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I DISCHI CHE NON TI HO DETTO | Italia sintetica

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I confini tra Rock ed Elettronica sono ormai estremamente labili e da tempo la materia sintetica si insinua anche nelle produzioni nostrane, contaminando e rinnovando la tradizione cantautoriale o rinnegandola totalmente con lo sguardo proiettato oltre i confini della Penisola.
Tra le uscite degli scorsi mesi di questo 2016 abbiamo selezionato alcuni dischi in cui, sebbene giochi di volta in volta un ruolo diverso, la componente Elettro è di certo essenziale e imprescindibile.

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Intervista ad Alessio Premoli a.k.a. Chelidon Frame

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Chelidon Frame è uno dei tanti progetti dietro al quale si nasconde il chitarrista milanese Alessio Premoli. Il suo lavoro più sperimentale è una miscela di Ambient, Noise e Drone. Lo abbiamo incontrato per capire al meglio la sua musica cercando anche di scoprire se certi suoni possano avere un ruolo primario nell’età moderna.

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Chelidon Frame – Framework

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L’esperienza Chelidon Frame nasce nell’autunno dello scorso anno ma muove i suoi passi e affonda le radici molto più in là negli anni, negli albori della Musica Concreta e negli studi di Pierre Schaffer che, nel 1948, teorizzò una nuova consapevolezza sonica basata su effetti acustici esistenti successivamente elaborati, generando musica tendenzialmente elettronica ma partorita da elementi concreti.

Riprendendo in mano quest’idea e passando attraverso Pierre Henry e John Cage, Chelidon Frame confeziona un’opera che miscela l’Ambient dei Prospettiva Nevskij, al minimalismo di Alessio Premoli, nome che si nasconde dietro al progetto. Tutto questo con occhio rivolto al futuro, grazie ad un uso comunque mai eccessivo di droni e divagazioni Noise. Nelle cinque tracce più “Intro” dell’esordio Framework, ci sono le fondamenta della musica Elettronica, la storia stessa del suo autore, le opere più eteree di Brian Eno, la spigolosità di Kevin Drumm e la sensibilità Modern Classical di matrice nordica di Jòhann Jòhannsson, cosa suggerita già dalla lettura celere dei titoli di taluni brani (“JikSven”, “Antartica”).

Dopo la gelida opening che sferza l’atmosfera come freddo polare, sale un’inquietudine oscura, fatta di grevi note ripetitive come tempo scandito da ritmiche minimal e sottilmente celate dietro rumori vaghi, quasi a disegnare l’aurora boreale, tinta solo di tutte le tonalità del grigio (“Taikonauta”). Ancor più conturbanti e impalpabili i quasi otto minuti di “JikSven”, nei quali si scorge una debole sensibilità Rock dentro un cosmo elettronico, in grado di dare forza da Film Score all’album. Nonostante queste prime intuizioni, non esiste un vero filo conduttore, una precisa chiave di lettura che leghi la tracklist, trattandosi di un insieme di brani originali e altri già pubblicati e qui soltanto remixati. È la musica stessa a fare da trait d’union, il legame simbiotico tra le terre più fredde del pianeta e lo spazio siderale è la musica (“Cosmic Hypnosis”). In “Nvs_k3” l’ aria torna pulsante di rigida introspezione mentre a chiudere l’album, i quasi dodici minuti della minimale “Antartica”, la quale, nella seconda parte e in conclusione, regala cenni di Neo Classical gonfi d’una speranza e positività mai ascoltata nei minuti antecedenti, pur mantenendo ferma una certa ambiguità emotiva. Framework è uno straordinario lavoro di un musicista poliedrico e coraggioso che non mira certo all’originalità ma riesce comunque a pizzicare le corde dell’anima e farci sognare, fosse anche un sogno da cui svegliarsi in tutta fretta.

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Alessio Premoli. Il teaser di Even Silence Has Gone

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Siamo agli sgoccioli. Per ricordarcelo e per darci un assaggio di ciò che potremmo ascoltare nel suo prossimo lavoro, Alessio Premoli ha diffuso un video teaser. Breve ma intenso, per svelare a poco a poco tutti i pezzi del puzzle che andranno a comporre Even Silence Has Gone. Questo è il turno della formazione live: Ludovica Pirillo alle percussioni, Bittì alla voce, al basso e alla chitarra e, ovviamente, Alessio Premoli come chitarra solista. Così scarna ed essenziale eppure in grado di suggestionare e coinvolgere l’ascoltatore in questo piccolo mondo in cui, pur in assenza di silenzio, riusciamo a ritrovare un po’ di calma. Non ci resta altro da fare se non attendere l’arrivo del prossimo pezzo del puzzle.

