Ulan Bator Tag Archive

Less Than a Cube – Less Than a Cube

Written by Recensioni

La presenza del sempiterno Amaury Cambuzat (Ulan Bator, Faust) alle chitarre della quarta traccia (“Blue Grass”) di questo omonimo disco d’esordio dei torinesi Less Than a Cube non sarà sufficiente a salvare un album che ha poche cose da dire e finisce per dirle malissimo. Nove brani che nelle intenzioni vorrebbero rileggere un passato vecchio vent’anni e più con rinnovata vitalità ma che finiscono con lo scimmiottare chitarre e distorsioni datate in maniera tutt’altro che apprezzabile. Lo scenario lo-fi nel quale tutto sembra inserirsi finisce per suonare piuttosto forzato che non voluto e, non solo suoni e melodie danno l’idea di scarsa ricercatezza e assente ispirazione, ma anche le qualità vocali di prima (Fabio Cubisino) e seconda (Alessia Praticò) voce, entrambe in inglese, finiscono per essere non certo di alto livello e sfiorano una sgradevolezza senza alcun fascino, come chi volesse imitare J Mascis più per necessità che per volontà e Peter Murphy più per superbia che per capacità. Tra le diverse analogie col passato riscontrabili in questo Less Than a Cube, oltre al già citato Alternative Rock anni Novanta (“Blue Grass”, “Revolution”), ritroviamo ritmiche Post Punk (“Dear Secret”) e dilatazioni chitarristiche Gothic Rock (“Not Forget”, Night Song”), reiterazioni Post Rock (“Escape Plan”), accenni Art/Experimental Rock e Slowcore tra Liars e Devastations (“The World On Fire”, “The Dust”) e sferzate Post Hardcore appena accennate (“Monovolt”).

Una marea di riferimenti buttati nel calderone con confusione, senza un preciso punto di arrivo nell’obiettivo, senza palesare alcuna capacità fuori dal comune, anzi, evidenziando una certa banalità d’ispirazione e nessun punto di forza peculiare. Dispiace metterlo nero su bianco ma questa volta il “vecchio” Cambuzat non potrà salvare i suoi figliocci dalla marea di sterilità in cui si sono immersi con le loro stesse mani.

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Chi Suona Stasera – Mini guida alla musica live – Marzo2016

Written by Eventi

“Chi suona stasera?”. Sarà capitato ad ogni appassionato di musica live di rivolgere ad un amico o ricevere dallo stesso questa domanda. Eh già, chi suona stasera? Cosa c’è in giro? Se avete le idee poco chiare sugli eventi da non perdere non vi preoccupate, potete dare un’occhiata alla nostra mini guida. Sappiamo bene che non è una guida esaustiva, e che tanti concerti mancano all’appello. Ma quelli che vi abbiamo segnalato, secondo noi, potrebbero davvero farvi tornare a casa con quella sensazione di appagamento,  soddisfazione e armonia col cosmo che si ha dopo un bel live. Ovviamente ci troverete dei nomi consolidati del panorama musicale italiano ed internazionale, ma anche tanti nomi di artisti emergenti che vale la pena seguire e supportare. Avete ancora qualche dubbio? Provate. Non dovete fare altro che esserci. Per tutto il resto, come sempre, ci penserà la musica.

