Queens of the Stone Age Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #19.02.2018

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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Aiming for Enrike [ITA-ENG]

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VIAGGI MUSICALI | Intervista a Khompa

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Iggy Pop – Post Pop Depression

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Dopo qualche anno di silenzio ritorna uno dei signori indiscussi del Rock, sulle scene dal lontano 1967, capace di rinnovarsi col passare degli anni, adeguandosi, ma mai conformandosi, alle sonorità del momento. Post Pop Depression è realizzato a quattro mani con colui che al giorno d’oggi incarna al meglio lo spirito della musica del secondo millennio: Josh Homme, ex Kyuss e da vent’anni artefice e creatore dei Queens Of The Stone Age. Proprio da lì proviene il bassista Dean Fertita, mentre dietro le pelli troviamo l’eccentrico batterista degli Arctic Monkeys Matt Helders. Senza dilungarmi in ulteriori preamboli, preferisco cominciare a parlare del disco in questione.

“Break Into Your Heart” è una canzone quasi spirituale che rievoca l’anima raffinata ed elegante del compianto David Bowie, grande amico di Iggy Pop e suo produttore in passato. Il singolo “Gardenia” è uno dei brani dove si avverte maggiormente la chitarra graffiante di Josh Homme, così come in “In The Lobby” dove l’assolo pare ripreso da un estratto a caso dei Queens Of The Stone Age. “American Valhalla” ha un basso travolgente che spinge per tutto il pezzo, nonostante il suo respiro sensibile capace di far sognare ad occhi aperti. “Sunday” è la più atipica, pulsante e sorretta da un lavoro magistrale di batteria e chitarra, taglienti come lame di rasoio. Il coro femminile nel finale dà un ulteriore tono seduttivo a quella che per me è la composizione top dell’intero platter. “Vulture” e “Chocolate Drops” sono due episodi interlocutori posti tra due indiscutibili gemme: la bipolare “German Days”, fisica e allo stesso tempo delicata nel suo sound privo di orpelli, e la conclusiva “Paraguay”, con dei chiaroscuri vocali poderosi e dilatata da una melodia indimenticabile, dove pare esserci nuovamente lo zampino del Duca Bianco.

L’Iguana è tornato e non è assolutamente ai titoli di coda, come ci dimostra un disco solido e convincente come Post Pop Depression.

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The Graveltones al Garbage Live Club di Pratola Peligna (AQ)

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Continua il tour italiano del duo australiano trapiantato a Londra composto da Jimmy O (guitar/vocals) e Mikey Sorbello (drums). The Graveltones saranno sabato 1 agosto al Garbage Live Club di Pratola Peligna (AQ). La loro musica esplosiva è una miscela di di Heavy Blues e Rock and Roll , dalle influenze che spaziano da Captain Beefheart a John Lee Hooker passando per i Queens Of The Stone Age. Di seguito il loro ultimo videoclip:

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Monolith, fuori il nuovo album Even More

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A un anno esatto di distanza dalla pubblicazione di Louder, loro primo Ep ufficiale, i Monolith si ripropongono con l’album Even More. La scelta del titolo non è casuale: se nella prima uscita i 4 modenesi avevano tracciato una sorta di linea guida stilistica, in Even More le caratteristiche della band emergono amplificate e potenziate. Uno stoner/grunge arrabbiato, sporcato da reminiscenze psichedeliche ed echi di musica etnica, caratterizzato da grande attenzione per testi e compattezza del suono. Da 9 tracce monolitiche, che suonano, appunto, “ancora più forte”. Il background musicale a cui attingono i Monolith è quello classico della tradizione stoner rock, dai Kyuss ai Queens Of The Stone Age, ma anche di quella più “hard” del grunge, vedi Alice in Chains. L’album è prodotto dall’etichetta HazyMusic, e è acquistabile direttamente ai concerti o sulle principali piattaforme di download (iTunes, Spotify, ecc). Il Release Party è avvenuto lo scorso 4 aprile @ Mattatoio Culture Club di Carpi (MO).