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Nuovo album per Alessio Premoli

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Uscirà in autunno il nuovo disco di Alessio Premoli, Even silence has gone. Il disco, a cavallo tra sonorità acustiche folk e musica ambient d’ispirazione post-rock, si avvale della collaborazione di Riccardo Feroce all’oboe, Ludovica Pirillo alle percussioni, Luca Cirio e Federico Cavaliere alle voci. Presto verranno comunicati tutti i dettagli su data di uscita e reperibilità dell’album.

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Filmare i concerti coi cellulari? È da cazzoni!

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In una piccola video-inchiesta di NME, alcuni musicisti sono stati intervistati circa la loro opinione sulla moda vigente di filmare o fotografare concerti per la loro intera durata. Tra gli altri (Miles Kane, Foals, Alt-J), Johnny Marr è quello che c’è andato più pesante, definendolo «un atteggiamento da cazzoni» e «una perdita di tempo», che distoglie completamente l’attenzione dal momento che è la vera essenza del live. Come dargli torto. Non importa, infatti, quale sia l’artista sul palco, non importa la location, non importa che l’uomo con lo smartphone sia in prima, seconda, ennesima fila o gradinata che tenga. Non importa che si stia seduti, in piedi, larghi, stretti tanto da avere addosso il dna di tot persone sconosciute sotto forma di sudore, impronte digitali, capelli. Non importa che sia un concerto meditabondo o da pogo. Non importa che si abbia in mano un telefono con una fotocamera da 2 megapixel (la stragrande maggioranza) o una compatta che passa i controlli ma ha uno zoom digitale coi controcoglioni che anche se sei dietro il mixer riesci a riprendere persino i punti neri del tuo beniamino (roba per pochi eletti, nerd patologici del caricamento del dayafter su YouTube).

La situazione si ripete sempre. Tu vai a un concerto, paghi un biglietto, sei di un’altezza media e non basta che puntualmente tu davanti abbia lo spilungone due metri di altezza per due metri di spalle con ragazza al seguito che comunque si erige quei dieci centimetri buoni più di te. No. Da quando siamo entrati nell’era smart, social o semplicemente in quella dell’esistenza attestata non dall’ontologia ma dal post, ai concerti non si alzano le mani con le corna, con l’indice dritto, con il pugno. Non si ondeggia, non si poga, non si salta (se non per sovrastare l’uomo col prolungamento telefonico). Ai concerti si filma. O si fanno centomila foto tutte uguali perché il raggio d’azione di gente pressata tra la folla di un live non permette certo varietà di tagli e inquadrature. Il risultato poi è, nelle migliori occasioni, una registrazione di qualità bassina, o per immagine o per audio, che il giorno dopo – se non addirittura dopo poche ore – si può rintracciare su YouTube. Oppure un bell’album fotografico pieno di pixel tra i quali dovresti intuire che il tuo amico di social network è stato a un concerto della madonna che tu ti sei perso. Ah, bella roba. Additato come uno dei comportamenti più noiosi che si possano tenere durante un live dalla rivista Rollingstone (insieme all’urlare per tutto il tempo il titolo del pezzo che si vuole sentire, ubriacarsi come se non ci fosse un domani e a fine concerto lamentarsi perché il brano per cui si era andati non è stato suonato), abbiamo pensato di chiedere un’opinione a chi sta anche davanti e non solo dietro le macchine fotografiche in questione, ovvero ad alcuni musicisti del panorama indie ed emergente nostrano.

 

Danilo De Nicola (The Incredulous Eyes): “Liberi di farlo, anche se le emozioni devono essere sonore, quelle che ti rimangono dall’ascolto; quelle sono insostituibili. Se stai tutto il tempo a riprendere non so che ti rimane veramente della musica che ascolti. Forse e’ anche un modo del pubblico di essere protagonisti.”

Francesco Capacchione (The Last Project): “Parto dal presupposto che ero uno di quelli che voleva il ricordo del concerto, quindi filmavo di tutto, fino a che mi son detto “tanto c’è qualcuno che lo metterà su youtube” e da li non filmo più nulla, penso a godermela e me la salto, me la canto, me la ballo. Se ti metti a filmare non ti godi nulla.”

