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TOP 30 2017 || la classifica della redazione

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #26.05.2017

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Le classifiche del 2016 di Antonino Mistretta

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Belle And Sebastian – Girls In Peacetime Want To Dance

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Nono disco per la band scozzese, Girls In Peacetime Want To Dance è un concentrato di morbido Indie-Rock e luccicante Pop radiofonico, con una spruzzata di Folk nei ritmi e nelle armonie e quel tanto che basta di elettronica danzereccia per far muovere teste e piedi. Precisi come un orologio (12 brani per circa un’ora di musica) i Belle And Sebastian sfornano un caleidoscopio di emotività da sing along, motivetti fischiettabili, ritmi in quattro da video in slowmo, richiami Eighties e morbidezza pacata e sussurante. Un breviario del successo facile nell’Anno Domini 2015, dove poco s’inventa e tutto si ricicla (per bene, ci mancherebbe), l’importante è l’atteggiamento (musicale, ché il resto non sappiamo né vogliamo sapere): hip, cool, chiamatelo come volete, insomma, roba che funziona, garantita al 100%. Mi rimarrà nel cuore questo disco? Non so, ma non ci scommetterei troppo. Nelle linee affusolate delle melodie catchy, nei ritmi comodi per orecchie e glutei, nella morbidezza (sapiente, competente, senza passi falsi né scomodità) di un Pop perfettamente calibrato per il godimento senza troppi pensieri né preoccupazioni si nasconde sempre la trappola atavica di brani senza unghie, che non feriscono, ma proprio per questo non lasciano il segno. Un ottimo prodotto di musica di consumo, e, a costo di ripetermi, lo preciso: Pop architettato magnificamente, arrangiato e prodotto con gusto. Che però sulle mie papille sa di sottofondo, di riempitivo, di accompagnamento. Un perfetto contorno che per me non sarà mai una portata principale. Ma de gustibus…

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Interpol – El Pintor

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Quattro lunghi anni di attesa: un’eternità per gli appassionati, un sollievo per gli avversi. I disillusi come me, invece, restano nel limbo dell’indecisione. Era il 2010 l’ultima volta che i miei padiglioni ebbero un incontro ravvicinato con gli Interpol. Ricordo che l’omonimo album non riuscì a far vibrare nessuna delle mie corde. Forse una sola, quella della rabbia. Il disco sembrò segnare definitivamente la fine della band o quantomeno era una concreta prova dell’inizio del declino. Il talento sembrava esser svanito, la passione, l’interesse, tutto quanto. Non erano più gli Interpol. Contemporaneamente c’era il Paul Banks in giro per il mondo sotto lo pseudonimo di Julian Plenti ed era quanto bastava per poter pensare che all good things come to an end. Poi accorgersi che era soltanto un’eclissi…

È l’8 settembre dell’anno 2014 quando mi ritrovo nuovamente faccia a faccia con i “ragazzi” newyorkesi. E come una vecchia storia finita male merita sempre risposte, così ho cercato le mie in El Pintor. E le ho trovate. Un disco che sembra voler chiedere scusa per gli errori passati. Sin dal primo capitolo si respira aria di Turn on the Bright Lights, quasi come a rispolverare vecchie foto. Foto che trovano, inevitabilmente, tracce di usura, rovinate dagli anni, ma che ce la mettono davvero tutta per apparire nitide e chiare come allora. È fortemente percepibile il recupero di personalità della band, il ritorno della musa, la nuova dedizione. Appena percepibile l’evoluzione stilistica, dai bassi messi lievemente all’angolo e dall’estrema attenzione alle lunghe chitarre Indie che si articolano in riff non troppo complessi, ma ottimamente apprezzabili. Si percepisce qualche capello bianco e qualche ruga in più, ma nel complesso il disco sembra essere un ritorno alle vecchie abitudini, al vecchio stampo, con l’accortezza di aggiungere qui e lì qualche tratto dell’esperienza accumulata lungo il percorso. Senza dubbio l’episodio di maggior rilievo è il primo, “All the Rage Back Home”. Sarà che è quello a più alto contenuto Interpol, sarà che è stato il primo singolo o che è stata la colonna sonora di tutta quanta la propaganda, ma è inevitabile respirare aria di casa, lanciata via dalla cassa a suon di bassi. Citazione positiva anche per “Tidal Wave”, nono capitolo dell’opera, che si propone l’obiettivo di portar via l’ascoltatore attraverso un’alternanza incessante di rullanti e casse, che si staglia su un riff perpetuo e su una voce malinconica. Si percepisce la voglia di andar via, insieme al maremoto (appunto tidal wave) cantilenato per tutta la durata della traccia. La stessa malinconia è palpabile direttamente in “My Desire” ed in altri capitoli, ma d’altra parte ciò non fa che confermare il ritorno osservato.

