Gazzelle @ Monk Club, Roma 03.03.2017 [LIVE & PHOTO REPORT]

by Beatrice Ciuca

Lo ammetto. Sono andata al concerto di Gazzelle senza aver nemmeno mai visto una sua foto. Partivo dal presupposto che era uno degli svarioni sfigatelli italiani che tanto mi piacciono. Immaginavo una sala quasi deserta, il solito tizio seduto sullo sgabello con la chitarrina in mano che fissa il vuoto o che sta sempre a occhi bassi perché si vergogna del pubblico.
Capisco che c’è qualcosa che non va quando inizio a vedere una miriade di stecchetti con sopra un finto zucchero filato e la macchina per fare quello vero, di zucchero filato. Lo schermo rosa con la scritta “Gazzelle” svetta dal fondo della sala. E intorno a me aleggiano parole spaventose. Data zero. Sold out. Release party. E se c’è una cosa che mi hanno insegnato i concerti de Lo Stato Sociale è che quando è il pubblico a collaborare alla scenografia significa che c’è carenza da qualche altra parte. Sul palco, tanto per cominciare.

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Gazzelle, già Flavio Pardini, è romano così come il pubblico. E visto che i tecnici che gli ronzano attorno sembra stiano allestendo il palco per la reunion degli Zeppelin tergiversando senza ragione apparente, proprio da quel pubblico romano che notoriamente non te le manda a dire iniziano ad alzarsi coretti del tipo “Daje, Calcutta! Cosmo, facce ballà! Ma sona Motta??”, e solo quando si arriva ai cori da stadio – e io inizio a temere il passaggio successivo alle osterie – che lo spettacolo va a cominciare.
Dopo una breve incursione del musicista spalla, tale Giuseppe Catanzaro, ecco che Pardini si palesa in tutto il suo splend… no fermi tutti. È Moreno. Sì, è uguale a Moreno, quello scappato da Amici di Maria de Filippi. Alto quanto un mobiletto da bagno dell’Ikea, con la felpina dell’Adidas e la maglietta della Champion stirata di fresco (inizio a temere che il tipo si faccia anche sbrigare le faccende domestiche dalla mammina, da bravo figlio maschio italiano), le braccette tatuate, il piercing all’orecchio e la faccia da stronzetto piacione. Non suona nessuno strumento. E se possibile canta anche peggio di come suona. Uno con l’attitude da rapper senza Rap. Il concerto dura il tempo di una 0,5. Unico album, nove tracce che a livello musicale non portano proprio niente di nuovo alla già blasonata “scena romana” ma con i testi che hanno quelle paroline buttate a casaccio che creano tanto appeal tra le ragazzine allupate ai limiti dell’età legale per stare in giro la notte e che si fanno accompagnare da genitori di sesso maschile con facce annoiate e Slayer nelle orecchie. Sul palco anche un ospite d’eccezione, Leo Pari. Lui sì, sfigato vero e produttore dell’album dell’amico Gazzelle. Nel complesso una bella festa ma un concerto scarso.
E che ne sanno gli altri di quando ridevamo come matti? Ah no, guarda, io di sicuro proprio non lo so, sto ancora aspettando che esca dalle quinte lo sfigatino con la chitarra in mano che fissa il vuoto o che sta a occhi bassi perché si vergogna del pubblico.

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