Savages
13/03@Magazzini Generali, Milano
Unica data italiana per le londinesi, in tour per la presentazione del loro nuovo lavoro: Adore Life
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Hate & Merda
11/03@Cellar Theory, Napoli – 12/03@Dal Verme, Roma
18/03
@Artlab Occupato, Parma –  26/03@Wave, Misano Adriatico (RN) –
27/03
@CPA, Firenze
Il rumoroso duo fiorentino in tour con La Capitale del Male, il loro ultimo album
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Marnero
18/03@C.S.A. Next Emerso, Firenze – 19/03@Checkmate, Genova –
23/03@Artificerie Almagià, Ravenna – 24/03@TNT, Jesi (AN) –
25/03@La Mancha, Ruvo di Puglia (BA) –  06/03@Eliogabalo, Fasano (BR) –
27/03@Indian Bikers, Matera – 28/03@Masseria Foresta, Crispiano (TA)
In tour con l’ultimo capitolo (La Malora) della loro trilogia del fallimento
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Guignol
03/03@Rock’n’Roll, Milano – 12/03@Lilith Lab, Genova –
18/03@C.S.O.A. Cox 18, Milano (con Ulan Baltor) – 19/03@Open Book, Milano 24/03@Marmo, Roma – 25/03@Freedom Book and Music Bar, Battipaglia (SA) 26/03@Fashion Colls, Genova
La rock band milanese guidata dal suo leader Pier Adduce porta in cammino per la penisola il recentissimo Abile Labile
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Ulan Bator
11/03@Init, Roma – 12/03@Faq Live Music Club, Grosseto –
18/03 C.S.O.A. Cox 18, Milano (con Guignol)
i postrockers francesi guidati da Amaury Cambuzat in tour con il loro ultimo lavoro Abracadabra
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Lubomyr Melnyk
04/03@Masada, Milano – 05/03@Spazio Aereo, Venezia –
06/03@Panic Jazz Club, Marostica (VI)
Questi gli appuntamenti col compositore ucraino imperdibile per chi ama il minimalismo neoclassico
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Martello + Dr. Quentin
05/03@Garbage Live Club, Pratola Peligna (AQ)
Il primo è il vincitore di Arezzo Wave Marche dello scorso anno, il secondo è il vincitore di Arezzo Wave Abruzzo dello scorso anno. Insieme, al Garbage Live Club, per un live imperdibile
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Iosonouncane 
03/03@Metropolis, Bibbiano (RE) – 04/03@Officine Corsare, Torino – 05/03@Serraglio, Milano
Jacopo Incani ancora in tour con l’acclamato DIE tra i dischi più acclamati della scorsa annata
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Brothers in Law 
04/03@Gratis Club, Senigallia (PN) – 05/03@Ohibò, Milano
I pop-shoegazer pesaresi in tour col loro nuovo Raise, lavoro della definitiva consacrazione
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The Flying Madonnas
26/03@ Garbage Live Club, Pratola Peligna (AQ)
Ancora qualche data Live per gli psichedelici romani, prima dell’uscita del loro nuovo album in aprile – video

Money
07/03@Magnolia, Segrate (MI)
Unica data italiana per uno dei gruppi e dei lavori (Suicide Songs) più positivamente chiacchierati del periodo
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Anna Von Hausswolff
08/03@Circolo Meme, Padova – 09/03@Monk Club, Roma – 11/03 ARCI Bellezza, Milano
L’artista sevdese porta in Italia il suo neoclassicismo a tinte scure, da non perdere!
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Matt Elliott
10/03@Freakout, Bologna – 11/03@Astroclub, Fontanafredda (PN)
Per chi non pensa assolutamente che un concerto solo voce e chitarra sia solo capace di annoiare, e per tutti gli amanti della musica che emoziona
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Sorge
04/03@PnBox, Pordenone – 12/03@Glue, Firenze – 19/03@Covo Club, Bologna –
31/03 Latteria Molloy, Brescia
Nuovo progetto di Emidio Clementi per questa nuova avventura accompagnato da Marco Caldera
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Jon Spencer Blues Explosion
10/03@Locomotiv Club, Bologna – 11/03@Serendipity Playground, Foligno (PG) – 12/03@Auditorium Flog, Firenze – 14/03@Spazio211, Torino
Punk Rock Blues Noise e quant’altro con la storica band statunitense
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Bellows + Lippok 
14/03@Auditirum San Fedele, Milano
Imperdibile data unica, i Bellows sono il duo elettroacustico formato da Nicola Ratti e Giuseppe Ielasi, Lippock è artista elettronico di casa Ruster-Norton
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C’mon Tigre
10/03@Monk Club, Roma – 11/03@Teatro La Nuova Fenice, Osimo (AN)
Due appuntamenti con la musica dei C’mon Tigre e i cortometraggi d’animazione del maestro Gianluigi Toccafondo fusi in un unico corpo
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Battles
30/03@Piper Club, Roma
Il supergruppo newyorkese presenta il suo ultimo album in occasione della preview di Spring Attitude Festival 2016
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Terzo Piano
7/03@CellarTheory Live, Napoli – 17/03@Zazzabar di Miglia, Carpi
18/03@Valvola, Orvieto – 19/03@Garbage Live Club,Pratola Peligna(AQ)
25/03@Cafè Retro,Petramelara (CE) – 26/03@LongoTherapy,Longobardi(CS)
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La Band della Settimana: Egle Sommacal

Written by Novità

Esordisce nei primi anni ottanta con un gruppo chiamato Detriti, poi, trasferitosi a Bologna, nel 1992 entra a far parte dei Massimo Volume con i quali suona per quattro dischi fino al 2001, anno di scioglimento del gruppo. Dal 2002 al 2004 collabora con il gruppo post rock italo-francese degli Ulan Bator. “Gravità” è il secondo video tratto da Il Cielo Si Sta Oscurando, terza opera solista di Egle Sommacal. Il video, diretto da Mirco Pellizzaro, chiude idealmente un percorso lungo un anno, in cui Egle ha portato la sua chitarra acustica sui palchi di tutta Italia, con un tour che ha superato le settanta date. Protagonisti della metà destra del video sono Francesca Pizzo e Angelo Casarrubia, ovvero i Melampus.