Andrea Di Lago (Le Fate Sono Morte): “Da una parte per noi emergenti può esser un modo per darci più visibilità dall’ altra parte si fa meno casino rispetto ad anni fa; per ora rimango un po’ a favore, è pur sempre un modo nuovo col quale lo spettatore dimostra il proprio gradimento. Io per primo non riprenderei mai qualche artista che non stimo.”

Luca Brombal (Lazy Deazy): “Penso la stessa cosa delle persone che passano la propria vacanza a fotografare qualsiasi cosa: con la smania di documentare e di poter rivivere quei momenti non li vivono nemmeno!”

Fabrizio Giampietro (Christine Plays Viola): “Mi sembra la moda del momento. Una volta nei concerti la gente era totalmente rapita dalle emozioni, pogava, ballava si lasciava trasportare dalla musica. Ora invece sono diventati tutti registi. Nessuna telecamera o cellulare ti darà mai la possibilità di catturare quei momenti e riviverli con la stessa intensità a casa tua o altrove. Secondo me in questo modo si perde l’essenza del live e a casa ti riporti solo una sbiadita testimonianza digitale.”

Eugenio Rodondi: “Probabilmente ci troviamo in un momento in cui consideriamo una cosa esistente e reale solo se possiamo dimostrarla agli altri. Dunque solamente se viene filtrata e catturata da un video o da una fotografia, e tendenzialmente pubblicata su social network. La concezione del ricordo di un emozione sta prendendo una deriva insolita. Direi che si tocca il paradosso quando si riprende un concerto puntando il cellulare sul megaschermo. Se un concerto te lo godi immergendoti nella serata e utilizzando una buona dose di concentrazione, quel ricordo sarà sicuramente più valido di una riproduzione figurativa.”

Giacomo Ficorilli (Remains in a View): “Io sono uno di quelli della vecchia generazione , che vanno ai concerti solo per ascoltare buona musica e pogare quando ne capita l’occasione. Purtroppo i tempi sono cambiati e i ragazzi di oggi, ossessionati dalla tecnologia e dai social network che ti permettono di far sapere cosa stai facendo e dove, non sanno più apprezzare il fascino di un concerto e tutte le emozioni che ti può trasmettere una band dal vivo; io consiglio alle nuove generazioni di fare una bella foto e poi godersi il concerto a pieno piuttosto che passare la serata con il cellulare in mano!”

Alessio Premoli: “Prenderei la cosa da due punti di vista. Chi riprende e chi è ripreso. Nel primo caso è un fatto tutto personale. Se qualcuno ha il desiderio di passare tutto il concerto a registrarsi un video, ben venga: personalmente preferisco godermi lo show interamente, lasciarmi travolgere e coinvolgere dallo spettacolo. Questa attività può avere una sua utilità: documentare un live per chi non ci è andato, dare un assaggio dello show a chi vorrebbe andarci, ma è ancora indeciso. Questo atteggiamento ha una sua utilità “sociale”. Nel secondo caso ci sono un migliaio di sfaccettature diverse. So di molti artisti che non tollerano sapere di essere registrati. E molti li capisco. Mi riferisco a personaggi come Brad Mehldau (che prima di ogni live chiede di non fare video nè fotografie) o come Keith Jarret. Il jazz è una musica improvvisata, volubile e temporanea per natura. La sua anima è l’improvvisazione e, specie quella live, tale vuole rimanere: una conversazione senza schema, su strutture minime e con possibilità infinite. Per altri non voglio pronunciarmi: ogni artista ha il diritto di chiedere determinate condizioni quando suona dal vivo, il punto di incontro sta sempre a metà tra la ragionevolezza di quest’ultimo e il rispetto del pubblico.”

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Hot Dog – Enemies

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Gli Hot Dog fanno Punk Rock. E questo loro Enemies è un disco quasi da manuale. Copertina rossa sfacciata, produzione scarna ed essenziale, suoni taglienti: i nostri non fanno compromessi e portano a casa un ottimo risultato. Loro sono di Roma e dal 2007 ad oggi hanno realizzato un EP e un album (Death or Glory del 2011), giungendo alla terza fatica in studio forti del sostegno di un etichetta e del lavoro di promozione fin qua realizzato.
Se non siete patiti di punk chiudete qua la recensione e continuate a vivere tranquilli. Se invece masticate un po’ il genere saprete benissimo cosa trovare in questo disco: voci scanzonate, cori da cantare a squarciagola, ritmi al fulmicotone con qualche salto in levare, chitarre graffianti, ritornelli orecchiabili, gusto per la melodia e quel pizzico di schiaffi in faccia che non fa mai male.

