Massimo Volume Tag Archive

Massimo Volume e Giardini di Mirò, tre date estive insieme

Written by Eventi

Due icone della musica rock italiana sullo stesso palco per un minitour di tre date.
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Mauro Ermanno Giovanardi – La mia generazione

Written by Recensioni

‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di settembre 2017

Written by Eventi

Benjamin Clementine, Slowdive, Daughter, Massimo Volume… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di aprile 2017

Written by Eventi

The Notwist, Steve Gunn, Ofeliadorme, One Dimensional Man… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Sdang! @ Garbage Live Club, Pratola P. (AQ) | 11.03.2017

Written by Live Report

Un live report chiacchierato.

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Spartiti + Cleo T. + Dengue Dengue Dengue @ Manifesto Fest – Monk Club, Roma | 11.03.2017

Written by Live Report

Per chi non lo sapesse ancora, Spartiti è il progetto che coinvolge Max Collini degli Offlaga Disco Pax e Jukka Reverberi de I Giardini di Mirò, entrambi già rodati in coppia con le “Letture emiliane”.

(foto di Beatrice Ciuca)

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #11.11.2016

Written by Playlist

Afterhours + Sorge @ Flowers Festival, Parco della Certosa Reale, Collegno (TO) 15/07/2016

Written by Live Report

Riuscire a vedere nella stessa sera e sullo stesso palco Manuel Agnelli ed Emidio Clementi è sempre una bella botta… emotiva.
È la terza volta che mi capita questa fortuna, dopo la notte al Traffic Free Festival del 2008 (che segnò la reunion dei meravigliosi Massimo Volume) e quella dello spettacolo “Agnelli Clementi”, se la memoria mi assiste – dunque è probabile mi sbagli – dell’anno successivo. A tradurre in realtà uno dei più classici proverbi nostrani ci ha pensato, la sera del 15 luglio scorso, il Flowers Festival, che ha ospitato il concerto degli Afterhours, freschi di pubblicazione del loro undicesimo lavoro in studio, Folfiri o Folfox, e di Sorge, il nuovo progetto di Clementi in compagnia di Marco Caldera, coproduttore dell’ultimo disco dei Massimo Volume, posto in apertura di serata.

Sono piuttosto curioso di ascoltare in sede live la nuova proposta di Clementi già saltata dalla programmazione di Hiroshima Mon Amour, per cause di forza maggiore, due volte negli ultimi mesi. Per far spazio alle due ore abbondanti di show degli Afterhours e finire negli orari stabiliti Mimì e Marco devono iniziare molto presto, così, quando con 2 amiche ci avviciniamo al Parco della Certosa, in lontananza si sentono le note della bellissima “Bar Destino” e probabilmente è già volato via un buon quarto d’ora di concerto. Una volta entrati ad accoglierci è l’opprimente atmosfera de “Il Cerchio” ed è subito ipnosi.
Pensavo (stupidamente) che la voce di Clementi potesse avere un qualche minimo segno di cedimento a causa del contemporaneo ed inedito uso della tastiera, invece niente, il magnetismo dello spoken di Mimì non cede una virgola di un incanto che l’elettronica di Caldera sposa perfettamente.

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Nonostante il ritardo ci si può ritenere piuttosto fortunati sarà infatti nella seconda parte dello spettacolo che arriveranno alcuni dei pezzi migliori dell’esordio del duo tra i quali spiccheranno “Accetto Tutto”, l’inconsueto fare Hip-Hop della mirabile “Noi Facciamo Ciò Che Siamo” e soprattutto l’ispiratissima “In Famiglia”, intima catarsi capace con i suoi beat ed i suoi versi magistrali di avvolgere e rapire completamente. Il duo chiuderà l’esibizione con un’inedita perla rimasta fuori da La Guerra di Domani. Mimì è sempre Mimì ed anche con questo nuovo progetto e con questa raccolta di canzoni, che come da lui dichiarato spaziano tra ciò che si è e ciò che la vita porta ad essere, non fa che confermarlo. La sua poetica ed il suo immaginario così legati e capaci di svilupparsi attraverso l’esistente e il concreto non danno scampo, ti entrano dentro, le sue parole ed il suo modo di declamarle sono tra le cose più belle che l’Italia, non solo musicale, abbia conosciuto negli ultimi 25 anni.