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Siren

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The Row è il primo album in studio della rock band italiana Siren, pubblicato dalla Red Cat Records, registrato allo Studio Waves di Paolo Rossi (Pesaro) e prodotto, scritto, arrangiato e composto dal gruppo stesso. Attraverso queste righe è possibile conoscere un po’ di più l’essenza di questo lavoro ma consigliamo vivamente l’ascolto in quanto l’eterogeneità degli strumenti come anche delle tematiche è difficile da riuscire ad esprimere a parole. Buona lettura…

Ciao ragazzi, benvenuti su Rockambula.
Ciao a tutti.

Partiamo dagli inizi dei Siren, come è nato il vostro progetto?
L’idea è stata mia (Jack). Avevo collaborato a diversi progetti musicali con gli altri (sempre separatamente) già dal 2002 (in pratica dalle prime strimpellate..) ma solo nel 2012 è nata la band in questa formazione. Io e Samuel siamo praticamente cresciuti assieme mentre con Mark e Marcus ho frequentato le superiori quindi conoscevo bene tutti, sia personalmente che musicalmente. Sapevo che insieme sarebbe stata una “figata”. L’idea di mettere su questa squadra mi solleticava già da molto tempo e quando, a Settembre del 2012, rividi, dopo cinque anni, Sam e gli proposi di formarla, lui accettò. Contattai quindi Mark e Marcus che in quel momento erano impegnati in altri due importanti progetti. All’inizio furono, comprensibilmente, un po’ riluttanti ma riuscimmo comunque ad organizzare una prova nel gennaio 2013. Dopo un paio di incontri in sala cambiò tutto, le idee erano ben chiare: i primi brani proposti ci suonavano bene, fu amore a prima vista…

Gli obiettivi che vi siete posti sono stati raggiunti con il vostro album The Row?
E’ ovvio che trattandosi di un primo album, uscito da poco, ed essendo da appena un mese iniziata la collaborazione con il nostro ufficio stampa, è ancora difficile pretendere di vedere chissà quali risultati e tirare delle somme anche se i feedback finora sono stati estremamente positivi. Abbiamo grandi ambizioni e ci siamo posti un traguardo molto importante. Siamo molto soddisfatti del lavoro che abbiamo svolto in questo album, poiché siamo riusciti a creare esattamente ciò che volevamo.

Con il vostro album il messaggio che lanciate è quello di uscire ogni tanto dalla fila, di compiere il gesto “sbagliato” per questa società. Ricordate qualche episodio fuori dalle righe dei Siren?
No comment… Diciamo che usciamo un po’ troppo spesso dalla fila (risate).

Dal punto di vista musicale, quali sono gli artisti da cui vi fate maggiormente influenzare? Ce n’è uno che accomuna tutti i componenti?
Siamo quattro artisti differenti che arrivano da quattro diverse correnti del rock e adorano e ascoltano musica di qualunque genere. Ecco forse spiegato il motivo per cui è difficile, almeno secondo la critica, classificarci. Comunque ci sentiamo di citare gruppi come: Queens of the Stone Age, Foo Fighters e Muse, ma anche Nirvana, System of a Down e Rammstein i quali, anche se più distanti da noi a livello di sound, ci hanno musicalmente cresciuto.

Come nasce un pezzo dei Siren, prima i testi o la musica?
Non c’è un modo preciso in cui nascono i pezzi: si parte da un’idea, da un riff o da una linea vocale, che viene poi sviluppata da tutta la band. Samo “democratica” e come in ogni democrazia litighiamo molto. I testi, ad ogni modo, sono sempre l’ultima cosa che sviluppiamo di un brano.

L’idea d’inserire strumenti come il violoncello e tastiere è nata subito o avete pensato dopo di dare quel tocco in più?
Abbiamo sempre pensato di integrare strumenti non propriamente rock al nostro sound e, nello specifico, già dal concepimento iniziale di un pezzo ci rendiamo conto se questo si presta all’utilizzo di un violino piuttosto che di una tromba o di un synth. Anche tutti insieme ad esempio. Non ci piace limitarci solo perché secondo i canoni comuni nel nostro genere non dovrebbero esserci determinate sonorità; se una cosa ci sembra possa suonare, noi la proviamo, con dei simulatori, e se ci piace… è fatta!