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Indie Rocket Festival: conferenza stampa

Written by Senza categoria

Anche Rockambula ha voluto essere presente alla conferenza stampa di introduzione all’Indie Rocket Festival, importante evento musicale abruzzese  giunto alla sua dodicesima edizione che da sempre attira migliaia di giovani da ogni parte d’Italia. E c’è persino chi viene dall’estero attirato dal programma della manifestazione che in passato ha ospitato anche grandi nomi quali Laua Veirs, The Red Krayola, Archie Bronson Outfit, These New Puritans, Gang Of
Four, Poni Hoax, Ulan Bator e tanti altri che non menzioniamo solo per motivi di spazio. Riportiamo di seguito gli interventi degli assessori del comune di Pescara, Giovanni Di Iacovo, Giacomo Cuzzi e Adelchi Sulpizio, del “deus ex machina” del festival, Paolo Visci, e di una sua stretta collaboratrice, Daniela Santroni.

Giovanni Di Iacovo: “L’Indie Rocket  Festival ritorna nel Parco Caserma Di Cocco dopo alcuni anni di esilio forzato; esso è uno dei festival più importanti che abbiamo in questa regione per diversi motivi. Io gli sono molto affezionato sia perché lo frequento dalle prime edizioni sia perché è nato dalla passione di
un ragazzo, Paolo Visci, che organizzava concerti nei locali della nostra regione con gruppi anche stranieri che ad un certo punto  ha realizzato il suo sogno: realizzare un festival completamente dedicato ai generi musicali a lui più affini partendo dal basso. Ora la sua creatura è cresciuta nel tempo, aggiungendo associazioni e volontari, rappresentando una cosa talmente sincera, nuova ed interessante per questa città e questa regione e diventando uno degli appuntamenti musicali indipendenti più importanti della nostra penisola. L’Indie Rocket Festival attrae infatti anche molti turisti e questa è una cosa da non sottovalutare perché spesso perdiamo la dimensione di ciò che facciamo e quando un’idea o un progetto come questo fa venire macchine e pullman da fuori vuol dire che supera il dna locale ed è di interesse nazionale. Questa edizione sarà, a mio avviso, fra le più belle in assoluto, non tanto per il programma quanto per la location scelta; tutto ciò è stato possibile grazie anche alla collaborazione con l’assessore al turismo e con l’assessore ai parchi pubblici che hanno così sfatato il mito che non è possibile fare cultura nei parchi. Siamo riusciti con non pochi sforzi però a riportare questa realtà nel luogo migliore per godercelo al meglio”

Giacomo Cuzzi: “Quello dell’Indie Rocket è un graditissimo ritorno, in una location importante, in una zona che però non è solita ospitare eventi. Noi abbiamo un budget purtroppo molto ristretto ma siamo riusciti nonostante ciò ad organizzare in un anno oltre 350 manifestazioni e quest’estate abbiamo un programma degno di questa città. Siamo riusciti ad intercettare il dinamismo delle nuove generazioni attraverso grandi appuntamenti come questo; sarà una stagione infatti molto ricca di eventi e sono molto contento che essa inizi proprio con l’Indie Rocket che contribuirà a rivitalizzare la vita locale”.

Paolo Visci “L’Indie Rocket si regge grazie al lavoro gratuito dei volontari e ad una rete di sponsor locali che ci supportano e che comunque non risponderà neanche al 10% del nostro budget complessivo (che è in questo momento intorno ai 40000 euro); voglio però pubblicamente ringraziare i tre assessori qui presenti per il supporto datoci. Oltre a una campagna di sensibilizzazione nei confronti del luogo che ci ospita abbiamo subito pensato anche a un’apertura gratuita al pubblico fino alle nove di sera; la nostra idea era che fino a una cert’ora il parco dovesse essere fruibile da tutti; successivamente ci sarà un biglietto di soli cinque euro o un abbonamento alla tre giorni di dieci euro ; abbiamo inoltre previsto una fitta rete di eventi collaterali perché ormai il nostro pubblico è cresciuto, ha prole e quindi siamo attrezzati anche con attività per i bambini (previste dalle cinque alle otto di sera); la parte musicale inizierà invece alle sette di pomeriggio e andrà avanti fino all’una circa, orario previsto per l’headliner; farà eccezione la domenica la cui chiusura è prevista per la mezzanotte e un quarto circa. Ci rendiamo conto che il parco sorge in una zona fortemente urbanizzata ed abbiamo cercato di venire incontro alle esigenze dei residenti, rivolgendo il palco e le casse verso il lato di Viale Pindaro; non ci dovrebbero essere polemiche di nessun tipo ma ormai ci siamo abituati; cercheremo di evitarle grazie anche al lavoro dei ragazzi dello staff (tutti volontari). Noi lo definiamo un festival senza headliner, è ovvio che con budget più alti si sarebbero potute fare anche altre scelte, ma anche noi abbiamo nomi di richiamo all’interno di un circuito alternativo ed indipendente; ricevo ogni giorno complimenti per quanto riguarda la line up che è una delle più interessanti proposte qui in Italia e che viene scelta insieme agli altri ragazzi dello staff”

