Intervista ad Alessio Premoli a.k.a. Chelidon Frame

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Chelidon Frame è uno dei tanti progetti dietro al quale si nasconde il chitarrista milanese Alessio Premoli. Il suo lavoro più sperimentale è una miscela di Ambient, Noise e Drone. Lo abbiamo incontrato per capire al meglio la sua musica cercando anche di scoprire se certi suoni possano avere un ruolo primario nell’età moderna.

Ciao Alessio. Dietro il progetto Chelidon Frame ci sei solo tu. Cosa ti ha spinto a selezionare questa strada Avantgarde/Ambient solista considerando che non è l’unica avventura musicale che porti avanti?

Ciao Silvio! È da un po’ di tempo che penso a un progetto simile a Chelidon Frame. Qualche anno fa ho pubblicato un EP a nome Prospettiva Nevskij, che esplorava terreni come la Drone e la Noise. Dopo poco l’ho abbandonato, avendo mani e mente sufficientemente occupati da altri gruppi che stavo seguendo. Negli ultimi due/tre anni, tra i vari progetti, mi sono dedicato in solitaria a composizioni di musica concreta per le compilation dell’IFAR (Institute for Alien Research) e ho realizzato un brano, “Antartica” per il progetto di sonorizzazione di Saout Radio, “here.now.where?”, presentato alla quinta biennale di Marrakech. Visti gli esiti ho pensato di condensare il tutto sotto un unico nome: da qui è nato Chelidon Frame e il primo disco Framework.

È ovvio che non sia il tuo mondo, ma voglio comunque chiederti, visto che è tema d’attualità, cosa pensi dei reality di stampo musicale. Sono una trappola o un’opportunità e possono avere dei lati costruttivi, da un punto di vista artistico, sia per il pubblico, sia per i concorrenti e la musica tutta?

Sono molto negativo sull’argomento. La mia opinione è che questo tipo di iniziative creino una distanza tra la realtà di chi fa la musica e di chi la fa partecipando alla trasmissione. Abbiamo solo piccoli assaggi, i momenti migliori e più emozionanti, ma ci mancano le ore in sala prove, le notti fino alle tre in autostrada, gli ubriachi sotto il palco, i calli sulle dita… O meglio, più che mancare, non si vedono, e questo fa un po’ male, semplifica un discorso molto più complesso. È come se nascondessimo al pubblico la parte più difficile (e forse la migliore) di questo “mestiere” a favore di un qualcosa di fruibile, in cui tutti riusciamo a identificarci. D’altronde a chi interessa vedere la fatica, l’impegno e le sudate? Ci conforta l’idea che il tutto si risolva con una singola opportunità che ci permetta di bruciare le tappe.

Come si arriva dagli studi di Pierre Schaffer e la Musica Concreta a un album come Framework? C’è un superamento della tradizione o una sua rilettura piuttosto conforme alle fondamenta?

Schaffer è stato colui che mi ha introdotto e guidato in questo nuovo mondo e ha ispirato in toto il mio primo brano di musica concreta, “Elegy for an Old Piano, a Shortwave Radio and Coins”. Era un modo completamente nuovo, fresco e appassionate di comporre e realizzare musica, pur essendo già in giro da una cinquantina d’anni: ricordo con piacere quei primi momenti travolgenti, quando le idee sembravano sgorgare senza fine. L’elemento che più mi ha colpito di queste modalità era la possibilità di raccontare musicalmente il moderno facendo riferimento al moderno stesso, con i suoi oggetti, i suoi rumori, le sue dissonanze e consonanze. La possibilità di avere un linguaggio che permette di manipolare l’ambiente circostante e di ricostruirlo in forme organizzate e riconoscibili è qualcosa che ho trovato irresistibile e incredibilmente affascinante. Questo è stato il punto di partenza. Da lì mi sono mosso scoprendo e riscoprendo certi elementi compositivi, come l’uso di suoni sintetizzati, il field recording, la manipolazione di fonti audio tramite l’effettistica o lo spingere gli strumenti oltre il loro uso comune. Non ho mai inteso Chelidon Frame come un progetto sperimentale in sé, quanto come un progetto sperimentale per me, in cui potessi provare soluzioni non convenzionali in un ambiente protetto e idealmente senza limiti.

