parola “miles”, mi rimaneva in testa e leggendo il messaggio ho pensato che quello fosse già il testo.

È stato quindi una sorta di viaggio nel tuo immaginario, una crescita. Quale parte di questa crescita è stata più dura, ma anche più stimolante?

La parte più bella in assoluto è stata la parte delle registrazioni. L’album è stato prodotto da Stefano Frateiacci, musicista di Viterbo che suona negli Auden. È stata la prima esperienza anche per lui, e quindi per me il ricordo più bello è quando ci siamo conosciuti. Nel momento in cui avevo il disco pronto è stato il momento che mi ha spaventato di più, perché avevo paura a far uscire il disco in piena pandemia. Considerando il lavoro che c’era stato dietro mi sembrava inutile far uscire in un momento del genere, e ho pensato che la gente non avesse energie per ascoltare qualcosa di nuovo.

Nei brani Too Nervous e Blue Car parli di due grandi artisti. Il primo è Daniel Johnston, l’altro è la cantautrice folk canadese Joni Mitchell. Cosa hanno significato per te questi artisti?

Nel primo caso mi ricordo di quando ho letto la notizia della morte di Daniel Johnston e l’ho vissuta come la fine della mia adolescenza, ha significato molto per me. Joni Mitchell è la mia cantautrice preferita e Blue è stato il primo disco che ho acquistato con la consapevolezza di ascoltatore musicale, avevo 11 anni. C’era un piccolo negozio di dischi nella mia città e lì ho scoperto vari artisti che hanno accompagnato la mia crescita.

A proposito di artisti importanti per te, quali hanno influenzato maggiormente la tua arte e la tua crescita?

Ho avuto due fasi. La prima è stata una fase più cantautorale, partendo da Nick Drake, Elliott Smith, Joan Baez, Van Morrison, fino al grande George Harrison. Poi ho attraversato la fase gruppi indie rock anni ’90, come Pavement, Built To Spill, Modest Mouse, The Van Pelt. Tutt’ora i miei ascolti sono focalizzati su artisti che mi hanno dato idee da proiettare nella mia musica.

A quali produttori ti sei appoggiato per questo album e chi ti ha accompagnato in questo percorso artistico?

Il disco è uscito per Coypu Records, etichetta delle Marche, li ho conosciuti proprio in un mio live a Pesaro. Così naturale è stato anche l’incontro con Stefano, il mio produttore, e Mirco Assandri (Deltapress, n.d.r.). Flare Up è un disco in cui tutto si è incastrato e nato in modo super naturale.

Cosa ti aspetti dal futuro? Hai già in programma qualcosa?

A maggio uscirà un altro singolo con un video diretto da un amico di Bologna. Per quanto riguarda il futuro spero di crescere ancora musicalmente, spero di non ripetermi mai, cercando di mantenere la mia identità un passo alla volta, senza alzare troppo l’asticella. Pensando al prossimo disco vorrei fosse più energico, avendo un apertura verso il cambiamento. Spero di riuscire a fare date sia in acustico e a ottobre fare un tour full band con gli Auden.

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Last modified: 26 Aprile 2021