Rolling Stones Tag Archive

Scottish Winds – Intervista a Vic Galloway (BBC Radio) [ITA/ENG]

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Una cavalcata dentro la scena musicale scozzese dagli anni ’80 fino ai giorni nostri. E tante curiosità e racconti di un broadcaster di BBC Radio…
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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #16.06.2017

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L’immenso Club to Club 2016

Written by Live Report

Il mio Club to Club inizia qualche mese fa, quando, durante una serata al Garbage Live Club di Pratola Peligna dedicata alla Warp Records, un mio amico dj e futuro compagno di avventura a Torino, viene da me con entusiasmo fanciullesco e mi dice: “Oh, a novembre si parte”. “E dove si va?”, faccio io. “Al Club to Club; ci sono gli Swans“. “E chi altro?” dico. Lacrime agli occhi ed eccitazione alle stelle. “Autechre e Amnesia Scanner bastano?”. Basteranno.

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Rolling Stones 50X20

Written by Senza categoria

Dopo i libri fotografici dedicati a Bob Dylan, Freddie Mercury e Bruce Springsteen Magazzini Salani pubblica Rolling Stones 50×20, il libro che celebra i 50 anni di carriera della Rock band attraverso i ritratti di 20 tra i più noti fotografi musicali di sempre. Questa preziosa raccolta di oltre ottanta fotografie in bianco e nero e a colori testimonia la longevità e la fama a livello mondiale della band inglese composta dai celebri musicisti Mick Jagger (voce, armonica), Keith Richards (chitarre, voce), Ronnie Wood (chitarre, cori) e Charlie Watts (batteria, percussioni). In sequenza cronologica, le immagini sono accompagnate da un breve testo a firma di ciascun fotografo, che rivela retroscena inediti e ricordi personali legati a ogni scatto. Cinque decadi dopo, quella “pietra rotolante” è ancora in movimento. La storia formidabile degli Stones è il fulcro di questo libro. È la storia che le foto qui raccolte documentano nei suoi tratti salienti. I Rolling Stones non ci hanno lasciato solo il miglior Rock ‘n’ Roll che si possa ascoltare, ma ci hanno trasmesso anche molto a cui guardare attentamente.

Questo libro è un omaggio alla più grande rock ‘n’ roll band del mondo.

(Dall’introduzione di Chris Murray)

I Rolling Stones sono la quintessenza del Rock ‘n’ Roll. E del Rock ‘n’ Roll hanno abbracciato, sfidato, distorto – e in fin dei conti incarnato – ogni stereotipo possibile e immaginabile. Probabilmente avrebbero potuto farlo senza suonare neppure un accordo.  Ne è testimone questo libro che è sì silenzioso, ma tuttavia clamoroso, scatenato, chiassoso, esuberante, pericoloso: tutte qualità legate alla musica degli Stones e alla loro vita, ma decisamente appropriate al loro aspetto. Come la loro musica, lo stile dei Rolling Stones è audace ed elettrizzante. Guardarli è in fondo un po’ come ascoltarli.

(Dalla prefazione di Richard Harrington)

I 20 straordinari fotografi che hanno immortalato gli Stones sono: Fernando Aceves, Bob Bonis, Michael Cooper, Gus Coral, William Coupon, Barry Feinstein, David Fenton, Claude Gassian, Bob Gruen, Ross Halfin, Michael Joseph, Eddie Kramer, Chris Makos, Gered Mankowitz, Jan Olofsson, Michael Putland, Mark Seliger, Eric Swayne, Mark Weiss e Baron Wolman.

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La Nevrosi

Written by Interviste

Ciao ragazzi, volete spiegarci bene che tipo di band è La Nevrosi? Fateci un quadro completo della vostra musica.

Siamo un gruppo Pop Rock napoletano composto da quattro  elementi:  Antonio Cicco (voce), Enzo Russo (chitarra), Marcella Brigida (basso), Giulia Ritornello (batteria). La nostra musica ha un sound British, né troppo Rock, né troppo Pop, magari “poco italiano” ma in lingua italiana.

Avete fiducia nella scena musicale italiana oppure è meglio togliere le tende e provare all’estero?