Adelchi Sulpizio: “Ringrazio innanzitutto tutti gli organizzatori; quando sono venuti a portarmi quest’idea ne sono rimasto subito attratto ma ho avuto anche un po’ paura, per via della location, su cui hanno pesato alcune scelte dell’amministrazione locale; mi è stato garantito però che sarà lasciata migliore di come verrà trovata inizialmente; da parte nostra abbiamo già predisposto tutte le opere di manutenzione; abbiamo poca disponibilità economica ma abbiamo anche 56 parchi (dalla scorsa settimana ne abbiamo infatti uno in più) che vengono dignitosamente mantenuti; l’immagine di parco che abbiamo noi è quella di un luogo aperto alla collettività e a questi eventi; non mancherò di presenziare anche io perché ricordo che quando ero più giovane suonavo pure io”

Daniela Santroni: “Io credo che l’Indie Rocket Festival non è un patrimonio dell’umanità ma della gioventù; in dodici anni per noi è stato importante conoscere decine e decine di ragazzi che lavoano in veste di volontari ad ogni edizione; ognuno di essi infatti si riconosce all’interno dello spirito del festival, donando sé stesso e partecipando anche alle decisioni importanti; questa cosa è un valore aggiunto molto prezioso per noi e sicuramente un fattore unico nel panorama regionale ed extraregionale; parliamo infatti di circa cinquanta unità (a cui si aggiungono ogni anno una ventina) che ci mettono passione e cuoe in ciò che fanno non solo durante la tre giorni ma anche durante il periodo precedente al festival”.

Riportiamo qui di seguito il programma completo dell’Indie Rocket Festival 2015:

26 Giugno

LA BATTERIA 19:00
SONIC JESUS 20:00
MESSER CHUPS 21:00
TUBELIGHT 22:00
LAY LLAMAS 23:00
ZOMBIE ZOMBIE 00:00

27 Giugno

LILIA 19:00
YOUAREHERE 19:45
YAKAMOTO KOTZUGA 20:50
NIAGARA 21:55
POPULOUS 23:00
ELEKTRO GUZZI 00:05
28 Giugno

YES WE JAM + Guests 19:00
MVSATT&DEDB 21:00
GO DUGONG 22:05
DEBRUIT 23:15

Per informazioni:

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Amaury Cambuzat – Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator

Written by Recensioni

C’è tanto dietro una chitarra acustica, c’è il cuore e la passione, ci sono dita consumate, c’è soprattutto un uomo. Amaury Cambuzat imbraccia la chitarra e ripropone dei (vecchi) brani degli Ulan Bator (tra il 1997 e il 2010), ecco come prende vita (oltre la campagna crowdfunding) il disco Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator. Conosco bene le produzioni di Amaury, le ho sempre considerate come capi saldi della sperimentazione, un musicista capace di trasformarsi sempre, anche in veste di produttore. La sua arte musicale è geniale, vertiginosa, non si ha mai la sensazione di ascoltare qualcosa di stantio. Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator suona sorprendentemente bene nonostante la non “originalità” dei pezzi, il suo è un magico approccio alla composizione. Parlavamo prima della capacità di Cambuzat di trovare sempre nuovi stimoli artistici, basterebbe riascoltare i dischi degli Ulan Bator per rendersi conto delle variegate soluzioni proposte. Ma questa volta c’è qualcosa di veramente innovativo nella produzione dell’artista francese, qualcosa di insolito: la sessione acustica. Esatto, questa volta si appende la chitarra elettrica al chiodo, quella capace di buttarci dall’inferno al paradiso nello stesso attimo, questa volta si suona in acustico. Il disco parte con “La Joueuse de Tambour” (Ego:Echo), mi lascio conquistare dagli arpeggi, dalla chitarra multiforme, da una voce calda che trasmette tranquillità. Ho sempre adorato le rivisitazioni dei brani in chiave acustica, un feticcio che mi porto dietro da sempre. Accarezzo il cielo irrespirabile, mi alzo per camminare quando l’impazienza inizia a diventare insopportabile, “La Lumière Blanche” (Vegetale). Continuo a seguire sempre la stessa linea di emozioni, il binario è fisso davanti a me, non posso sbagliare, una stretta al cuore mi arriva con “Hiver” (Ego:Echo), per continuare incessante con “Terrosime Erotìque” (Nouvel Air). Perché essere artisti completi, come Amaury Cambuzat, comporta la responsabilità dello stato emozionale altrui, la possibilità di modificarlo, mi sento i nervi scoperti quando ascolto “Along the Borderline”(pezzo inedito). Ora potrei piangere ed urlare, potrei sentirmi vivo, potrei vivere di ricordi senza voglia di futuro. Amaury Cambuzat Plays Ulan Bator si attacca alla pelle, inizia a consumarla per poi entrare dentro, si fonde al cuore. Un disco quadrato nonostante tutte le regole delle banali canzonette vengano a mancare, il duemilaquindici inizia con forti emozioni (il disco è del 2014), armiamoci di grandi aspettative e lasciamoci conquistare da questo album. Io questo genere di lavori ho imparato a definirli grandiosi, perché quando la musica ti entra dentro non può che essere importante. Amaury Cambuzat entra dentro come pochi altri, la conferma di un grande artista. Vogliamo dargli tutta l’importanza che merita? La musica non può fare a meno di lui.