In definitiva il disco suona come un disco di perdono, una lettera di scuse a suon di musica. Funziona bene, scorre senza crepe e sa ben farsi apprezzare, seppur nessun capitolo riesca a far riemergere antichi splendori. Inevitabile da parte mia il punto a favore per la riaccesa speranza e per la capacità di back to origin dimostrata. D’altra parte siamo innanzi ad artisti dalla spiccatissima personalità e professionalità. Certo, probabilmente El Pintor non riuscirà a donarci tesori come “Pioneer to the Falls”, “Obstacle 1”, “Take You on a Cruise” o quante altre se ne possano citare. Ma questo d’altronde ce l’aspettavamo già.

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CAT POWER. DUE CONCERTI A LUGLIO!

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Chan Marshall, in arte Cat Power, torna dopo anni di attesa in Italia per due imperdibili concerti in cui presenterà il nuovo album SUN, uscito a settembre per MATADOR RECORDS (Self Distribuzione) e già considerato dalla critica di tutto il mondo come il suo lavoro migliore!

07 luglio 2013 – Milano – Carroponte – Lost Weekend
ingresso: 18 euro+d.p.
http://www.carroponte.org/ via Granelli 1 20099 Sesto San Giovanni (MI)
PORTE 20:00
INIZIO  21:30
Prevendite disponibili da mercoledì 24 aprile

08 luglio 2013 – Roma – Auditorium Parco della Musica
ingresso: 23 euro
Ore 20,00
Prevendite disponibili

Guardate il video di Manhattan, terzo singolo estratto dall’album:

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Yo La Tengo – Fade

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Dopo anni passati ad ascoltare il rumore degli amplificatori e portarne – poi dopo – i segni indelebili in ogni dove, le nuvolette indie pop dei statunitensi Yo La Tengo sono un beneficio quasi “biologico” che arriva a lenire stress e logorii “della vita moderna” e che va a rivoluzionare pressappoco quel bisogno di intimità e solitudine che ogni tanto fa bene e rigenera il plesso solare.
Fade” è il nuovo della band del New Jersey, ed è difficile includerlo tra quei lavori che sanno troppo di terra e di cavalcate quotidiane in calcomania con giornate avulse e frenetiche, piuttosto uno di quei dischi che pare calare dall’alto, che cade appunto “dalle nuvole” per coccolarci, viziarci e farci prendere tutto il tempo per pensare, sentire, in somma riappropriarci della nostra “deliziosa parentesi oziosissima” nell’emisfero di sogni e affini; dieci “piani di delicatezza” che si ascoltano come un balsamo tenerissimo, dieci brani che escono come da uno scrigno custodito chissà dove e che si apre, accorto, come una medicina di bellezza per le nostre – di tutti – necessità di bellezza.
Tutto è sussurrato e confidato, un pop altolocato che gira armoniosamente al pari di una pastorale, di una semplicità esecutiva che innalza e fa sognare ad occhi spalancati e che non può fare assolutamente a meno di dilatarsi e viaggiare ai bordi smussati dell’immaginazione; con quell’afflato evanescente, quasi incipriato d’aria fine, che sa di Galaxie 500 e tattiche ispirate alla Sebadoh, gli Yo La Tengo si possono permettere tutto, andare controvento “Is that enough”, “Paddle forward”, lasciarsi sprofondare in un ancient bucolico di gemme e resine profumate di AppalachiI’ll be round”, o perdersi tra le sensazioni ovattate di GarfunkelCornelia and Jane”, “The point of it”, ma è con la stupenda architettura di “Ohm”, un ciocco schitarrato di fumo andato in circolo (che tra l’atro avvia il disco alla sua funzione di giro) che il cuore ai aggiorna e la mente emigra in un altro sistema  più su del nostro.
Maneggiare con cura, indie-pop fragilissimo e innocente.

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