Come in qualsiasi campo devi credere in quel che fai altrimenti è inutile iniziare. Certo,  il panorama musicale italiano non regala molte speranze. Basta accendere la radio per accorgersi la poca apertura verso il mondo emergente e, quello che c’è di nuovo proviene dai talent show, un prodotto sicuro, già testato dagli ascolti in tv. Utilizziamo l’italiano per esprimerci e quindi non abbiamo mai pensato di provare all’estero. Il problema di fondo della musica italiana è lo stesso che ad esempio attanaglia il calcio nostrano. Non è la “materia prima” che manca ma la voglia di scoprire, di cercare, di rischiare, di investire. Risulta poi estremamente selettivo, lo sforzo economico a cui deve sottoporsi un artista affinché possa sentire un proprio brano passare in radio,  una propria recensione pubblicata sui magazine del settore che si va a sommare a quello per la realizzazione dell’album, dei videoclip. Molte band muoiono proprio perché non riescono a sostenere tali spese.

Il vostro disco d’esordio Altro che Baghdad, come sta andando? Ci fate una piccola recensione in tre righe?

Da quando è uscito Altro Che Baghdad, siamo orgogliosi di affermare che non abbiamo mai avuto una recensione o un commento negativo. Certo, il bacino di utenza che siamo riusciti a raggiungere è limitato ma non possiamo lamentarci. In verità ci sono state anche alcune critiche ma del tutto costruttive e condivisibili. Anche le vendite sembrano non andar male. Oltre a quelle effettuate tramite il circuito Believe Digital di cui non abbiamo ancora i dati, quotidianamente ci contattano su Facebook per ordinare una copia del nostro lavoro. L’album è caratterizzato da atmosfere ansiogene vestite degli abiti dell’Alternative Rock contaminato con l’Elettronica ed il Progressive che danno al sound un sapore britannico. Le immagini veloci e spesso cinematografiche che emergono dai testi rabbiosi ma anche dolci e romantici, raccontano di disagi, amori, passioni e ribellioni.

Pensate che qualcuno non abbia colto tutto quello che c’era da cogliere nella vostra musica oppure tutto è stato recepito?

Sia nei testi che nella musica abbiamo cercato di non essere “complessi”, tutto l’album è molto istintivo. Ci piace però richiamare l’attenzione dell’ascoltatore sulla ricerca e l’utilizzo di alcune sonorità non proprio “italiane”.

Quali sono gli ascolti de La Nevrosi? Di cosa vi nutrite musicalmente parlando? Ma anche in verità, siete vegetariani, vegani, carnivori, cannibali?

Ci siamo spesso posti la domanda su chi abbia influenzato in maniera preponderante la nostra musica. Non c’è una vera risposta. Riteniamo che chi faccia musica debba saper ascoltare tutto ed innamorarsi di pochi. Nei pochi ci sono i più grandi, i Beatles, Rolling Stones, Pink Floyd se guardiamo al passato. I Muse, Radiohead,  U2, RATM, RHCP se pensiamo al presente. Ci piacerebbe essere vegetariani ma siamo dei cannibali. (ride ndr)

Avete particolari esigenze durante le live performance? Siete soddisfatti dei vostri concerti sia a livello di pubblico che remunerativo?

Questo è il nostro primo album e La Nevrosi non ha fatto molti live. Quei pochi sono stati molto intensi. Anche le performance in TV al Roxy Bar di Red Ronnie sono state molto intense e di successo. Per quanto riguarda il lato “remunerativo”, c’è una domanda di riserva?

Avete problemi con i gestori dei locali? Ci sarebbe qualcosa da migliorare in tal senso?

Sono i gestori di locali che hanno molti problemi nella gestione della loro attività. Problemi che si ripercuotono sulle band che fanno musica live, problemi che vanno dai permessi, alle insonorizzazioni assenti fino ad arrivare a quelli di natura economica, organizzativa, pubblicitaria. Un bel passo avanti si avrebbe se il mestiere di musicista iniziasse ad esser considerato da tutti come un lavoro vero e proprio, alla stregua di altri. Bisognerebbe inoltre fermare la moda che sta vedendo la nascita di locali che non hanno una propria identità. Locali che sono allo stesso tempo bar, pub, live club, sala giochi, ristorante, vineria, ecc. e nella pratica non sono nulla di tutto ciò.