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The Marigold – Kanaval

Written by Recensioni

Evito di fare inutili giri di parole, tanto servono a ben poco, aspettavo il terzo disco dei The Marigold come un bambino degli anni 80 aspettava Carnevale. Ero preso da una forte curiosità, ero quasi indisponente verso la scena Post Rock italiana, sapevo che il loro disco mi avrebbe fatto contento. Ecco Kanaval, uscito alla metà di Dicembre negli USA per la Already Dead Tapes & Records di Chicago e in Europa per la DeAmbula Records, Riff Records, la belga Hyphen Records e Icore Prod (prendo in prestito qualche riga dal comunicato stampa). In Kanaval collaborano artisti esageratamente sperimentali come Amaury Cambuzat (Ulan Bator, Faust), Gioele Valenti (Herself), mentre mix, mastering e produzione sono portati a termine niente di meno che da Toshi Kasai dei Melvins (che ha anche suonato nel disco). Siamo tutti d’accordo che già le buone premesse senza ascoltare il disco ci sono praticamente tutte? Almeno gli incredienti sembrano essere di eccelsa qualità. Poi inizia l’ascolto, le atmosfere iniziano ad assumere strane connotazioni, usciamo dal mondo reale per attraversare il confine che porta sul pianeta dei The Marigold, “Organ-Grinder”. Chitarroni pesanti come macigni, distorsioni indiavolate, provo brividi nell’ascoltare “Magmantra”. Grunge affetto da una malattia incurabile in “Sick Transit Gloria Mundi”, noise, il pezzo è anche cantato (cosa rara nel disco), la ritmica riesce a portarsi via le ormai deboli ossa del collo. Kanaval diffonde nel mio corpo forti sensazioni contrastanti, voglia di subire, voglia di arrogarmi il diritto di essere il padrone dell’intero mondo. Sento il bisogno di piangere, subito dopo rido in maniera istericamente incontrollata. Particolarmente in “Third, Melancholia”, avverto una forte complicazione del sistema nervoso, saranno gli effetti lanciati a disegnare infiniti cerchi concentrici che spappolano tutto il sistema emotivo. Non capisco bene il perché ma perdo facilmente il controllo, ho sempre il fiato sul collo (“So Say We All”). A chiudere il lavoro “Demon Leech”, una cavalcata mentale lunga quasi dieci minuti durante i quali le emozioni assumeranno i comportamenti più disparati, una paralisi del corpo scatena una iperattività del cervello. I The Marigold sanno sperimentare come pochi in Italia, sanno contornarsi di artisti importanti, ogni loro disco rappresenta sempre una sorpresa. La banalità non esiste nel dna di questa band, hanno la capacità di trascinare l’ascoltatore dove vogliono, hanno il potere di scrivere grandi dischi, hanno il difetto di essere italiani. Kanaval è un grande disco, poca roba raggiunge questi livelli in Italia, iniziamo a valorizzare quello che realmente vale.

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Bliss, quinto disco per i Captain Mantell.