Abbiamo concluso e lasciamo a voi le ultime righe magari anche per riferire ai nostri lettori i prossimi appuntamenti live della band. (se non sono presenti eventi live al momento della stesura delle risposte, scrivete quello che volete, contatti, dove è possibile acquistare l’album).
Per ora abbiamo quattro date fissate nel prossimo mese una a Teramo al “45 giri”, due nel fanese “FFF 2015” e “Happy Days Cafè” e un’altra a Cesena al “Vidia Club”. Per tutte le news potete trovarci su Facebook https://www.facebook.com/pages/SIREN/725372717482826, su Twitter come TheSirenRock, Instagram come SirenOfficial, sul nostro canale youtube https://www.youtube.com/channel/UCweAMWdJgRS1X5QaQvspfNg e ovviamente nel nostro sito www.siren.rocks. Per contattarci: siren.trb@gmail.com Ciao a tutti, è stato un vero piacere fare questa chiacchierata. Stay Rock!

 

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Primavera Sound Festival 2014 | Day 1

Written by Live Report

È giovedì 29. Vengo svegliata da un trillo del cellulare mai udito prima. Sono le 15.45 e l’app del Primavera Sound mi ricorda che tra un quarto d’ora c’è Colin Stetson all’Auditori Rockdelux. La serata di ieri seppur deludente si è conclusa alle 5 di questa mattina, ed io mi sono fatta fregare dal jet lag della corsa in taxi tra l’Apolo e il Borne. Questa applicazione che funziona da reminder e ti avverte ogni qual volta sta per iniziare una delle esibizioni che hai salvato tra i preferiti si rivelerà ben presto un’ansiogena trovata, complice la mia ingenuità prima della partenza nell’apporre stelline sulla quasi totalità degli show. Pur di non ascoltare quel trillo che arriverà puntuale ogni quarto d’ora la disinstallerò prima della fine del festival. In questi tre giorni il Forum non conoscerà imprevisti. Ogni evento inizierà e terminerà quando stabilito. Roba da sospettare che in questa rassegna che si tiene in una morbida cornice mediterranea ci siano in realtà molti ferrei zampini anglosassoni. D’altra parte, sarebbe impossibile pensare alla riuscita di tutta la storia senza una buona dose di disciplina alla base. L’organizzazione del Primavera Sound è una macchina sapientemente progettata per la prevenzione di ogni tipo di catastrofe ambientale che una bolgia di circa duecentomila persone che bramano divertimento sarebbe in grado di provocare. L’area in questione è uno spazio di circa 95.000 metri quadrati. Tre sono le coppie di palchi su cui si alternano gli headliner (Heineken-Sony, ATP-Rayban, Pitchfork-Vice), e tutt’intorno altri stage di dimensioni più piccole ospitano decine di altri artisti: uno di questi spazi è l’Adidas Original, su cui si esibiranno le band italiane di Sfera Cubica. Nel lasso di tempo in cui uno degli stage ospita un set, sul palco gemello i tecnici smontano l’allestimento del precedente show e rimontano il tutto per quello successivo. Se nella vita avete avuto modo di vedere l’armamentario di luci di scena che si portano dietro i Nine Inch Nails capite bene che il tempo di una esibizione, che va dai 40 ai 90 minuti, per questa operazione è estremamente ridotto.