Cosa bolle nella pentola de La Nevrosi? Avete qualche anticipazione da farci?

Stiamo lavorando al secondo album. Sono pronti già cinque pezzi nuovi e contiamo per fine anno di chiuderci  in sala per registrare il tutto. Il nuovo album sarà ancora più diretto e forte del precedente. In questo periodo siamo molto ispirati.

Soldi a parte (che vogliamo tutti), vorreste un grande futuro nell’indie o nel mainstream?

Pensiamo che il posto giusto de La Nevrosi sia il mainstream. Il nostro sogno è semplice. Riuscire a raggiungere più persone possibili con la nostra musica. I soldi? Non puoi pensare ai soldi  in questa fase e certamente non sono i soldi che ti portano a scrivere canzoni.

In questo spazio fate pubblicità alla vostra band, perché qualcuno dovrebbe ascoltare la vostra musica, dite quello che non vi è stato chiesto ma che tenete a dire…

Dovete ascoltare il nostro album perché troverete parte di voi nelle nostre canzoni. Dovete ascoltare il nostro album perché crediamo che sia davvero un ottimo lavoro. Dovete ascoltare il nostro album perché la sezione ritmica è tutta al femminile e Marcella e Giulia sono davvero due fighe. Ecco delle tre motivazioni l’ultima sarà quella che funzionerà di più! Che sia chiaro,  la presenza di donne nella band non è stata una scelta commerciale. Ci conosciamo praticamente da una vita. Ci teniamo a dire che La Tua Canzone, uno dei brani presenti in Altro Che Baghdad,è finito su Il Mattino di Napoli per la storia raccontata!! Non vi diciamo nulla così andate ad ascoltarla. Nell’album c’è anche una cover di Vedrai,Vedrai ( di Tenco) riarrangiata in versione rock. Questo è quanto. Ciao a tutti e grazie per l’intervista.

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I Rolling Stones e il pisello di un settantenne.

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Protest The Hero + Monuments + Destrage 24/06/2014

Written by Live Report

Nel pieno del periodo in cui in Italia giungevano i grandi nomi del Rock come Rolling Stones, Black Sabbath e Pearl Jam, controcorrente, io andai in brodo di giuggiole quando lessi dell’unica data italiana dei Protest the Hero. Fui ancora più felice quando venni a sapere che ad aprire il concerto sarebbero stati i Destrage. Biglietto alla mano mi precipitai in quel di Pinarella Di Cervia, entusiasta come un pupo davanti al suo primo giocattolo. Intorno alle 20:00 iniziò uno show che prevedeva ben cinque gruppi. I primi a salire sul palco furono gli umbri Desource, per un live fatto di Metalcore stile A Day to Remember, stage diving e camminate sopra le teste della folla. Una piacevole scoperta. Dopo di loro i lancianesi Hybrid Circle. E’ stato bello vedere una fetta di Abruzzo arrivare fin qui. Il loro genere si spostava più verso il Prog Metal, unito sempre alle sonorità tipiche dell’Hardcore. Uno spartiacque tra gli Slipknot e gli stessi Protest the Hero.
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Il pubblico pareva apprezzare i brani tratti dall’ultimo disco A Matter Of Faith. Sicuramente cosa buona e giusta. Mentre tutto procedeva secondo le tempistiche studiate a tavolino dall’organizzazione, i terzi furono i seguitissimi Destrage. I ragazzi di Milano dal vivo hanno una potenza pari a quella di dieci rulli compressori . Erano in forma smagliante e bastava osservare con quanta foga si agitavano le persone presenti sulle note di “Jade’s Place” o “Purania” per capirlo. Davvero impressionanti. Una performance da brividi. Ma la vera sorpresa della serata sono stati i londinesi Monuments e il loro frontman Chris Barretto, un tipetto con delle corde vocali fuori dal comune e in costante simbiosi con gli spettatori. Erano la conferma che il genere aveva ancora molto da dire visto che pareva di ascoltare un singolare avvinghiamento tra i Killswitch Engage e la musica Soul. Le canzoni tratte dal recentissimo The Amanuensis e dal precedente Gnosis hanno cotto a puntino l’ambiente in fermento per l’approssimarsi degli headliner.
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Luci soffuse e un boato hanno accolto, dopo un’estenuante attesa, i Protest the Hero. L’opening è stata affidata, come da copione, a una “Clarity” eseguita a mille all’ora, cantata da un pubblico in visibilio. Il nuovo batterista Mike Ieraldi (ex The Kindred) non avrà la classica mazzata, ma è preciso e perfettamente funzionale. La pecca sono stati i monologhi trash del cantante Rody Walker, forse sbronzo, tra un brano e l’altro, che vertevano su donne facili. ani e bestemmie. Fortuna che le canzoni migliori come “Mist”, Bloodmeat” e “Sex Tapes” sono state tutte eseguite senza sbavature e con una carica travolgente. Il bis finale è stata la stupenda “Sequoia Throne”, che ha rischiato di far venir giù l’intero Rock Planet. Un concerto che dimostra che quando si decide di seguire il proprio cuore non si sbaglia mai.