Written by Senza categoria

Bliss è il titolo del quinto album dei Captain Mantell, power trio guidato da Tommaso Mantelli (omonimo del Capitano Thomas Mantell, primo pilota a morire inseguendo un UFO). Un lavoro ispirato alle radici del Rock che rappresenta un deciso punto di svolta stilistica per la band. La matrice compositiva rimane la medesima di sempre, Pop ma capace di soluzioni sempre originali. Il raggio d’azione pero’ si muove verso orizzonti piu’ vasti, anche grazie all’introduzione del sassofono, capace di evocare nuove suggestioni. La versatilità compositiva della band emerge più che mai, come una macchina del tempo impazzita attraverso la storia del Rock che salta dai King Crimson a Jack White, dai Beatles ai Nirvana, da John Zorn a Jeff Buckley. Le ritmiche potenti dell’Ammiraglio Dix, il sassofono sperimentale del Sergente Zags, i riff di chitarra che sembrano usciti dall’epoca d’oro del Rock creano delle basi sonore perfette per la voce del Capitano Mantell, espressiva ed efficace nei pezzi piu’ tirati come nelle ballad. I testi, cupi e disincantati ma con una vena di speranza ci accompagnano poeticamente alla ricerca della beatitudine (Bliss) intesa come evasione dallo stile di vita moderno e simbolicamente rappresentata attraverso la rivincita sulle rigide regole delle macchine elettroniche che fino ad ora avevano governato il suono della ciurma. Registrato e mixato nel 2014 tra Veneto e Abruzzo il disco vede anche la partecipazione di graditi ospiti quali Liam McKahey (Liam McKahey and the Bodies, Cousteau) che regala una sublime traccia vocale su “Side On”, Nicola Manzan (Bologna Violenta, Menace, Ulan Bator) che mette il suo tocco nell’arrangiamento di alcuni brani, la violenza dei Bleeding Eyes e la pazzia di DJ Muto. Il disco sarà pubblicato in vinile, CD e free download il 10 novembre 2014 da una cordata di etichette indipendenti formata da Dischi Bervisti, Overdrive Rec, Dreamingorilla Rec e Xnot You Xme (distribuito da Audioglobe).

TRACKLIST
01 – Love/hate
02 – The ending hour
03 – Wait for the rain
04 – The day we waited for
05 – Side on (feat. Liam McKahey)
06 – Dead man’s hand
07 – Ugly boy
08 – Better late than now
09 – First easy come then easy go
10 – Picture me floating
11 – To keep you in me
12 – With my mess around
13 – The age of black
14 – Won’t stop
15 – Bliss (bonus track)

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Il Mercato Nero – Società Drastica

Written by Recensioni

Il Mercato Nero è il frutto di un ménage à trois collaudato, quello tra Manuel Fabbro, basso e voce, Matteo Dainese a completare la sezione ritmica ed Egle Sommacal, chitarrista storico dei Massimo Volume. Ex militanti negli Ulan Bator, intraprendono ora la via del Hip Hop. La scelta è apparentemente distante dalla prima esperienza insieme, ma al termine  dell’ascolto di Società Drastica non lo sembrerà più tanto. Il fatto che sia suonato è già di per sé una caratteristica insolita per un disco Rap. Un’esercitazioneche rivela che una convivenza tra la buona musica e l’mcing non solo è possibile ma è anche valida.

I tre si avvicinano al genere con aria reverenziale da neofiti, tanto quanto basta a far pensare che siano stati loro i primi scettici riguardo alla convivenza di cui sopra. Dj Gruff è diventato il mio analista, dice Fabbro in “Passo Falso”, brano di intro che è una sorta di prologo dell’intero progetto. In effetti le atmosfere acide evocano gli anni 90 dei Sangue Misto. La metrica però è più torbida e il linguaggio eccessivo, lontano dallo slang americanizzato, al massimo troverete slang veneto (lo scheo di cui si parla in “Tossico” confesso di averlo googlato, e al di là del significato la scoperta più emozionante è stata che di Wikipedia esiste anche la versione in lingua veneta). L’album dipinge così, senza troppi filtri,scenari sociali disturbanti ed attuali, frammenti sin troppo comuni di quella Società Drastica che non ho capito cosa mangia ma mastica (“Esche Vive”, il singolo che accompagna l’uscita del disco).

Hip Hop old school, per le tematiche e la disillusione con cui le affronta, ma figlio del nuovo millennio, con l’elettronica che sostituisce le manipolazioni analogiche della tradizione. L’elettronica è quella di Dainese, all’attivo con un progetto solista dai connotati Alt Pop in cui è noto come Il Cane. Il cantato di Fabbro ruba la metrica al Rap ma spesso si fa cupo, perde in ritmo e muta in un fluido spoken. Sommacal lega il tutto con la persuasione evocativa del Rock. In ogni traccia l’apparato strumentale è ricco e sperimentale (la tromba sul ritornello di “Saccopelista”, la marimba in “Automobile”). Da un certo punto in poi il ritmo serrato delle prime tracce lascia spazio a sonorità più morbide. “Nduja”, dispetto del titolo, ha un sapore tutt’altro che aggressivo, un cupo rimuginare sulle contraddizioni del Bel Paese, sull’atmosfera inquieta e onirica creata da un Fender Rhodes.

Ad uno sguardo complessivo, paradossalmente,la qualità del sound penalizza l’ascolto complessivo perchè ruba la scena ai testi, chein molti frangenti non reggono il confronto e finiscono per scorrere via inosservati. Lo ribadisce al termine del disco la ghost track strumentale, fatta di archi sapientemente attorcigliati su suoni sintetici. Nonostante questo divario, Società Drastica èuna singolare declinazione del Rap che ha le carte in regola per convincere anche i meno avvezzi al genere, a tutti gli effetti un riuscito esperimento Crossover.