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Oltre agli stage all’aperto c’è un auditorium, il Rockdelux, al piano interrato del suggestivo edificio antistante il parco, fatto di specchi e roccia azzurro mare, il Museu Blau di Herzog & de Meuron. È qui che si esibisce Julian Cope. Lo storico cantante dei Teardrop Explode dagli anni 70 a oggi ha attraversato tutte le tendenze uscendone illeso e più eclettico di prima. Accompagnando la sua voce roca e intensa solo con la chitarra acustica, intona il collaudato repertorio di fronte a un pubblico trasversale per età ma omogeneo in quanto a predisposizione a lasciarsi coinvolgere da un sound nostalgico che è inevitabilmente le fondamenta di tutti i giovani performer là fuori sugli stage. Nel frattempo sul palco Heineken, uno dei più grandi, si fanno spazio i Real Estate. Americani del New Jersey e figli di Pitchfork, con un nuovo album registrato nello studio degli Wilco si guadagnano i piani alti della line-up dei uno dei festival più cazzuti. Personalmente non disdegno il Dream Pop, e mai oserei contraddire supporter di tale calibro, ma arrivata all’estremità sud del recinto del Primavera scopro che il numero dei presenti è alquanto esiguo, tanto che mi lasciano persino oltrepassare la prima fila di transenne fino all’area vip semi deserta (passeremo i giorni successivi a chiederci chi siano questi fantomatici vip senza peraltro giungere a una risposta). Il ritornello di “It’s Real”, noto agli italiani per lo più come jingle dello spot della tv in digitale del Berlusca, riesce appena a scaldare gli animi. I ragazzi saranno anche arrivati fin qui ma a quanto pare nessuno è riuscito a togliere loro quell’attitude da liceali che strimpellano in garage.  Il primo intenso live della mia giornata deve ancora iniziare, e sta per farlo proprio alle mie spalle. I Midlake salgono sul Sony al tramonto, e l’atmosfera è quanto di più appropriato si possa immaginare. Tengono botta nonostante il peso dell’assenza di Tim Smith, e l’aria vibra in egual misura della compostezza melodica dei brani rodati di The Trials of Van Occupanther così come delle sferzate elettriche del nuovo Antiphon. Nel mentre, a qualche centinaio di metri da qui, sono certa che i C+C=Maxigross se la stanno cavando alla grande, dando sfoggio del loro Folk fatto di lisergici cori a cappella. Un pizzico di orgoglio italiano mi dice che dovrei presenziare, ma questo è solo il primo dei tanti momenti che mi vedranno costretta a scegliere tra la performance di una pietra miliare della musica degli ultimi decenni e quella di un promettente progetto affacciatosi da poco sulla scena contemporanea. Resto al Sony a veder calare il sole di questo primo giorno di Primavera sul giro di chitarra di “Head Home”.  Quest’oggi i miei piani prevedono poche brevi corse, palleggiandomi dal palco Sony all’Heineken, che si fronteggiano a poche centinaia di metri l’uno dall’altro. Dopo una decina di minuti di performance delle Warpaint però mi pento un po’ di non aver fatto una lunga passeggiata fino allo stage Vice, dove nel frattempo immagino quella bolla emozionale di sintetizzatori allo stato liquido che dev’essere il set dei Caveman. L’Art Rock tutto al femminile delle Warpaint è interessante nel suo muoversi in un preciso universo sonoro, che non si lascia scalfire da tentazioni mainstream, ma i malinconici bassi sembrano non riempire a sufficienza un palco tanto imponente e gli spiriti di un pubblico avido di energia propulsiva che faccia partire la serata.  Alle ore nove e un quarto, con in mano un hamburger che sa di topo, sono di fronte alla più dilaniante delle decisioni di oggi. Dopo questo surrogato di cena le strade possibili saranno tre. Tra poco lo stage ATP sarà invaso da una numerosa formazione da poco ricongiuntasi, caposaldo del Folk Rock del secolo appena trascorso. A dieci minuti a piedi da qui, sul palco Pitchfork, sta invece per salire una delle band più promettenti dell’anno, freschi di un album con la 4AD che mi è piaciuto un sacco. Tra i Neutral Milk Hotel e i  Future Islands scelgo la terza strada, e con una discreta scorta di birra torno al Sony ad attendere St. Vincent. A conti fatti, delle gesta passate di questa fanciulla dalle sembianze della strega buona del Mago di Oz sono abbastanza ignara. Il self-titled uscito quest’anno è il suo quarto album e a quanto pare finalmente il disco della consacrazione, polistrumentale nel sound e polisemico nelle liriche, che le vale il nome scritto col font grande sul cartellone del festival, come quello di alcune band con cui fino a ieri si esibiva come opening act. Qualcosa mi dice che vale la pena vederla en directo. Annie Clark sale sul palco, è eterea e stupenda e sprigiona immediatamente tutta l’energia della sua musica inusuale come il fascino che emana da ogni poro. Elegantemente robotica nelle movenze, che diventano spesso vere e proprie coreografie, mi dice che la mia scelta è quella giusta, questo è uno show di quelli che meritano di essere visti dalle prime file: la maestria negli assoli di chitarra e la voce suadente e rotonda sono un tutt’uno con il suo sguardo altero e maledettamente magnetico fisso sul pubblico davanti a lei. Sofisticata nel suo look futuristico fatto di opposti che combaciano, il bianco platino della chioma selvaggia e il nero del neoprene che le calza come un guanto, intonando la melliflua “Prince Johnny” sale su un piedistallo sui cui gradini poi improvvisamente si abbandona, ed io penso solo che poche dive nella storia sono state in grado di rotolarsi giù per le scale in maniera tanto sensuale.