Tutto quello che vi aspettereste da un gruppo che si definisce punk rock lo trovate all’interno di Enemies, ma non pensate che sia il solito lavoro trito e ritrito che ascoltato uno li hai ascoltati tutti: i nostri hanno indubbiamente personalità e carattere. Inseriscono qua e là qualche piacevole assolo, qualche divagazione non proprio ortodossa (ad esempio il finale di “Dinosaurs’ Revenge” che puzza di Metalcore bello grezzo) che riescono a dare spessore al lavoro, pur inserendolo in un solco ben definito. A questo si deve aggiungere un certo interesse per i testi, sempre alla ricerca del giusto compromesso tra l’ironia e l’impegno, come a voler mascherare un certo tipo di serietà con la spensieratezza propria del Punk.
Ed è forse proprio questo il merito dei nostri Hot Dog, colpire come furie mantenendo sempre intatto il gusto per la semplicità.

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AnotheRule – AnotheRule

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Lo ammetto, sono un nostalgico. Subisco tutto il fascino del supporto fisico: rimuovere l’involucro, aprire il cofanetto, sfogliare il libretto leggendomi i nomi di chi ha collaborato, di chi ha suonato e prodotto e, infine, prendere tra le mani quell’ambita circonferenza sono parte di un rito a cui difficilmente riesco a dire di no. E quando questo capita per un lavoro che mi è chiesto di recensire non posso che esserne felice.La band in questione sono gli AnotheRule, giunti al loro omonimo debutto discografico dopo un’esperienza di palco e di live che si sente e fa la differenza. Ufficialmente nati nel 2008, in realtà radicano la propria storia nel 2002 quando, con il nome di Mayday, fanno il botto nella Londra underground firmando per la Fire Records e condividendo il palco con mostri sacri del calibro dei QOTSA. Tornati a Roma alla fine degli anni zero ripartono all’attacco con questo rinnovato progetto.

Un sound caldo, maturo, denso, sospeso tra il grezzo e il sognante pervadono questo lavoro. I nostri oscillano tra il caldo rock di matrice Soundgarden e fugaci visioni di psichedelia, in un connubio che vive di un’anima unica e sorprendentemente definita, costellata qua e là da qualche divagazione di chiara origine stoner. Il tutto magistralmente diretto da una formazione che sa fare il proprio mestiere, che mostra un’ottima preparazione ed una capacità di rendere i brani dovuta sicuramente all’intenso lavoro live.Si inizia con un mid tempo sognante, giocato sui tom, su un giro ipnotico di chitarra ed una voce onirica ed evocativa: “Power Trip” ci catapulta direttamente all’interno dell’aspetto più psichedelico dei nostri, ripreso in brani come “Overboard”, “Thinking on” e “Wizen Up” e sapientemente diluito in altri momenti del disco. “Chew Your Pain” e “Who I Am (I Am Not)”, seconda e quarta traccia del disco, rientrano tra i brani più sfacciatamente hard rock. Riff d’impatto, groove sostenuto: la band romana convince anche su lidi più tradizionali.

AnotheRule” è un disco solido, interessante dall’inizio alla fine e ben suonato. I nostri passano a pieni voti questa prima proposta in studio, presentandosi già come una band matura, con un proprio sound e una propria direzione musicale. Ottimo anche il lavoro in fase di produzione. Sicuramente degna di nota è la capacità di aver impresso un marchio sonoro sul disco, rendendolo personale ed inequivocabile, aspetto che a molte release di questi tempi manca, rendendo molti lavori piatti ed anonimi. Tutto in questo lavoro parla la lingua degli AnotheRule e non ci si può sbagliare, non ci si può confondere con altri gruppi: la personalità concreta e importante dei trio romano si fanno sentire. E sicuramente non dovreste ignorarli.

