Un esordio senza tempo – Intervista a Revif

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Leggi l’intervista di Futura 1993 al cantautore romano al debutto col suo primo EP.

(di Marika Falcone)

Se cercate online il significato di “revif”, troverete sicuramente la traduzione dal francese ‘anticipo della marea’, per romanzarla, o anche ‘rinascita’, ‘reviviscenza’ ( ‘revival’ per gli anglofoni ). L’immaginario che crea questa parola delicata ci avvicina alla musica di un giovane artista che ha scelto proprio questo termine come nome d’arte.

Revif, musicista e cantante romano, con il suo primo EP riporta infatti in vita l’indie rock britannico, i film della Nouvelle Vague, le poesie inglesi dei primi anni dell’800 e tanto altro, interpretando, studiando, interrogandosi e trasformando in musica e testi tutto quello che sente, prova e vuole condividere.

Sentirsi, uscito lo scorso aprile, è un EP ricco di sensazioni, ricordi, sogni, immagini astratte e importanti suggestioni e influenze che si notano anche negli strumenti scelti per registrare i pezzi: dalla storica semiacustica Gibson 335 alla chitarra Epiphone Dot amplificata con un Fender Twin Reverb, dal piano Rhodes a synth analogici come il Roland Juno fino a quella DX7 che ha fatto la storia della new wave. Non potevamo non incuriosirci e non apprezzare il lavoro di questo artista sensibile e appassionato ed è per questo che ne abbiamo voluto sapere di più!

Ciao Alessandro! Dopo alcuni lavori con altre band, cosa ti ha spinto a iniziare un progetto tutto tuo?

È stato tutto molto naturale. Questi del mio primo disco sono brani nati in cameretta e non in sala prove e dopo tanti anni volevo intraprendere un percorso più personale, cambiando anche genere e sound di riferimento. Ho capito che adesso ciò che desidero è la libertà espressiva e riuscire a dare forma concreta alla mia idea di musica, sono molto soddisfatto e mi ci sento dentro al 100%.

Sentirsi è il tuo EP di debutto. Com’è nato?

Sono canzoni nate da esigenze emotive e quindi nel modo credo più naturale possibile. Io ho trovato la musica per dare forma alle mie emozioni, per liberarmi e per ascoltarmi davvero. La musica mi ha dato tanto ma anche io ho dato moltissimo alla musica, non è un gioco ma sopravvivenza. Di solito scrivo la notte e in quel periodo le notti insonni furono tante.

Le canzoni sono state prima registrate in modo estremamente rudimentale per conto mio e successivamente sono entrato in studio e ho dato a questi brani una forma più completa mantenendo però l’attitudine iniziale. È un EP che reputo abbastanza omogeneo sia sulle tematiche che nel sound. Questo credo sia dovuto al fatto che le canzoni siano state scritte tutte nello stesso periodo e che successivamente non sono state particolarmente modificate, lasciando così inalterata la loro spontaneità ed il loro carattere naif.

Nei testi molti sono i riferimenti a ricordi di scene vissute e emozioni provate che si mescolano con sensazioni, visioni astratte e metafore. Cosa ti ispira e cosa ti influenza nella scrittura?

Sono una persona che astrae molto e trasfigura la realtà. A volte semplicemente mi capita di immaginare alcune situazioni o sensazioni e di trascriverle. Altre volte parto da esperienze reali e le faccio mie immergendole nei riverberi, rendendo più ospitali le voragini della vita in cui tutti noi cadiamo. Non credo che sarò mai una persona pragmatica che riesce a vivere nel presente e nella concretezza della quotidianità. Sono sempre orientato verso un altrove.

Tutto l’EP è caratterizzato da un sound che si allontana dalle recenti produzioni italiane per avvicinarsi al dream pop americano e al recente rock inglese… Ci racconti di questa tua passione per la musica internazionale?

È una passione che nasce durante l’adolescenza. Erano gli anni in cui in UK stava esplodendo una nuova ondata di musica indie rock e band come Babyshambles, The Kooks, Franz Ferdinand e moltissime altre, venivano in Italia in tour e con i miei amici andavo a sentirle. Partendo da queste band, in pochissimo tempo mi sono appassionato a molti dei nomi più importanti della musica indie inglese che avevano fatto la storia del punk, del post-punk, della new wave e del britpop, senza dimenticare anche gli anni ’60.

Frequentando i club della scena indie rock romana di quegli anni, ed in particolare il Circolo degli Artisti, ho avuto la fortuna di assistere a moltissimi concerti di band, principalmente britanniche, ma anche statunitensi o di altre nazioni europee. Dopo i concerti c’era sempre il dj set ed era sempre bello scoprire nuovi brani e per un sedicenne come me scambiare due chiacchiere con i ragazzi più grandi che ti consigliavano i dischi da ascoltare e ti raccontavano del leggendario concerto degli Oasis a Bologna nel 1997 o degli Stone Roses a Roma al Teatro Palladium.

Ho davvero tanti bei ricordi di quegli anni. Successivamente ho ampliato i miei ascolti ed ho sempre il pensiero di non ascoltare abbastanza musica. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.

Anche gli strumenti (e i musicisti) che hai scelto per registrare i suoni dell’album sono legati alle tue influenze e ai tuoi ascolti…qual è il processo creativo che vi porta alla registrazione finale? Ognuno fa la sua parte, vi influenzate a vicenda, cambiate le carte in corso d’opera?