Qualche minuto di attesa per la preparazione del palco e sarà la volta degli Afterhours che per la prima volta in vent’anni mi coglieranno impreparato, ad oggi non ho dato che due ascolti al loro ultimo lavoro, la situazione però mi fan sperare riportandomi alla mente uno dei loro live ai quali resto in assoluto più legato, la differenza è che all’epoca impreparati lo eravamo tutti poiché con un breve tour che toccò anche Torino la band presentò Ballate per Piccole Iene qualche giorno prima dell’uscita ufficiale, come si usava fare negli anni 70.
In perfetto orario Manuel Agnelli fa il suo ingresso sul palco con la sua chitarra acustica sulle note fuori campo di “Ophryx” attaccando con l’opener del nuovo disco, la toccante e viscerale “Grande”, e viene raggiunto dal resto della band, che ne fa ulteriormente salire la tensione emotiva, a metà brano. La mia prima impressione è che ci siamo, ci siamo proprio “alla grande”. Arrivano poi in serie altri 3 brani del nuovo disco tra i quali i due singoli, la potentissima e distorta (ma a mio modo di vedere non così centrata) “Il Mio Popolo Si Fa” e l’instant classic “Non Voglio Ritrovare il Tuo Nome”.

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Da qui in avanti i brani di Folfiri o Folfox si alterneranno a buona parte dei classiconi pescati dalla lunga e importante discografia della band, insomma partirà quel terapeutico rito di liberazione collettivo e personalissimo che è parte integrante di ogni concerto degli Afterhours. Avremo così modo di ascoltare e cantare (in alcuni casi urlare), tra le tante, l’immortale “Male di Miele” (sempre una gran botta d’energia), o quei brani che sono un affondo di coltello, ora brutale ora lento e passionale, nella carne più sensibile (“La Vedova Bianca”, “Il Sangue di Giuda”, “La Sottile Linea Bianca”, “Varanasi Baby”). Verrò colpito da una “Padania” mai così bella, e dalla doppietta “Bungee Jumping” / ”Costruire per Distruggere”, pezzi che vedranno crescere la loro componente Noise, nel caso della seconda, con Iriondo e D’Erasmo ai fiati (quest’ultimo anche al classico violino), Jazz Noise, che darà ai brani una vitalità nuova pur senza stravolgerli, tutto molto bello, tutto eseguito meravigliosamente. Chapeau.

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In questo frangente i brani pescati dal nuovo disco che più mi appagheranno saranno la ballata per piano con accenni di violino “L’Odore Della Giacca Di Mio Padre”, il Rock macchiato di Blues e Americana di “Né Pani Né Pesci” e la bella coralità perfettamente incastrata tra Pop e Rock di “Se Io Fossi il Giudice” con la quale si chiuderà la parte di set che precede i bis.
Al primo rientro la band proporrà “Le Verità Che Ricordavo”, tipo quella di un Agnelli circense pazzo che rotea con foga il microfono, cosa che non gli vedevo fare da un po’ e che, sarò stupido, a me fa sempre un gran piacere vedergli fare, seguita da “Riprendere Berlino” (non c’è niente da fare, de I Milanesi Ammazzano il Sabato non ho nulla nel cuore), dalla graditissima sorpresa di “Strategie” che live mancava da qualche tempo, fino a giungere a “Pop (Una Canzone Pop)” eseguita in acustico dal solo Manuel ed alla sempreverde “Non è Per Sempre”. Secondo encore: “Quello che non c’è”, sempre gustosissima anche se tagliata del finale strumentale, ed a concludere un brano introdotto dal ricordo di Manuel di un viaggio in India risalente a 15 anni fa in compagnia di quell’Emidio Clementi che lo aveva da poco preceduto sul palco, un viaggio che ha marcato a fuoco un’amicizia e che ha partorito gioielli come questa conclusiva, e stasera veramente monumentale, “Bye Bye Bombay”.

