Impeto e dolcezza – Intervista agli Human Colonies

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In occasione della data al Mikasa di Bologna, ecco cosa ci hanno raccontato.

(di Filippo Duò)

Gli Human Colonies vanno al di là delle mode passeggere, seguono il proprio istinto e la propria passione per la musica senza farsi condizionare troppo nelle loro scelte. Composta da Giuseppe, cantante e chitarrista, Sara, bassista, e Pietro, batterista, la band è ancora consapevolmente portatrice di quella sana attitudine rock’n’roll in grado di far sprigionare faville sul palco.

Nati a Bologna nel 2013 e ora di base tra Lecco e la Valtellina, i tre suonano orgogliosamente shoegaze e noise pop, generi caratterizzati dall’uso di effetti applicati agli strumenti, dissonanze e feedback. Sin dall’inizio le loro canzoni si sono caratterizzate per l’uso costante di distorsioni unite a un’attitudine post-punk, registrandole in un breve demo omonimo seguito dall’EP Calvary. Nel 2017 arriva un ulteriore EP, Big Domino Vortex, e nel 2018 il loro primo album ufficiale, Midnight Screamer: quest’ultimo segna un passaggio a sonorità più vicine all’indie statunitense, con Dinosaur Jr., Yo La Tengo e Sonic Youth come riferimenti più immediati.

Il 1° novembre è uscito il loro nuovo singolo Cloudchaser, che anticipa un EP di prossima uscita per MiaCameretta/ Lady Sometimes intitolato Cloudchaser and Old Songs, dove oltre al brano citato troveremo tre canzoni estrapolate dalle prime due demo della band, interamente reinterpretate e riarrangiate: poco più di quindici minuti di riverberi e distorsioni, dolcezza e impeto.

Il 7 novembre scorso li abbiamo incontrati in occasione della prima data del loro tour, al Mikasa di Bologna. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Ciao ragazzi! Ripercorriamo un po’ il passato artistico della band. Vi siete formati proprio qui a Bologna nel 2013 e ora siete di base in Valtellina. Ci raccontate la vostra storia e che legame avete con questa città?

Giuseppe: Noi abbiamo studiato a Bologna e ci siamo conosciuti qui, suonando in altri contesti con progetti paralleli, finché abbiamo deciso di fare qualcosa di affine alle sonorità di band come Dinosaur Jr. e My Bloody Valentine, dando così vita a un nostro gruppo. I membri originari siamo io e Sara, inizialmente eravamo in quattro, c’era un chitarrista in più e un altro batterista. Poi la formazione si è modificata da poco con l’arrivo del grandissimo Pietro, il nostro attuale batterista.

Qual è stato il vostro percorso dal punto di vista della scoperta musicale? Che ascolti vi hanno maggiormente influenzato?

G.: Io ero già loro fan da tempo, ma sono rimasto folgorato proprio da un live incredibile dei My Bloody Valentine all’Estragon nel 2013 e da lì mi sono detto “Basta, mollo la musica che sto facendo, voglio fare questo”. Parlando di ascolti tra i nostri riferimenti posso citare band come i Ride, gli Slowdive, i Jesus and Mary Chain e i Dinosaur Jr.. In particolare questi ultimi ci hanno influenzato perché noi abbiamo sì un approccio shoegaze da buoni fan del genere, caratterizzato dall’uso dei pedali, dell’analogico e del cosiddetto “muro di suono”, ma anche noise-pop, in cui non manca mai la melodia.

Avreste, dunque, un album a testa da consigliarci per avvicinarci a questo mondo sonoro?

G.: Allora io te ne dico uno che, anche se non prettamente shoegaze, per quello che ha fatto nel post-hardcore e nel noise è molto importante: Source Tags & Codes degli And You Will Know Us by the Trail of Dead.

Sara: Il mio è Figure 8 di Elliott Smith.

Pietro: Io non saprei esattamente dirti un disco perché sono un neofita del genere. Però da quando suono con loro, e quindi ho approcciato questo mondo, una band che mi ha proprio folgorato sono stati i Metz.

G.: In generale tutti e tre siamo mega fan dei Nirvana, quindi sicuramente un loro disco senza dubbio ci accomuna.