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Adolfo De Cecco – Metromoralità

Written by Recensioni

Se non fosse per l’anagrafe che lo lega fermamente alla terra abruzzese, sarebbe fin troppo facile scambiare Adolfo De Cecco per un cantautore uscito dai Folk Studios di Roma negli anni settanta.
Metromoralità è un disco che , prodotto artisticamente dal maestro Vince Tempera, noto ai più per essere stato l’autore o il coautore delle sigle di diversi cartoni animati degli anni settanta e ottanta (uno tra tutti Ufo Robot Goldrake) e da Guido Guglielminetti, da anni fido bassista di Francesco De Gregori, trasuda però influenze dal grande Bob Dylan e dai nostrani Claudio Lolli e Luigi Tenco. La title track ha tuttavia il sapore della protesta degli anni sessanta sostenuta da versi polemici quali “L’Italia è il paese della memoria di una generazione che non farà storia” contrapponendosi nettamente a “Tempo Tecnico” in cui si citano Beatles, Rolling Stones, Iphone, Facebook, Kerouac e Hemingway. Del resto essere al passo coi tempi musicalmente oggi significa anche raggiungere le generazioni moderne con testi semplici ed essenziali ma mai banali quali delle due canzoni appena citate. In “Chiara che Pensi?” c’è tutto l’amore di un cantautore che appare già abbastanza maturo con il suo secondo disco ufficiale. I versi di “Metromoralità” che mi hanno colpito maggiormente sono “Touchscreen il mondo è uno schermo che se lo sfiori lo muovi ma se non ci finisci dentro oggi magari non vivi”; ritratto perfetto di una società informatica che ci ha fagocitato nel giro di appena un ventennio? Non so sinceramente se le intenzioni di Adolfo De Cecco fossero quelle da me percepite, ma sarei pronto a giurare che sia così…

“Il Tempo dell’Amore” è invece una ballad che non avrebbe sfigurato se uscita dalla penna di Neil Young o di Jackson Browne (di certo di tutte e dieci le tracce dell’album è quella che si discosta di più dallo stile italico). “L’amore Paziente” e “Canzone Semplice” ci rimembrano il già citato Francesco De Gregori mentre “Come si Coltivano i Fiori” ci fa ritornare nel giro di pochi secondi alla scuola americana. Poco meno di dieci minuti e sole due tracce, “Dietro le Nuvole” e “A Cena da Soli”, ci separano dalla fine di questo disco, che ha saputo con la sua semplicità ed eleganza stupire in ogni singola nota. Merito anche delle prestigiose presenze? (Vince Tempera, Guido Guglielminetti, Elio Rivagli, Alessandro Arianti per citare i più importanti). Io credo che forse questi grandi nomi avranno certamente avuto il loro peso nella qualità di quanto ascoltato, ma di certo Adolfo De Cecco ci ha messo tanto talento, passione ed entusiasmo.

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Muore suicida la compagna di Mick Jagger

Written by Senza categoria

E’ stata trovata morta nel suo appartamento di New York la stilista ed ex modella L’Wren Scott, la Scott era legata al leader dei Rolling Stones Mick Jagger. La donna sarebbe morta suicida impiccandosi con una sciarpa. I Rolling Stones hanno da poco annunciato la data del loro concerto al Circo Massimo di Roma il prossimo 22 Giugno.