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Supervixens – Nature and Culture

Written by Recensioni

Esiste un animo noir nella musica italiana, un turbine violento lanciato senza controllo, una materia acida spalmata sgarbatamente sopra appiccicose sensazione. Il dolore non sempre porta devastazione. Debutto discografico al veleno per i toscani Supervixens con Nature and Culture, solito prodotto dell’avanguardista Amaury Cambuzat (Ulan Bator), ormai marchio di garanzia della sperimentazione del suono. Il cervello perde pezzi durante la tempesta di chitarre che si scatena in “O”, lampi elettronici esplodono senza controllo e senza grazia. Batterie impazzite alla ricerca d’inconcludenti reazioni razionali. Oggi è tornato il gelo, tanto gelo. Poi mi spacco l’osso del collo e non capisco perché certe innovazioni musicali non decidano quasi mai le sorti della musica italiana. Nessuna traccia di tranquillità, un continuo stato di agitazione pervade le vene, il ritratto di una generazione incontrollabile in “I”. Interessante l’introduzione sorniona che lascia sempre nell’aria un pericolo imminente, qualcosa potrebbe scoppiare da un momento all’altro, rimango in attesa. Inizia a fare troppo caldo, insopportabile cappio alla gola. Fabbriche, fumo grigio e cemento nelle composizioni sonore più indescrivibili che neanche il genio di Barry Truax. Ferraglie scaraventate a terra e respiro affannoso per un finale al cardiopalma. Terrificante Industrial alla Oomph! (a velocità triplicata).

Un massacro emotivo che dura oltre dodici minuti. Molto più orecchiabile (per usare un termine normalmente scemo) “Chromo”, parecchia batteria ad arrampicarsi sulle corde lanciate tese dalle chitarre, sembra quasi di ascoltare un altro disco almeno all’inizio. Poi violenza, tanta violenza da rabbrividire. Inizia a fare sempre più freddo nel mondo dei Supervixens, continuo cambio di temperatura. Bisogna fare una pausa, è tutto troppo impegnativo da tirare di botto, manca ancora un pezzo e già sento di essere soddisfatto, potrei anche farne a meno ma ormai sono rapito dal vortice e vado avanti dritto per la mia strada fantastica. Come in un bosco malvagio a cacciare streghe malefiche. “Loud! Loud! Loud!” spara proiettili alla rinfusa, pezzo duro e legnoso dalle movenze grezze, poi cambia la mia sensazione, e cambia ancora. Come sentirsi degli stronzi inerti nel buco del culo del mondo, manca la forza di reazione. Mi lascio divorare. Nature and Culture dei Supervixens è un lavoro intenso completamente strumentale, figlio desiderato del produttore e chitarrista già citato (ma lo voglio citare ancora) Amaury Cambuzat, un prodotto bello e difficile. L’ascolto non risulterà sicuramente facile, Nature and Culture pesa quintalate d’innovazione. Poi i Supervixens non sono certo componenti di questa terra, le loro proiezioni superano di molto le aspettative della scena underground musicale italiana, in generale tutte le produzioni Acid Cobra sono l’estremizzazione della sperimentazione. Una bomba esplode senza dare preavviso, questo disco racchiude l’essenza di una gelida giornata d’inverno a quaranta gradi. Inizio ad amarli, inizio ad avere paura dei Supervixens.

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Gli Anni Luce – Mr. Kiss

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Noise Rock come non ci fosse un domani. Mr. Kiss è il disco d’esordio del trio strumentale Gli Anni Luce dove troviamo la piacevole presenza di Bruno Germano dei Settlefish, quanti ricordi dal sapore Indie, il buon vecchio Indie (lasciamo perdere le lacrimuccie, ormai siamo diventati grandi uomini maturi dalle elevate prospettive culturali). Cinque pezzi che prendono vita su vinile per esaltarne le qualità del suono, cinque pezzi di prepotente avanguardia che non lasciano spazio a riposi mentali (la mente vive uno strano vincolo di abbandono). Mr. Kiss tira di brutto dall’inizio alla fine senza sosta, un disco dalle diaboliche ispirazioni. Si parte con “Scaricatori di Porno” e le situazioni metalliche iniziano ad impadronirsi di un ascoltatore rapito e senza scampo, basso e batteria come spietati orologi del miglior Dalí a definire sonorità Post Rock. Le chitarre esplodono in tempesta, una devastazione incontrollata e poi di nuovo la quiete.