Al termine della performance di St.Vincent, il palco sui cui a breve saliranno i Queens of the Stone Age è già sotto assedio. Mi tocca un bel posto sfigato da cui non ho la possibilità di vedere altro che i maxischermi, tra gli stand degli alcolici e i cessi. I QOTSA mi regalano le inconfondibili chitarre di “No One Knows” poco prima che io mi congedi: mi inchino a tutto il Rock e il Blues e la psichedelia del talento di Josh Hommes e soci ma nel procedere all’infausta selezione a cui mi sono dovuta piegare ho ormai capito che una corsia preferenziale va riservata a quelle esibizioni che si prospettano veri e propri live show sotto ogni aspetto, in cui è essenziale la componente visiva, e se con Annie Clark ne avevo solo il sentore con gli Arcade Fire sono invece pronta a metterci la mano sul fuoco. Lancio un’occhiata di nuovo verso lo stage Sony e capisco che è già ora di andasi a sudare uno spazietto vitale tra la folla.  Quand’è che gli Arcade Fire sono diventati grandi? Voglio dire, per me lo sono stati sin dal primo ascolto di Funeral, ma quand’è che in generale la devozione per loro è passata dalla forma dell’ascolto estatico a quella dell’esaltazione collettiva? Sì, voglio dire esattamente quella cosa là: quando sono passati dall’underground al mainstream? Non parlo di dimensioni ne’ di zeri nel cachet. Il mio è puro stupore nel constatare che ad attendere gli eclettici canadesi ci sia una campionario umano tra i più assortiti, ragazzini che ti aspetteresti di trovare ai piedi di Justin Bieber compresi. Sentire poi intonare “Rococo” dalla folla come fosse un coro da stadio è l’ultima cosa che mi sarei aspettata. Si può giungere ad un prodotto dal taglio tanto universale pur percorrendo strade squisitamente tortuose e innovative? Credo che sia questa la scommessa che gli Arcade Fire hanno vinto a mani basse. Il set dura un’ora e mezza che vola via, su un palco pieno zeppo di strumentazione di ogni epoca, Win Butler e la sua chitarra piantati nel mezzo di un carnevale di luci ed effetti e di specchi sospesi che li moltiplicano all’infinito, Régine che volteggia da un capo all’altro imbracciando gli strumenti più impensati, e tutta intorno una grande famiglia allargata di musicisti che si producono in armonizzazioni estreme con una disinvoltura sconvolgente. Lo spettacolo ruota tutto intorno ai brani di Reflektor. Quattro adolescenti spagnoli accanto a me gridano indemoniati in un inglese esilarante le parole di ogni pezzo. Dopo il sofisticato ritmo Dance di “Afterlife” le luci si abbassano, e in un attimo Régine è su una pedana del bel mezzo della folla, lei e Win si guardano da lontano duettando sulla morbida di coda di “It’s Never Over”. Un intermezzo di Samba tropicale, su cui salgono sul palco a ballare anche le testone di cartapesta ormai segno distintivo del Reflektor Tour, sfuma poi in un Rock acido che diventa “Normal Person”. Nel bel mezzo del ritmo travolgente di “Here Comes the Night Time” una miriade di coriandoli esplode e colora l’arco di cielo scuro sopra la folla. È un crescendo interminabile, che soltanto nei cori trionfali di “Wake Up” trova la sua naturale conclusione.