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White Lies – Big Tv

Written by Recensioni

Ascolto: serata da divano, senza pretese.

Umore: discreto senza pretendere molto da sé stessi.

White Lies, che bella band. Vi ricordate gli anni 80? Li conoscete davvero o ne avete solo sentito parlare e quindi ne avete parlato di conseguenza, alimentandone la fama? Riformulo la domanda, vostro onore. È vero, era una domanda pretenziosa. Intendevo dire: siete abbastanza vecchi da sapere cosa davvero c’era in quelli che sono stati tramandati come i favolosi anni 80? Io sì; permettetemi di spiegare: negli anni 80 c’era l’esplosione della produttività affarista yuppie e contemporaneamente la vecchia macchina produttiva che perdeva pezzi con le fabbriche che chiudevano. C’erano le orrende spalline e le giacche colorate e la pelle nera dei primi punk. C’erano gli sfigati di nicchia e c’era Sharon Zampetti della terza C. C’erano, nella società come nella musica, degli eccessi che rendevano squilibrata la percezione di quasi tutto; tutto aveva un bianco ed un nero e quasi sempre il bianco e il nero erano in antitesi. O ascoltavi e ti incupivi a bestia con la New Wave oppure ti gasavi emettendo urletti per i Duran Duran (grande band che abbiamo cominciato a considerare tale venti anni dopo quando le adolescenti son diventate mamme e quando ci siamo sentiti più sicuri della nostra personalità per smettere di odiarli solo perché immensamente belli).

Perché questo sproloquio? Vostro onore, presto detto, non sto divagando. I White Lies sono assolutamente anni 80 e lo riconosci da molte cose: dal modo di cantare di Harry McVeigh (simpatico anche da vedere con quel visetto da British polite boy un po’ paffuto stile cicciabombo dei Take That), sempre su tonalità basse e baritonali alla Jim Kerr dei Simple Minds, dai riverberi usati sul rullante o sulla stessa voce, dagli archi sintetici usati a mo’ di tappetone su cui stendere trame di chitarre rarefatte e martellanti, dagli arpeggiatori bassi e da quel modo di intendere le linee ritmiche dritte che più dritte non si può. Del resto, lo dico da quando avevo i calzoni corti, se la canzone e l’arrangiamento sono fatti come si deve la batteria non ha alcun bisogno di schiodarsi dal quattro quarti (vero Rolling Stones?). Rispetto ai primi due lavori la produzione (di Ed Buller, già a lavoro con gli Suede) è più sofisticata e il suono più mainstream, rimanendo comunque coerente con l’impostazione della band; Big Tv è più bello da sentire sull’impianto di casa, qualcuno direbbe estetizzante, per me è semplicemente più figo.

PERO’. In ogni mio processo mentale c’è sempre un’arringa difensiva o un’ipotesi accusatoria che comporta un “però”.

PERO’ i White Lies sono moderni e non sono tristi.

Però i pezzi sono ben architettati e ipnotici ma non soporiferi, ti fanno muovere la testa su e giù come se stai ascoltando i Joy Division ma pure il bacino come se fossi ad ascoltare Simon Le Bon e soci. Senza dimenticare il battito delle mani e lo scrollo alternato delle spalle con o senza spalline.  Si vostro onore, mentre ascoltavo Big Tv mi sono sorpreso a dimenarmi tra il divano e il frigo: lo confesso. Vostro onore sono un po’ coglione? Si, vostro onore. Ma è un gran disco del terzo millennio, altro che anni 80. Ho concluso vostro onore.

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Rivoluzioni musicali in mostra alle OGR di Torino