Il vostro sound è relativamente inedito per il panorama italiano, non sono tante band a proporre ciò che fate voi. Come vi sembra oggi l’approccio del pubblico ad un genere come il vostro e più in generale alle sonorità rock?

G.: Per quanto riguarda il nostro genere non ti nascondo che a volte è molto difficile, la mole di lavoro è triplicata, essendo piuttosto di nicchia. In ogni caso il riscontro finora devo dire che è stato buono, ci sono state delle belle soddisfazioni.

P.: Il rock’n’roll, nonostante ciò che si sente dire abitualmente, non è affatto morto. È una cosa che per chi la ascolta significa ancora tanto ed è una possibilità di espressione in maniera alternativa rispetto al comune ascolto. È talmente potente che non morirà mai, nonostante l’avvento di suoni molto più digitali e improntati ad una diversa produzione, è un genere che continua rimanere. È un bisogno profondo in grado di durare nel tempo, ci sono alti e bassi, ma la necessità di esprimersi in questo modo continuerà ad esserci.

G.: Ultimamente c’è anche una grande riscoperta dell’analogico. In Italia l’approccio allo shoegaze sicuramente è su piccola scala ma è dovuto all’influenza di grandi gruppi come i My Bloody Valentine che stanno tornando a fare concerti e album. Se tornano quindi questi mostri sacri chi è appassionato alla musica prima o poi li scopre e può andare a ritroso scoprendo tutto ciò che è stato fatto prima. È un mondo sicuramente affascinante che ha portato a questo filone di cosiddetto italogaze che comunque, nel suo piccolo, continua a proporre la propria produzione artistica.

È uscito da poco il nuovo singolo, Cloudchaser. Ci raccontate la sua genesi?

G.: La genesi del pezzo è stata estremamente veloce. Avevo in testa questo riff di chitarra, l’ho portato in saletta e da lì è nata la struttura completa in pochissimo tempo. Per quanto riguarda il titolo volevamo un po’ omaggiare Filippo Strang, il ragazzo che ci ha aiutati a registrare il disco, un grande “svapatore” di sigaretta elettronica, pratica detta anche “cloud chasing”. Il brano, al di là del titolo ironico, è ispirato da William Blake e dai suoi “Songs of Innocence and of Experience”, li ho letti molto ultimamente e il testo richiama quell’opera incredibile con un piccolo omaggio.

P.: C’è anche un aneddoto simpatico da dire. Il brano è nato in saletta ma poi ci siamo divertiti a sminuzzarlo nel soggiorno di Sara e Giuseppe facendo i provini. Abbiamo rischiato di farci denunciare dal vicinato, avevamo dei volumi veramente esagerati! (Ride, ndr)

G.: Tra l’altro abbiamo poi scoperto che Cloudchaser è anche il nome di uno dei My Little Pony e non ha niente a che vedere con lo svapo. È divertente perché ci hanno chiesto se il titolo derivasse da questo, ma non è così! (Ridono, ndr)

L’artwork del brano è molto bello: c’è un concept visivo di fondo alla base del progetto?

G.: L’artwork è stato realizzato da Guido Brualdi, un fumettista incredibile che tra l’altro è stato fino a pochi giorni fa al Lucca Comics. Lo abbiamo conosciuto al Sidro Club in occasione di una serata in cui univa musica e graphic novel, un po’ alla Davide Toffolo. Abbiamo visto i suoi lavori e ci siamo innamorati, fino a maturare l’idea di una collaborazione. Per il singolo gli abbiamo dato carta bianca, lui ha ascoltato il pezzo e si è fatto ispirare dal testo per realizzare la cover.

P.: In realtà l’artwork del singolo è una parte di quello che poi sarà il concept grafico di tutto il progetto, che avrà ulteriori spunti visivi a corredo della nostra musica.

Il singolo anticipa un EP di prossima pubblicazione, quali sono i vostri obiettivi artistici per il futuro?

G.: Sicuramente suonare il più possibile, conoscere gente e divertirci. Per noi la musica è questo, condivisione e “presa bene”. Poi vorremmo scrivere sicuramente un altro album e se ci saranno le possibiltà anche suonare all’estero.

P.: Intanto abbiamo in programma alcune date di presentazione del singolo e un secret show, in seguito faremo certamente un tour vero e proprio di supporto all’EP, per cui seguiteci!

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Last modified: 14 Novembre 2019