Ne esco sazia ed esausta. Sono in piedi da sette ore ed è per mia pura e inesorabile stanchezza che i Disclosure vincono sulla Techno teutonica dei Moderat. Quando la folla dietro di me si disperde i fratelli Lawrence sono già sul palco Heineken. È un set House che possiamo anche gustarci seduti a terra in mezzo a una specie di discarica di bicchieri di plastica. La realtà è che tutto quello che verrà dopo i pirotecnici Arcade non avrà molto impatto sui miei sensi. Gli stessi Metronomy sottolineano meravigliati (e forse un po’ delusi) il fatto che a loro tocca chiudere alle 3.30 una giornata che ha visto susseguirsi una serie di mostri sacri, davanti a un pubblico ormai più che appagato. Un po’ del loro elegante Elettro Pop dal sapore anni 70 seduti sui gradini della cavea del  Rayban ed è ora di salutare il Forum.  Al cospetto di Mangum e soci c’era invece la mia amica Elena.

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Attendevo con ansia il live dei Neutral Milk Hotel, più o meno da quando rimasi folgorata al primo ascolto del loro album più acclamato. Ed avevo delle grandi aspettative che sono state più che confermate. Il fondatore della band Jeff Mangum sale sul palco con il suo gruppo fresco fresco di reunion (fortuna per noi). Difficile non restare colpiti dai personaggi quasi fiabeschi che lo compongono e dalla particolare strumentazione che hanno, tra cui banjo, cornamuse ed una sega ad arco. Il concerto inizia con la prima traccia di In the Aeroplane Over the Sea ed il pubblico è già in delirio. Ma è solo quando il resto della band lascia solo sul palco Mangum per intonare “Two Headed Boy” che mi rendo conto del grande potere di quest’uomo. Soltanto con la sua voce ruvida e con la sua chitarra, è in grado di toccare le parti più intime di ognuno di noi. Tutti  attorno a me cantano, ammaliati, e a me scende quasi una lacrimuccia. Il resto della band poi torna sul palco per concludere con “The Fool”, Mangum si fa da un lato e sembra quasi un direttore che con la sua chitarra dirige la sua orchestra. Un concerto indimenticabile!

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Vostok – Vostok

Written by Recensioni

Si può dire tutto dei livornesi Vostok ma non che brillino per unicità. Basta infatti digitare il loro nome su un qualsiasi motore di ricerca per trovare almeno cinque omonimi sparsi tra Russia, Inghilterra, America e addirittura Italia (un duo pugliese di cui abbiamo recensito l’album di debutto Lo Spazio Dell’Assenza più o meno un anno fa). Leggendo nella loro biografia che questi Vostok nascono dalla voglia del chitarrista e del batterista di dar vita a qualcosa di nuovo, mi sento rincuorato e affronto l’ascolto con un piglio fiducioso. Vane speranze che si dissolvono al cospetto del riff iniziale di “Solo un’Ora” piuttosto simile a “School” dei Nirvana. Comunque intravedo del buono, nascosto, nemmeno troppo bene, sotto pelle. Queste buone sensazioni sono tutte espresse nelle prime cinque canzoni, dove il valore aggiunto è l’ispirazione, figlia non solo della band-icona di Kurt Cobain, ma anche dei Seaweed (pargoli dimenticati ingiustamente della corrente Grunge) e dei più rinomati Queens Of The Stone Age. Un po’ come se Seattle rivivesse vent’anni dopo in Toscana. E poi mi perdoneranno se l’attacco di “Sui Tuoi Passi” mi ricorda simpaticamente “Teenage Lobotomy” dei Ramones, anche se poi il brano si sviluppa in modo totalmente differente. Il Rock ‘N’ Roll del singolo “Baudelaire”, la perfetta armonia tra suoni acustici ed elettrici di “Eva” e la vena poetica de “La Sindrome di Danuz” (sei come neve che il sole on teme, versi semplici eppure di forte impatto) ci prendono per mano e ci conducono alla fine della prima parte del disco.