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L’impressione che il nuovo Folfiri o Folfox mi lascia suonato dal vivo è che si tratti di un disco che rimarrà, magari non come i dischi migliori della band, che non vi sto ad elencare tanto lo sappiamo tutti quali sono, ma rimarrà, sicuramente più degli ultimi due lavori, e nei live che verranno negli anni a seguire alcuni brani di questo lavoro li aspetteremo e gli Afterhours, nel limite del possibile e se ancora esisteranno, ce li daranno. La nuova formazione che osservo dal vivo per la prima volta (la febbre mi lasciò a casa durante il loro primo tour nei teatri dello scorso anno) è veramente tosta, sicuramente per i fans di lunga data non vedere sul palco in particolar modo un certo Giorgio Prette può dare un certo effetto, ma mettendo da parte il cuore ed ascoltando, credo si possa affermare che oggi si abbiano di fronte quelli che probabilmente sono i migliori Afterhours di sempre, per lo meno in ottica live. Probabilmente i Nostri un disco capolavoro non lo incideranno più (mai dire mai, ok), ma se consideriamo che il gruppo è in piazza da trent’anni e solitamente ne bastano molti ma molti meno per esser bolliti (cosa che questi Afterhours non sono nemmeno lontanamente) possiamo sfregarci le mani per quello che ancora oggi questi ragazzacci si dimostrano capaci di sfornare. Ma appunto, l’ottica live, stasera ho visto gli After più maturi di sempre, a tratti perfetti, ma che la parola non vi faccia pensare ai King Crimson, perfetti come una rockband viscerale con la loro esperienza deve essere, l’attitudine non è cambiata ma tutto suona meglio, come se ci fossero una consapevolezza e probabilmente anche una concentrazione maggiori in tutti i suoi componenti. Forse questa sofferenza (l’ultimo disco, come ormai tutti sapranno, nasce dal dolore della perdita per cancro del padre da parte di Manuel, sfociando in vita) ha regalato alla band coscienza, anche quella di essere dei 40/50enni, per quanto ancora capacissimi di fare il culo a chi ha la metà dei loro anni, senza però più bisogno ad esempio di dover sfanculare il fonico durante i primi pezzi dell’esibizione o di robette simili molto Rock, ma in fin dei conti solo sulla carta (attenzione, quel roteare il microfono di cui parlavo sopra è sotto il mio punto di vista un segno distintivo, dunque cosa assai diversa) e, mi ripeterò fino alla nausea, senza perdere nulla in impatto, anzi.

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Poi magari il prossimo disco degli Afterhours virerà verso qualcosa di più leggero, giovanile e alla moda, poi magari su quel disco non suoneranno gli stessi musicisti che hanno suonato sull’ultimo e che stasera ci hanno regalato questo gran bel concerto, poi magari il prossimo disco degli Afterhours nemmeno esisterà.
La verità in fondo é che con un tipino come Manuel non si sa mai, ed è anche per questo che gli voglio un gran bene e non lo giudico, tanto mal che vada, domani, saremo liberi di non piacerci più.

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Acinideva – Fuori dall’Eden

Written by Recensioni

Ecco un disco che è davvero degno di nota, un lavoro che ti spiazza soprattutto se si considera la casa discografica, la Nadir Music che solitamente tratta di generi più estremi. Il disco in questione è Fuori dall’Eden, composto dai genovesi Acinideva. Un ottimo prodotto Rock dall’ impronta cantautorale che riesce ad emozionare con i suoi riff e i suoi testi riflessivi i quali si indirizzano su tematiche sociali e sul genere umano in generale. Fuori dall’Eden è un disco di dieci tracce, ognuna con qualcosa da raccontare e far provare. Questo disco vanta di un sound roccioso ed elettronico fatto a pennello, non ci si stanca mai di ascoltarlo e la voce di Alessandro Ottaviani è un vero portento. Parliamo di un gruppo che potrebbe camminare a braccetto con i più affermati, come il Teatro degli Orrori, Johnny FreakMarlene Kuntz Massimo Volume.