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Quando si parla di musica, ognuno ha senza dubbio i propri riferimenti, i propri miti, le stelle polari che lo guideranno lungo il corso della propria esistenza ,in lungo e in largo, a destra e manca, forever and ever, “finché morte non vi separi”. Alcuni di questi miti, però, non fanno solo parte del nostro universo musicale, ma sono delle vere e proprie pietre miliari della storia della musica, simbolo di un’ epoca, esempio per le generazioni future ed esponenti di rivoluzioni che hanno deviato il corso della storia stesso.  Ed è proprio a questi Dei dell’Olimpo musicale che fa riferimento Alberto Campo, curatore della mostra fotografica Transformers – Ritratti di Musicisti Rivoluzionari, allestita presso i Cantieri OGR di Torino e visitabile dal 28 settembre al 3 novembre 2013. Il filo conduttore che la caratterizza è quello della “Trasformazione”, tema tanto caro alle ex Officine Grandi Riparazioni Ferroviarie (una delle ultime testimonianze della storia industriale della città), oggetto di un recente restauro che le ha restituite alla popolazione torinese sottoforma di “Cantieri Culturali”, sede di eventi musicali, teatrali, mostre, fiere ecc.

Ed eccoli allora sfilare uno per uno i Grandi della musica, in una serie di scatti che li ritrae durante la loro vita di artisti (con una predilezione per quelli realizzati durante gli eventi live) e di comuni mortali; un richiamo all’idea della “Trasformazione” come trapasso dalla dimensione pubblica a quella privata. Le fotografie sono attinte dal vasto bacino messo a disposizione da Getty Images, ed abbracciano sessant’anni di musica (dall’avvento del Pop negli anni ’50 all’era del web e delle tecnologie digitali odierne); il sottofondo musicale è una lunga colonna sonora composta da canzoni-simbolo degli artisti considerati. Campo fa cominciare tutto con Elvis (e come dargli torto!), opportunamente inserito nella sezione “Origini della Specie” e fotografato durante una delle sue celebri mosse di bacino. La seconda tappa porta il titolo de “l’Invasione Britannica” ed i protagonisti non potevano che essere Beatles e Rolling Stones, considerati perennemente in antitesi. Gli anni ‘60 si tingono anche di Folk e dei ritratti di un giovanissimo Bob Dylan, che con la sua “Blowin’ in the Wind”, cantata come inno di chiusura dei comizi di Martin Luther King, diviene il rappresentante della “Canzoni di protesta”, mentre Miles Davis e James Brown lo sono del Jazz e del Soul-Funky nella sezione “Black Power”. Si conclude un decennio e ne comincia uno nuovo, segnato dall’ “Utopia Hippie” che vede i suoi massimi esponenti nei Doors e in Jimi Hendrix (immortalato mentre dà fuoco alla chitarra elettrica durante il festival di Monterey), mentre il Transformer per eccellenza, David Bowie (nelle vesti di Ziggy Stardust) trova posto nella sezione “Rock a Teatro” insieme alla primissima formazione dei  Velvet Underground (fotografati con l’immancabile Andy Warhol ), quella di cui faceva parte anche la splendida Femme Fatale Nico, immortalata in un primo piano stupendo, mentre indossa una maglietta riportante la scritta Fragile. Nella sezione “gli Outsider” si piazzano Tom Waits e Frank Zappa, mentre l’unico artista italiano preso in considerazione, Ennio Morricone, non poteva che collocarsi nella sezione “la Musica Come in un Film”. Passano gli anni, cambia il modo di far musica, che diventa “definitivamente prodotto dal vivo su larga scala”: Led Zeppelin e Pink Floyd sono esempio dell’ avvento dei grandi concerti che riempiono gli stadi. Dall’altro capo del mondo, sempre in quegli anni, “One Love”, Bob Marley si faceva portavoce di un nuovo genere musicale: il  Reggae. Altra rivoluzione musicale degna di nota in quegli anni è il Punk, rappresentato nella sua forma più grezza dai Sex Pistols (lo scatto che ritrae Johnny Rotten nel tentativo di armeggiare un paio di forbici enorme parla da sé) e nella sua forma più colta da Patti Smith, la sacerdotessa del Rock che sembra non aver alterato con gli anni l’espressione che ha in volto mentre canta. Gli anni ‘80 sono quelli dell’ Hip Hop dei Beastie Boys, del re e della regina del Pop: Michael Jackson e Madonna. Gli anni ’90 segnano una frattura col decennio precedente grazie all’avvento del Grunge e dei Nirvana: il primo piano di Kurt Kobain troneggia in sala (forse è una delle immagini più belle della mostra), mentre ha in mano la chitarra che riporta la scritta “Vandalism: beautiful as a rock in a cop’s face”. La mostra arriva fino ai giorni nostri, e si conclude con l’ “Evoluzione della Rockstar” verso una musica sperimentale e ricercata, i cui esponenti sono rappresentati da Björk e Radiohead (riconoscere una foto scattata durante il loro ultimo tour del 2012 ti fa sentire fiero di esserci stato) per chiudersi definitivamente con l’avvento della musica elettronica dei Kraftwerk e dei Daft Punk nella sezione “Technologia”.