Altro argomento di moda; la “critica” musicale soprattutto online. Diminuisce la fiducia, per molti manca professionalità, sembra avere sempre meno importanza il giudizio interpretativo. A volte la colpa è dei critici stessi “schiavi” dell’impossibilità di essere davvero sinceri, specie con i compositori italiani eppure c’è ancora chi riesce a essere onesto, coraggioso e a spendere tanto del proprio tempo quasi solo per dedizione. Hai fiducia nella critica? Ha ancora senso, come qualche anno fa, o il suo ruolo è da ridefinire?

Sono uno che ha vissuto entrambe le parti della barricata, avendo avuto modo di collaborare qua e là come recensore. Il tutto sta, secondo me, nel senso che si vuole dare alla parola “critica”: credo che il critico debba essere in grado non solo di valutare un disco (e un artista), ma anche di contestualizzarlo, descriverlo, comprenderlo e indirizzarlo a chi è adatto. Il gusto soggettivo del recensore è importante, ma non esaustivo. Mi trovavo davvero in imbarazzo a stroncare un disco dicendo soltanto “è terribile” perché non mi piaceva. Cercavo sempre di pensare per chi potesse essere adatto, per quale motivo ci fosse quel disco e che senso avesse oggi. È un percorso stressante da seguire per ogni recensione e forse è per questo che ho smesso. Vero è che abbiamo bisogno della critica per fare ordine nel caos di uscite che sperimentiamo negli ultimi anni: non possiamo certo ascoltare tutto e leggere qualcuno che ci racconta un disco o che ci introduce a una certa scena può aiutarci a dire se qualcosa fa per noi o meno. Concludo dicendo che verso la musica sperimentale c’è un atteggiamento molto più positivo e proattivo: chi ascolta vuole comprendere e spiegare a chi legge, ci tiene a contestualizzare e a spiegare il disco non solo in termini di gusto.

Che cosa spinge un musicista a cimentarsi con uno stile e un genere che, inevitabilmente, non gli permetterà di vendere dischi, fare molti live e ricevere abbondanti ascolti?

Potrei rispondere con una sola parola: la libertà. Ma voglio dilungarmi un pochino, perché è un argomento a cui tengo. Conosco molti artisti che a una carriera in ambiti più o meno convenzionali ne affiancano una sperimentale (sto pensando a Steven Wilson e al suo progetto parallelo Bass Communion, ad esempio). Credo che sia l’esigenza di ritagliarsi un posto in cui dire la propria, in cui sperimentare, senza avere i vincoli del vendere dischi, fare live o anche solo di rispondere ai fan. È un momento musicale complesso, quello che viviamo, con le sue difficoltà e le sue potenzialità, in cui sperimentare, però, rimane difficile, specialmente se confrontato con una trentina / quarantina di anni fa. Per chi cerca di arrivare dal basso c’è la fatica di organizzarsi tutto (live, registrazioni, merchandising, la promozione online) e ci sono tanti momenti di sofferenza e frustrazione: in questo contesto credo che la necessità di “fare” qualcosa in autonomia, con pochi pensieri su quello che deve essere fatto, sia la valvola di sfogo che molti sentono l’esigenza di avere.

Hai mai avuto paura di non essere all’altezza, di non essere capito, di non interessare o di fallire?

Assolutamente sì. E non solo con questo progetto, ma anche con la musica più “convenzionale” che produco. Continuo a pormi domande, dubbi sul fatto che quello che stia scrivendo o suonando possa servire a qualcosa e possa arrivare o meno a qualcuno. Il tutto condito con una buona dose di frustrazione. Però oramai è qualche anno che suono, quindi posso dire di averci fatto un po’ il callo!

Nella mia recensione proprio di Framework, partendo da Pierre Henry e John Cage, vado a trovare prese di contatto sia con le opere di Brian Eno e sia di Kevin Drumm e Jòhann Jòhannsson. Sono questi i punti di riferimento in fase compositiva ed esecutiva?