Il platter si apre con “Eva” una canzone che ha la giusta dose di potenza e dolcezza con il basso di Loris Andreotti che fa davvero la differenza. Con la successiva “Norwegian Suite” si comincia a sentire la vena nervosa della band. “Lampedusa” mette in mostra le possenti chitarre di Fabio Cloud e Tommaso Piana: riff taglienti e nevrotici giri di chitarra il tutto condito con l’ottima prestazione di Ottaviani. Il brano già presagiva il successivo divampare dell’ incendio di fronte l’ incapacità dei governi europei di affrontare la questione. “Il Cantico dei Cantici” è il momento di pausa del disco; questa traccia per la maggior parte del tempo è dominata dalle prestazioni cantautoriali di Alessandro Ottaviani.  Si riparte a razzo con “Ossigeno”, altra traccia di ottima fattura che presenta rocciosi riff. “Arbeit Macht Frei” è un’altra canzone particolare, melodica e movimentata.

Le ultime canzoni da citare obbligatoriamente sono “L’Inganno” e la conclusiva “Prima del Bacio (Tra Paolo e Francesca)”, la prima forte e di un certo impatto e la seconda invece calma; quest’ultima assomiglia quasi ad una ninnananna, la giusta canzone per addormentarsi lievemente e scappare in un altro mondo sognando una realtà migliore.

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Flowers and Paraffin – Ricordati di santificare le feste

Written by Recensioni

Pubblicato il 27 Marzo, domenica di Pasqua, Ricordati di Santificare le Feste è il secondo lavoro dei Flowers and Paraffin, giovane band campana che due anni fa realizzò un breve Ep (5 pezzi in 12 minuti) che faceva ben sperare per questo seguito. I sei ragazzi provenienti dalle province di Salerno ed Avellino in questo nuovo lavoro, che si sviluppa in 7 pezzi che scorrono via in 19 minuti, non solo non hanno disatteso queste speranze ma sono riusciti a fare un buon passo avanti evolvendo il loro sound. Questo secondo capitolo porta infatti a maturazione la ricetta del buon esordio accompagnandola a soluzioni strumentali ora divenute più ricche soprattutto nei momenti in cui la band cerca soluzioni diverse (Post Rock, Math Rock, Shoegaze) che diventano ben più dei brevi inserti che si potevano trovare in Caduta e che suonate con la loro inclinazione Emo Post-Punk (senza dunque perdere in immediatezza) portano ad un buon guadagno in intensità. Non manca inoltre una crescita anche nelle liriche sempre basate sulla sublimazione di confusione, incertezze e paure della terra di mezzo dei ventenni nonché sull’immancabile ed altrettanto confuso argomento amore, che in questa seconda prova, nonostante qualche piccolo passaggio a vuoto, guadagnano comunque indiscutibilmente in spessore.
In quasi ogni brano della scaletta vedremo alternarsi momenti musicalmente soffusi ad altri ben più tirati ad accompagnare liriche ora espresse con uno spoken abbandonato a sé stesso ora urlate come per liberarsi da pesi troppo pesanti da portare per una sola schiena (come dichiarato nella conclusiva “Maledetta Gioventù”). Troveremo i momenti migliori nelle ben coese “Conta”, “Cosmo (Andrea)” e “Autoritratto”, brani dove l’incastro tra musica e parole risulterà pressoché perfetto, dove le chitarre ora carezzevoli ora graffianti pur facendo la parte del leone non ruberanno la scena a tutto il resto: una sezione ritmica sempre puntuale e pronta a pestare nei momenti più tirati, un synth che decora con precisione e senza risultare invasivo. In questi brani, che sono anche quelli dalle liriche più intense, troveremo gli incontri meglio riusciti tra l’innato animo Emo Punk della band e le deviazioni in altri territori di cui si parlava sopra e sarà sicuramente possibile sentirci una riuscita fusione, tra i tanti, di Marlene Kuntz, Fine Before You Came e Massimo Volume.