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ARMY ROAD: UN TRIBUTO (EMERGENTE) AI BEATLES IN FREE DOWNLOAD

Written by Senza categoria

Venerdì 22 marzo cade il 50esimo anniversario della pubblicazione di Please Please Me, primo album del quartetto di Liverpool. BT Sound Productions e The Late Rock, due piccole realtà milanesi attive da qualche tempo nella produzione e nella promozione di “buon vecchio rock’n’roll” a Milano e dintorni, hanno pensato bene di celebrare l’evento producendo una piccola compilation tributo ai Fab Four. Il progetto ha coinvolto un discreto numero di band emergenti della formicolante scena del sud-ovest milanese e non solo, lasciandole libere di interpretare l’immenso repertorio beatlesiano riflettendone le numerose sfaccettature. Le cover sono a volte fedeli, spesso irriverenti, ma tutte veri atti d’amore verso uno dei gruppi più influenti e poliedrici che la storia della musica abbia saputo donarci.

Army Road, questo il titolo della compilation, conterrà contributi, tra gli altri, di Alessio Premoli, Sovrana, Plunk Extend, Redwoods, Last Men On The Moon, e passerà dai cori e chitarre di “Blackbird” alla cavalcata electro-rock di “Day Tripper”, dall’esotismo del mash-up “Tomorrow Never Knows/Within You Without You” alle onde strumentali jazz-blues di “Eleanor Rigby”, fino al rock acustico con finale a sorpresa di “Lucy In The Sky With Diamonds”.

La compilation è stata registrata al Late Sound Studio di Milano e verrà presentata venerdì 22 marzo al Goganga (Via Cadolini 39, Milano) con un piccolo concerto/tributo e con la possibilità di scaricare i brani direttamente su chiavetta USB. La compilation sarà poi disponibile in free download sul Bandcamp della BT Sound Productions.

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Adam Carpet – Adam Carpet

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Mi arriva una mail. Contiene una serie di informazioni ghiottissime su questa band, Adam Carpet. Vorrei rivelarvele subito dall’inizio, così col convincervi a parole della validità di questo progetto, ma proverò far parlare la musica, per prima cosa. Anche se l’impresa ha il gusto delle cose impossibili.
Il primo brano che ascolto è sul tubo: “Babi Yar”. Avete presente quando siete lì, un po’ annoiati in un qualche anonimo pomeriggio d’inverno e vi arriva quella canzone che appena parte sbarrate gli occhi increduli? Ecco, io ho reagito così: per qualche istante mi sono pure domandato se non mi fossi addormentato, precipitando in qualche sogno di indefinita bellezza.

Che cosa sono questi Adam Carpet?

Dei mostri, forse degli alieni. Suonano musica extraterrestre, un intenso di mix di elettronica, rock, industrial, post rock e tutto quello che potete vederci. È un qualcosa di travolgente, sublime: ci sono groove e ritmiche serrate,suoni pazzeschi, divagazioni, atmosfere intense e dense di ispirazioni.
Ho detto suonano. Sì suonano: di programmato ci sono solo i synth e qualche arpeggiatore, il resto è tutto sudore di braccia e mani. E si sente. L’energia è davvero tanta, ti pervade e ti invade come poche cose. Forse in molti storceranno il naso a sapere che è un act interamente strumentale: mi dispiace per voi, ma qua non c’è posto per le parole, l’organico soddisfa già a dovere ogni esigenza comunicativa.

Ora come ora mi accorgo di quanto questo sia il tipico disco che le parole servono davvero poco a descrivere: ogni brano è talmente ricco di spunti e di sonorità che riuscire a trovare una decina di frasi che li inglobi tutti è praticamente impossibile, almeno quanto descrivere ogni singolo brano. Rileggo le frasi che ho appena scritto: suonano un po’ ridicole rispetto alla potenza sonora che mi sta passando nelle orecchie, una misera briciola di un qualcosa di gigantesco.
Provate per credere: lasciatevi travolgere dalle ritmiche ipnotiche dell’opener “Carpet”, dalla disperata riflessività di “Carlabruni?” e dalle sonorità grezze di “Jazz Hammered”. Fate solo anche un salto sul tubo, sentitevi di due singoli apripista di questo primo lavoro omonimo, “Babi Yar” e “I Pusinanti” e lasciatevi conquistare.

Infine, chi sono questi Adam Carpet?