Sicuramente c’è uno scambio continuo e cerchiamo di trovare una strada condivisa. Devo dire però che se una soluzione la trovo distante dal mio mondo e faccio fatica ad ascoltarla viene scartata. Sono comunque io a salire su un palco e quindi devo essere convinto al massimo di quello che suono. È difficile da spiegare, ma dietro un suono c’è una espressione emotiva. Se invece di utilizzare un distorsore preferisco un overdrive o se invece di utilizzare quella parola preferisco utilizzarne un’altra è perché la mia emozione da artiste mi dice questo. Non posso non tenerlo in considerazione, anzi è la cosa più importante.

Le influenze musicali sono chiare, e quelle letterarie e cinematografiche invece? Quali sono i tuoi scrittori, poeti e i tuoi registi di riferimento?

Per quanto riguarda il cinema sono maggiormente orientato verso film drammatici ed esistenziali. Negli anni mi sono lasciato affascinare dal cinema di Éric Rohmer e da quello di Krzysztof Kieślowski, in particolare la trilogia dei colori. Ultimamente sto riscoprendo il vecchio cinema americano incarnato da personalità come Marlon Brando, Cary Grant, Audrey Hepburn, Grace Kelly, James Stewart, Liz Taylor, Paul Newman Hitchcock, Cukor, ecc.

In generale sono un grandissimo ammiratore della Nouvelle Vague, di Fellini e Antonioni perché a mio avviso sono riusciti con i loro film a trasmettere la precarietà dell’esistenza umana sempre dilaniata da contraddizioni spesso non risolvibili. Il sogno, l’idealizzazione e la ricerca di una sincerità autentica e di una emozione definitiva si scontrano con la mediocrità della realtà e le bugie che raccontiamo a noi stessi e agli altri per sopravvivere. L’uomo è in mezzo a questo tormento ed è difficile fuggire. Pensa al personaggio di Mastroianni nella dolce vita, non parla proprio di questo? Quel finale amaro, quella sconfitta cosa ci dice?

I miei riferimenti poetici sono i poeti inglesi come Keats, Byron, Shelley e Coleridge, francesi come Baudelaire e Rimbaud che amo perché sono andati fino in fondo nella loro ricerca dell’autenticità senza mai tirarsi indietro come raccontano le loro biografie.

Il mio poeta italiano preferito è Dino Campana. È difficile non perdersi nella sua poesia e nel suo desiderio di nuova vita che va oltre il dramma che lui stesso vive e che lo porterà alla follia. Campana è un poeta estremo perché capisce che la vita è estrema se la vuoi vivere con totalità e pienezza, senza correre dietro ai valori borghesi del prestigio sociale e del denaro. Nonostante il dramma della condizione umana, questa è vista come un inizio. Bisogna andare fino in fondo della notte per vedere una nuova luce. Se vuoi capire qualcosa devi passarci inevitabilmente attraverso le emozioni, il cuore e la sofferenza.

Mai più mi ha ricordato un po’ le bellissime ballads di Alex Turner e soci… È nata pensando anche alla loro musica? Ti piacerebbe parlarci di questo pezzo romantico e malinconico, l’unico di cui abbiamo già il video

Sicuramente il sound di Mai più è molto influenzato da band britanniche come gli Arctic Monkeys e i Libertines. Anche gli strumenti che ho utilizzato (Rhodes e Gibson 335) sono tipici di quel mondo. Il brano è stato registrato in un’unica take (“buona la prima”) così da lasciare inalterata la spontaneità espressiva. È una ballad romantica che racconta una storia d’amore, dall’idealizzazione alla sua fine. Tutto è sospeso nei ricordi e fotografato in modo da raccontare queste notti attraverso i dettagli, i libri letti insieme sdraiati fumando una sigaretta ed ascoltando il disco solista Peter Doherty. In questo brano racconto come in certi momenti della vita si ricerchi una fuga dal mondo e si abbia il desiderio di sognare ancora e non arrendersi al disincanto. Meglio aver amato e perso che non aver amato mai.

Come immagini il tour di questo EP?

Stiamo lavorando per uno show che lasci il più possibile spazio alla nostra forza espressiva sul palco. La scaletta oltre al disco contiene anche qualche nuovo brano e qualche cover di artisti che amiamo (The Smiths, The Cure, Velvet Underground). Il palco ci manca molto e non vogliamo deludere le persone che verranno ad ascoltarci per la prima volta. Stiamo progettando un tour nazionale. Siamo un gruppo indie quindi se qualcuno è in ascolto può scriverci e sarà un piacere per noi venirvi a trovare. Sarebbe bello anche fare qualche data in Europa. Molti miei amici vivono sparsi per l’Europa e mi piacerebbe passare una serata indie rock con loro in onore dei vecchi tempi ma soprattutto del futuro che spero sarà più roseo del recente passato.

A proposito, c’è qualcosa già in programma per il prossimo futuro?

Sto lavorando al nuovo disco e i nuovi brani avranno un suono più duro e meno sognante, diciamo più post-punk. In questi giorni stiamo provando molto e sono soddisfatto dei risultati. Ogni brano che nasce è sempre un miracolo e sono molto emozionanti le prime volte che lo suoni e vedi che funziona e magari ti rimane in testa tutto il giorno. Io vivo per questo. Indie rock Forever!

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Last modified: 17 Maggio 2021

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