Sui punti di partenza siamo completamente d’accordo: il già citato Schaffer, Cage e Henry sono stati sicuramente delle ispirazioni di prima mano. Gli altri riferimenti che indichi, li ho scoperti a posteriori, trovando in loro molti punti in comune con quello che volevo dire. Forse l’esigenza di raccontare cose simili partendo da punti condivisi porta inevitabilmente a una sovrapposizione di esiti, a un vocabolario più o meno comune pieno di rimandi. Tendenzialmente cerco di evitare di fare riferimento a una singola figura o a una singola opera. Dei nomi che citi cerco spesso di prendere spunti molto specifici (come è stato trattato un singolo suono, ad esempio) o spunti molto generici, quasi filosofici. Altra fonte sono le colonne sonore e le sonorizzazioni di film: mi piace scavare nella storia delle pellicole cercando gli escamotage utilizzati per generare un suono o per costruire un brano specifico. Ad esempio ho scoperto che la sigla originale di Doctor Who è stata realizzata manipolando nastri magnetici a varie velocità, tecnica privilegiata dalla musica concreta della prima ora, o che il verso di Godzilla è stato ottenuto sfregando con un panno le corde di un contrabbasso e processando poi il suono registrato. Tutto questo mi affascina e mi sprona a cercare soluzioni nuove.

Parlando di educazione, credi che la scuola debba avere un ruolo più concreto nella formazione musicale dei ragazzi? C’è troppa approssimazione in quegli studi fatti di flauto e teoria spicciola o ritieni non sia il caso che la scuola approfondisca eccessivamente certe materie?

Proprio perché c’è troppa approssimazione credo che la scuola debba essere il luogo in cui approfondire. Ovviamente con la giusta prospettiva. Manca prima di tutto il contesto storico in cui inserirci. C’è la tendenza a credere che la musica si sia fermata qualche decennio fa. Il Jazz è al più Hard Bop e qualcosa di modale, la musica colta si ferma a Wagner, la grande rivoluzione popolare e Folk dagli anni Cinquanta in poi non è materia di approfondimento, per non parlare della completa ignoranza verso forme più sperimentali e innovative. Oltre a questo quello che manca, secondo me, è la cultura dello sporcarsi le mani. I bambini e i ragazzi sarebbero molto più felici nel costruire rudimentali strumenti e cimentarsi con l’esecuzione di spartiti di Cage piuttosto che nel suonare l’ennesimo pezzo riarrangiato per flauto dolce: quanti progressi potremmo fare insegnando loro a suonare con il solo battito delle mani Clapping Music? E mentre noi siamo qua a chiederci se Schaffer o Cage possano essere validi come strumento educativo, nel frattempo si va diffondendo una sottocultura musicale che mischia programmazione, realizzazione di strumenti e composizione tramite tecnologie che, specialmente i più giovani, sarebbero completamente in grado di maneggiare. Non dico che manchi tutto questo: c’è chi si adopera con impegno e dedizione, ma rimane, purtroppo, una limitata minoranza.

Torniamo alla musica di Chelidon Frame. È rappresentazione della parte più intima dell’uomo che la produce o qualcosa di più astratto, freddo e distaccato?

È davvero possibile fare qualcosa di completamente freddo e distaccato? Credo che difficilmente sia possibile scindere se stessi da quello che si fa: c’è sempre una goccia inconscia di noi, della nostra intimità in quello che facciamo, fosse anche il jingle più noioso della storia dei jingle. Cerco sempre di motivare i miei brani, dargli un senso e un messaggio, anche se so che dall’altra parte ho centomila persone che probabilmente penseranno a centomila cose diverse. E anche nel caso in cui non riesco a contestualizzare il brano in un discorso più ampio so che comunque in lui vive tutto quel fardello di sensazioni e passioni inconsce che mi hanno fatto prendere in mano gli strumenti.

Quale sarà il futuro di Alessio Premoli e di Chelidon Frame? E quale vorresti che fosse?

Al momento come Alessio Premoli sto promuovendo il mio terzo album, Even Silence Has Gone e sto collaborando ai due progetti gemelli Nasby & Crosh e Bandit per la prossima release. Come Chelidon Frame ho appena concluso un disco di inediti che sto inviando in giro per un po’ di ascolti “specializzati”, che sappiano darmi delle idee su come limare e rifinire il lavoro. Spero che esca tra la fine dell’anno e l’inizio dell’anno prossimo. Quale vorrei che fosse il mio futuro? Non voglio sbilanciarmi, ma al momento desidererei avere più tempo per dedicarmi a questi progetti e spero di non stancarmi mai di quello che faccio!

Last modified: 21 Febbraio 2019

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