Se si concludesse qui e fosse un EP sarebbe da 7 pieno. Purtroppo non è così e le altre cinque tracce sono più deboli, mancano di coraggio e finiscono per darsi la zappa sui piedi, facendo abbassare il voto complessivo. L’esordio dei Vostok ci mostra un progetto che sa di work in progress, colmo di cose interessanti e dell’impegno per realizzarle al meglio. Magari se le idee non fossero così appannate si andrebbe ben oltre la sufficienza. Alla prossima puntata.

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Rockambula al Primavera Sound, Day 1 (stanchi ma felici)

Written by Senza categoria

Continua la nostra visione del Primavera Sound, tra barbe, Ray-Ban e tanta birra. Una freschissima Maria Pia Diodati e Angelo Violante ci mostrano cosa è successo durante il Day 1. (Guarda il Day 0)

Julian Cope in versione acustica giovedì pomeriggio all’Auditori Rockdelux e Il Dream Pop dei Real Estate sul palco Heineken
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Atmosfere 70’s al tramonto con i Midlake sullo stage Sony
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L’Art Rock tutto al femminile delle Warpaint
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St.Vincent, di certo una delle performance più sorprendenti della giornata
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Dopo le sperimentazioni di St.Vincent si torna all’ Hard Rock con i Queens Of The Stone Age
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Pirotecnici è tutto ciò che mi viene da dire a caldo, gli Arcade Fire
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Rockambula vi racconta il Primavera Sound in diretta. Noi ci saremo!

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Da giovedì 29 a sabato 31 maggio torna l’appuntamento ormai consueto al Parc del Forum con quello che è uno dei festival più importanti d’Europa, il Primavera Sound Festival di Barcellona. Dalla prima edizione del 2001 al PobleEspanyol di una sola giornata e una line-up che contava una decina di artisti si è passati negli anni alla formula della tre giorni, che propone in totale oltre 200 live show, e ad una seconda edizione in Portogallo, nella cornice della città di Porto. Il Primavera Sound si è contraddistinto negli anni per una proposta musicale eclettica che lascia spazio agli amanti di ogni genere, con un occhio di riguardo per le novità degne di attenzione, che in ogni edizione hanno affiancato grandi nomi quali Patti Smith, Wilco, Nick Cave, Neil Young, My Bloody Valentine, PJ Harvey, Pet Shop Boys, solo per citarne alcuni.

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Quest’anno, per quanto riguarda i soli headliner, si esibiranno Arcade Fire, Pixies, Nine Inch Nails, Mogwai, Queens of The Stone Age, The National, Slowdive, Caetano Veloso, Kendrik Lamar. Anche per quanto riguarda gli eventi musicali Barcellona si conferma un contesto mediterraneo atipico, per la capacità di gestire un evento paragonabile a Glastonbury o a festival d’oltreoceano del calibro di Lollapalooza e Coachella, ma soprattutto per la volontà di investire in eventi culturali come questo, imprescindibili per poter comprendere l’evoluzione del panorama musicale mondiale. Quest’anno Rockambula presenzierà all’evento, a partire da mercoledì 28, giornata in cui il palco ATP sarà già attivo e tra gli altri si esibiranno i Temples, una bella rivelazione del 2014. Gli eventi collaterali al festival inizieranno infatti da oggi e dureranno fino a mercoledì 4 giugno, nei club della città catalana e al Forum stesso. Nei giorni del festival cercheremo di districarci tra gli undici spazi in cui si susseguiranno le performances, nel tentativo di raccontarvi il più possibile di ciò che l’edizione 2014 del Primavera Sound offrirà. In attesa di un intenso live report, seguiteci sulla pagina facebook di Rockambula per aggiornamenti in tempo reale e testimonianze fotografiche dei live show!

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