Tutto per ben oltre cinque minuti. “Il Ciccione Viaggiatore” inizia con una calma quasi impaziente, un suono caldo inizia ad avvolgere quello che potrebbe essere un viaggio interstellare, Gli Anni Luce mettono il tocchetto di genialità quando è necessario metterlo senza rendere mai il pezzo pesantone e stantio. Le chitarre chiamano luce, tutto il resto lancia ombra. Questo pezzo emette un suono incontrollato per oltre dieci minuti, ne rimane una condizione di torpore mentale. “Bello Anzi Bellissimo” non è un complimento esagerato al disco (che comunque lo merita) mai il terzo pezzo di Mr. Kiss, Ambient esasperato al massimo delle possibilità, non arriva mai l’esplosione delle chitarre a cui eravamo abituati nelle incisioni precedenti, si vive un innaturale imposizione di angoscia e il mio pensiero inevitabilmente vola verso gli Ulan Bator ma forse sono solo considerazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto completamente diverso nella martellante “Le Reni di Babbo Natale”, ancora molto Post Rock, sempre singolari nelle scelte che in questo brano ci tengono col fiato tirato per appena due minuti. Mr. Kiss chiude le proprie porte con una nostalgica “2323”, una dolce ricerca dell’interiorità caratterizzata da sperimentali giochi sonori e poi come un fulmine a ciel sereno una chitarra spezza la pace, ma è solo questione di un secondo. Soltanto un secondo. Un alternarsi tra bianco e nero, si gioca con la luce, con i sentimenti, con la razionalità. Gli Anni Luce presentano un esordio discografico di grande impatto tecnico ed emotivo, la soluzione più congeniale alla musica alternativa italiana, poi con aria vergognosamente fighetta e rassegnata non andate a raccontare in giro che in Italia la musica e morta. Gli Anni Luce sono la risposta alla “falsa” crisi creativa in Italia, Mr. Kiss è senza nessun ripensamento un discone.

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Ulan Bator – En France/En Transe

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Forse non sarà un caso se Michael Gira degli Swans ha definito gli Ulan Bator una delle migliori band francesi degli ultimi trecento anni, forse ne sarà contento il mentore tutto fare Amaury Cambuzat, forse dobbiamo essere contenti un pochino tutti quanti quando questi francesi decidono di entrare in studio di registrazione. Lo hanno fatto ancora e questa volta il loro disco En France/En Transe stravolge completamente le regole del suono caricando pericolosamente a morte una molla pronta a schizzarti sulla faccia. Si sente molto la ricerca del suono e la mano del (anche) produttore Cambuzat non lascia mai niente al caso, minuziose ricerche sonore per garantire un effetto suggestivo e innaturale. En France/En Transe è un lavoro decisamente non umano, uno stravolgimento surreale della realtà, maniacale cura delle piccole sfaccettature dove il diavolo riesce a nascondersi per dare quel tocco “bastardo” al sound del disco. Perché diciamo pure sinceramente che le band che riescono ad avere quei “suoni” sono veramente poche, una dote che distingue nettamente gli Ulan Bator da tutto il resto, loro ne sono consapevoli e sfoggiano questa loro grandezza ad ogni produzione. Questo album in particolare è un vortice irrequieto di sensazioni forti, lo stomaco stringe forte per tutta la sua durata non lasciando mai spazio alla tranquillità, un totale stato di agitazione dalla quale non si riesce ad uscire con le proprie forze. Già dal primo pezzo “Take Off” la sensazione di soffocamento è fortissima, nel seguire del disco le chitarre sono rovinosamente belle e la ritmica è talmente sporca da piacere all’infinito, un concept quasi interamente strumentale con gorgheggi vocali ai limiti della normalità.

E’ sempre bello avere a che fare con dischi di questo livello, è sempre particolarmente bello ascoltare le opere di musicisti di indiscusso talento continuare a scrivere pezzi di questa caratura nonostante tantissimi anni di musica sulle spalle (li ricordo in tour con i CSI tantissimo tempo fa), la voglia di rimettersi continuamente in discussione sembra essere il patto che gli Ulan Bator hanno stretto con il demonio, lo stesso che rende diabolici i brani di En France/En Transe. Il paradiso è tutta un’altra cosa, la musica rock non gli appartiene, a questa band piace scaldarsi tra le fiamme rosse della passione. Lasciamoci conquistare dalla musica degli Ulan Bator buttandoci nell’ascolto di questo disco in completo abbandono e con l’intenzione seria di farsi del male, una mantide pronta a sferrare un colpo mortale, una band da ammirare e portare alta tra le glorie della musica moderna. Gli Ulan Bator dimostrano di essere più vivi che mai registrando un disco superlativo sotto ogni punto di vista,  En France/En Transe supera tutti i concetti di sperimentazione, provatelo e rimarrete schiacciati. Se cercate ancora qualcosa di emozionante nella musica questa è l’occasione che non potete lasciarvi scappare, c’è veramente tanto da imparare da questi maledetti francesi.

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