I grandi assenti? Tanti, ognuno sicuramente troverà qualche suo “mito” mancante all’appello. In ogni caso, non è un buon motivo per privarsi di questa mostra, che non è una semplice esposizione fotografica, ma un viaggio visivo e sonoro indietro nel tempo, verso tappe della storia e rivoluzioni musicali compiute dai musicisti che tanto amiamo. Allacciate le cinture, si parte.

Fonti: http://www.ogr-crt.it/events/transformers-ritratti-musicisti-rivoluzionari/

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Sessanta

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Anni  60, quanti ricordi. Ad essere sinceri nessuno, perché in quel decennio anche mio padre era, al massimo, solo un adolescente. Eppure ogni cosa che ha riguardato la nostra vita, un disco, un film, un vestito, un pensiero, ha a che vedere con i Sixties. Erano gli anni della guerra fredda di Usa e Urss e di Cuba, del terremoto in Cile, di Martin Luther King e  Jurij Gagarin, del muro di Berlino, dell’avvento dei Beatles, dei Rolling Stones e del Papa buono. Gli ultimi anni di Marylin, Malcom X e John Fitzgerald Kennedy. Gli anni di Chruščёv e della minigonna, del Vietnam e della Olivetti, di Mao e del Che, della primavera di Praga e dei Patti di Varsavia, di Reagan e degli hippy, del pacifismo e dell’anarchia felice. Gli anni dei fascisti e dei comunisti, della British Invasion e di Mina, di Kubrick, della Vespa, della 500, di Carosello e di Celentano. Gli anni della contestazione studentesca e dell’uomo sulla luna, gli anni di Woodstock, delle droghe, della psichedelia e gli anni del Rock perché quegli anni sono le fondamenta solide su cui poggia tutta la musica (o quasi) che ascoltate oggi.

A scadenze non prefissate, Rockambula vi proporrà la sua Top Ten di determinate categorie e questa di seguito è proprio la Top Ten stilata dalla redazione in merito agli album più belli, strabilianti, influenti e memorabili usciti nel mondo nei mitici, impareggiabili anni 60. Nei commenti, diteci la vostra Top Ten!

1)      The Velvet Underground – The Velvet Underground & Nico

2)      Jimy Hendrix –   Are You Experienced

3)      The Beatles – Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band

4)      The Doors – The Doors

5)      Led Zeppelin – Led Zeppelin II

6)      Pink Floyd – The Piper at the Gates of Dawn

7)      Bob Dylan –   The Freewheelin’ Bob Dylan

8)      Led Zeppelin – Led Zeppelin

9)      David Bowie – David Bowie (Space Oddity)

10)   The Stooges – The Stooges

Vincono Cale, Reed e Nico con la loro banana gialla disegnata da Andy Warhol ma la presenza di Hendrix e The Stooges in Top Ten la dice lunga su quanto, a noi di Rockambula, piacciano le ruvide e sperimentali distorsioni dei mitici Sixties. Ovviamente non potevano mancare The Beatles, i re del Pop di quegli anni, presenti con uno dei loro capolavori assoluti, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, mentre la scena Psych Rock, formidabile nei Sessanta, è rappresentata degnamente grazie all’esordio dei Pink Floyd con Syd Barrett ancora in grado di esserne l’anima e l’omonimo The Doors. Chiudono la lista uno dei più grandi cantautori mai esistiti con The Freewheelin’ Bob Dylan, il re del Glam Rock David Bowie e l’unica band capace di piazzare nei primi dieci posti ben due album, ovvero i Led Zeppelin.

Esclusi eccellenti, anche se citati dai nostri redattori, i Beach Boys con Pet Sounds, Frank Zappa, Captain Beefheart e, udite udite, i Rolling Stones.

Ora potete iniziare a urlare le vostre Top Ten!

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