L’idea di terapia di gruppo tra amici segnalata dalla cartella stampa descrive bene l’intenzione dei sei ragazzi e si fa viva anche durante l’ascolto, i testi sono spesso delle confessioni, delle (ri)scoperte di sé che la band accompagna con complicità e riuscendo a creare una discreta tensione, considerando tra l’altro che stiamo parlando di ragazzi ancora giovanissimi che ad oggi in due lavori ci hanno regalato mezz’ora di quel che sono, mezz’ora di questa sofferta crescita che li porterà ad essere quel che saranno.
In estrema sintesi: promossi.

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La Band della Settimana: Egle Sommacal

Written by Novità

Esordisce nei primi anni ottanta con un gruppo chiamato Detriti, poi, trasferitosi a Bologna, nel 1992 entra a far parte dei Massimo Volume con i quali suona per quattro dischi fino al 2001, anno di scioglimento del gruppo. Dal 2002 al 2004 collabora con il gruppo post rock italo-francese degli Ulan Bator. “Gravità” è il secondo video tratto da Il Cielo Si Sta Oscurando, terza opera solista di Egle Sommacal. Il video, diretto da Mirco Pellizzaro, chiude idealmente un percorso lungo un anno, in cui Egle ha portato la sua chitarra acustica sui palchi di tutta Italia, con un tour che ha superato le settanta date. Protagonisti della metà destra del video sono Francesca Pizzo e Angelo Casarrubia, ovvero i Melampus.

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Verbaspinae – Tre

Written by Recensioni

Spigoloso è il primo aggettivo che mi viene in mente ascoltando questo album del trio milanese Verbaspinae. Un disco ben suonato, ben prodotto, ben interpretato ma che sicuramente non ha nessuna parete morbida o malleabile. Di Pop qui c’è poco e niente, ma piuttosto una stanza buia e ricca di insidie. “Il Pezzo” è proprio l’anti-Pop per eccellenza, metodica fuga dalla melodia. Una forza che stride nelle nostre orecchie. Pochi versi e non in tutti i brani, tanta Elettronica, a volte distesa e leggera come un corpo sinuoso che fluttua nell’aria, a volte rigida come il marmo. Così parte “Vyger”, nemmeno una parola e suoni che si incastrano tra New Wave e il Blues di un’armonica. Un romanticismo latente e il vecchio nostalgico che si incontra col ragazzetto superbo smanettone col computer. Un viaggio stellare fatto con uno shuttle degli anni 70. “Ieridomani” è accompagnato da un riff martellante, da sentenze ermetiche, da una bella chitarra distorta e da synth impazziti che danno un po’ di verve al pezzo. Il tutto si incastra in una grande opera di produzione ed esecuzione. Cura certosina nella ricerca di suoni e mix. Questo pezzo è proprio quello che sarebbero i Massimo Volume se incontrassero i Daft Punk. “Novantuno” continua sullo stesso filone, le tastierone governano un groove elettronico, quasi robotico e macchinoso. Come un ingranaggio che si inceppa, come il Charlie Chaplin dei Tempi Moderni portato nel 2015. Sì, si può dire tutto su questo gruppo ma non che suoni vecchio o già sentito. E nemmeno che non sbirci costantemente verso quella che è la stroria del Rock. Anzi azzarda fin troppo quando nella title track sfodera un suono tra Space Rock e Gospel in un’orchestrazione che sottolinea ancora una volta il lavoro immenso che sta dietro al nome Verbaspinae. Difficilissimo da digerire. Un pugno in pancia come la ballata “Parole”, dove finalmente escono versi semplici, vomitati di getto, intensi, che escono dalla bocca di Germano Allegrezza insieme a sangue sporco e una risata storta. Una canzone che pare uscita dagli archivi di un Manuel Agnelli nei suoi tempi migliori.  Il Blues poi torna nel finale cupo di “Ergot” e si mischia alla onnipresente elettronica, qui marcia, contaminata di quello strato di polvere che rende il pezzo, privo di parole. Una vera e propria discesa negli inferi. Dalle stelle agli abissi più profondi, questo album è ricco di spunti, di influenze e di pensieri malati. Incubi che sono così reali e che si sentono davvero molto molto bene.

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