Due batterie, due bassi, chitarra e synth. Componenti dei Timoria, delle Vibrazioni e di altri gruppi di livello. Certamente dentro questi soggetti vivono dei mostri, forse degli alieni. Oltre a questo è di indubbio interesse la scelta del packaging di questo debutto: un box in carta riciclata contenete un codice per il download digitale, la t-shirt del gruppo e una seed-card, che una volta innaffiata diventerà un fiore.
È un progetto indubbiamente di avanguardia, sia scenicamente che musicalmente. Chiedo scusa per il senso di ineffabile che questa recensione trasmetterà, ma posso farci davvero poco.

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Mojo Filter – The Roadkill Songs

Written by Recensioni

Finalmente mi passa tra le mani un lavoro registrato in presa diretta! E si sente!
I nostri Mojo Filter, arrivati alla terza fatica, propongo un disco energico, vivo e sudato, decisamente molto ispirato. Se devo dire la verità, appena il loro nome mi è passato tra le mani mi sono prefigurato il classico lavoro hard rock, un po’ celebrativo, un po’ nostalgico e un po’ scopiazzato. E invece no, sono stato piacevolmente deluso.
La matrice è un rock duro, bello vintage, fatto di chitarre in overdrive grosse e ben definite, ritmiche semplici e dirette: il tutto viene condito da inserti psichedelici e deliranti che sanno impreziosire brani dall’impianto fondamentalmente tradizionale. Ed è qui la forza di questo “The Roadkill Songs”: l’inaspettato. Siete lì che vi gustate il vostro brano, a sospirare nel ricordo di epoche che non torneranno più quando arriva quella cosa che vi fa saltare sulla poltrona. “E questo cosa c’entra qua?” vi domandate spaventati. Allora fate ripartire la canzone da capo, ve la riascoltate con un po’ più di coscienza e di nuovo saltate sulla sedia: allo stupore, allo straniamento, fa posto l’aver compreso.
Prendente l’iniziale “The Girl I Love Has Got Brown Hair”. Incipit da manuale: rumore di jack che si infila nella chitarra, riff ruffiano, strofa-ritornello-riff-strofa-ritornello. E poi uno si aspetta l’assolo di chitarra, magari una ripresa del ritornello: e invece no! Delle trombe ci catapultano immediatamente in un blusettone swingato in cui la chitarra trova un suo spazio negli intrecci con gli ottoni. E poi il tutto sfuma. La successiva “Red Banana” si apre con un sitar, creando un atmosfera sognante ed orientaleggiante. È solo un attimo: parte subito il rock, intarsiato qua e là con divagazioni più psichedeliche. “Closer to the line” ha una sezione centrale di theremin che puzza di Led Zeppelin lontano un miglio: eppure i nostri non cadono mai nella copia spudorata, vivono di un manierismo che cerca di far proprio e di far rivivere un certo concetto di rock. Ed è proprio con i Led Zeppelin che mi sembra più ovvio tracciare un parallelo: la vena creativa, l’estro, l’abilità di divagare qua e là nel folk e nella sperimentazione elettronica, mantenendo un nucleo creativo stabile e ben definito, sono certo delle caratteristiche comuni ai due complessi. Non che voglia dire che i Mojo Filter siano i nuovi Led Zeppelin: dico solo che l’impianto creativo si muove in una direzione simile, difficile da prendere per la rigidità di certe strutture (e di certe opinioni) che alle volte il rock propina.
The Roadkill Songs” ti prende dall’inizio alla fine con la sua energia live, con i suoi momenti stranianti, con la sua bella produzione massiccia. Un lavoro strano, ma solo se lo ascoltate per sbaglio: prendetevi una mezz’ora di calma e abbandonatevi su questo disco!

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Lennon Kelly – Lennon Kelly Ep BOPS (recensioni tutte d’un fiato)

Written by Novità

Il bello della musica folk è che quando la combini con altre ispirazioni non perde di naturalità: in fin dei conti è una musica che arriva dal basso, dal cuore e dal senso popolare e quando trova commistioni sincere non può che guadagnarne. I nostri Lennon Kelly riescono a convincerci. Non aspettatevi certo l’EP che sconvolgerà la scena folk-punk italiana, ma comunque un lavoro solido, fresco e ispirato: tempi terzinati, ritmi in levare, violini e fisarmoniche sapranno sicuramente convolgervi, anche solo per quei due secondi in cui terrete il tempo con il piedino. A tutti quelli che Van de Sfroos parla in una lingua strana e che i MCR dopo un po’ li ho consumati, questa release fa per voi.

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