Jeff Buckley Tag Archive

The Niro ft. Gary Lucas – The Complete Jeff Buckley and Gary Lucas Songbook

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Nel venticinquennale di Grace, una reinterpretazione coraggiosa e riuscita.
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La playlist del lunedì #22.07.2019 Franco Battiato, Ride, The Flaming Lips…

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… Jethro Tull, Calexico + Iron & Wine, The Niro e tanti altri.
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Recensioni #22.2018 – Rinunci a Satana? / Alessio Bondì / Medicine Boy

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VIAGGI MUSICALI | Intervista agli Harmonic Pillow

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Meta.Lag – Juxtapositions

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Giuliano Fasoli si presenta con un disco che vuole essere “strutturalista”, che comunichi, quindi, essenzialmente attraverso la propria struttura, essa stessa mezzo espressivo. Juxtapositions è, infatti, una riflessione sullo stato stesso della musica (Rock, paradossalmente; vedremo perché) attraverso, appunto, la giustapposizione di tematiche costanti, che gradualmente riempiono il vuoto al centro della struttura. Il risultato sono queste sette tracce di Elettronica minimale e ambientale (ecco il perché del “paradossalmente”) dove drum machine  e synth morbidi si mischiano a voci eteree e droni leggeri, dove ritmiche spezzate si fondono con echi di chitarre lontane, in un pastiche artificioso e soffuso che ha momenti di convincente facilità (il riff infestante di “Kingdom”) e altri di approssimazione meno interessante (in generale le voci, o per esempio l’andamento più farraginoso di “Wormplace”).

Un disco insomma la cui messa in opera, seppure per nulla malvagia, non trascende. Un plauso invece per il concept che sottende il tutto: ogni brano infatti si lega ad un artista e a un tema, in un movimento ancorato al fulcro centrale che rappresenta il vuoto. I primi tre brani rappresentano “gioia”, “amore” e “vita” e sono legati alle figure di Elvis, dei Beatles (in particolare Lennon) e di Jimi Hendrix; poi, nel brano centrale, il movimento si ferma: siamo al centro dell’opera, “Dot”, il vuoto. Si prosegue discendendo, con simmetria: i temi si capovolgono e abbiamo, in ordine, “morte”, “odio” e “dolore”, rispettivamente Cobain, i Sex Pistols e Jeff Buckley. Devo dire che è un concept che sulla carta incuriosisce, salvo poi tendere a perdersi nei fatti, a rimanere ideale, distante dall’ascoltatore e forse anche dai brani stessi.

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Uno spettacolo su Jeff Buckley al Buena Vida di Pescara

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Tra calici di vino, ottimo cibo e all’interno dell’ambiente rinnovato ed elegante del Buena Vida Club Cabaret, in via dei Marrucini 51/53 a Pescara, torna venerdì 27 febbraio alle ore 22.30 lo spettacolo teatrale “Once I was – un ritratto di Jeff Buckley”, una serata dedicata al cantautore statunitense prematuramente scomparso, un racconto in musica e parole che prova ad andare oltre la dimensione del mito per mettere in luce i desideri, le paure e la fragilità di un ragazzo semplice, dotato di una straordinaria sensibilità artistica. Un reading-concert (seguito dal dj set a cura di Stefano D’Elia) che attraverso la lettura delle pagine di un diario immaginario, e con le canzoni che lo hanno accompagnato durante il suo percorso, ripercorre i passi di Jeff Buckley dal suo approdo a New York ai grandi palchi internazionali fino a Memphis, rifugio dei suoi ultimi giorni, inseguito dal fantasma di un padre mai davvero conosciuto e con cui suo malgrado dovrà confrontarsi. Sul palco, Francesco Liberatore (voce narrante); Ovelio Di Gregorio & Luciano Di Tomasso (musiche e arrangiamenti); Francesco Conte (sounds, recordings). Attorno, l’accoglienza dello staff del Buena Vida, il primo locale a Pescara con un occhio di riguardo al cabaret nella sua definizione più classica, senza disdegnare serate di musica, tra tradizione e innovazione. Un circolo che nasce con l’intento di diventare un punto di incontro tra appassionati di arte e cultura, offrendo la possibilità a chi voglia esibirsi di diventare protagonista delle serate proposte: concerti jazz, spettacoli di magia, burlesque, un cineforum ispirato a tre diversi filoni (fantascienza, cinema erotico e documentari musicali) previsto per tre martedì al mese e il symposium, un salottino domenicale che accoglie nel tardo pomeriggio eventi di natura culturale quali presentazioni di libri e molto altro. Ingresso riservato ai soci CSEN.

Info:

 

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Un concorso gratuito per i vent’anni di Acidi e Basi

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Dopo la compilation prodotta nel 2014 dedicata al grande Jeff Buckley, QB Music continua a voler omaggiare artisti che appartengono al suo Dna più che mai variopinto ed eclettico. Per il 2015, in occasione del ventennale dell’uscita del primo disco dei Bluvertigo, QB Music, studio di registrazione e etichetta milanese, produrrà una rivisitazione completa ed eretica di Acidi e Basi (1995), dove ogni canzone verrà interpretata da un artista (o una band) diverso. Attraverso il concorso Vent’anni di Acidi e Basi, in collaborazione con ROCKAMBULA WEBZINE, QB Music dà la possibilità ad un massimo di dieci band o artisti emergenti di partecipare al progetto. Lo spirito del tributo è di far riarrangiare brani a band o artisti che ne diano la loro personale versione, ognuno secondo la propria sensibilità: QB Music promuove la diversità musicale e l’originalità della proposta, oltre, ovviamente, alla qualità creativa e tecnica. L’iscrizione al concorso è gratuita. Le candidature devono essere inviate via mail a demo@qbmusic.it entro il 01 dicembre 2014. Tra i premi: ore di registrazione, sconti sui servizi di QB Music e un pacchetto promozionale a cura di Rockambula.

Vuoi partecipare?
Scarica il regolamento completo del concorso:

http://goo.gl/POnwBl

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Recensioni | novembre 2014

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Trauma Forwards – Scars (Alternative, 2014) Voto 7/10

Suggestioni Noise alla Sonic Youth, influenze Grunge che cedono il passo all’Alternative degli anni Duemila. Scars, interamente strumentale fatta eccezione per la title track, vagamente New Wave, è un crogiolo di riferimenti a tutto ciò che è stato: tastiere sintetiche diventano delicati pianoforti, suoni acustici si fondono con l’elettronica, la chitarra classica si lascia sostenere da un basso elegantemente distorto, armonizzazioni orientali si mutano presto in semplici giri armonici Pop. Davvero meritevole di un ascolto!

NoN – Sacra Massa (Rock, Noise, 2014) Voto 7/10

Ex Non Violentate Jennifer. Cupi, ritmici, inquieti ed inquietanti. Scuotono, energici e diretti, essenziali e oscuri. Per amanti delle distorsioni, delle apocalissi e delle linee rette.

Sundance – House of the Sun (Folk Rock, 2014) Voto 7/10

Max e Davide (Sundance) non ci pensano su due volte prima di riesumare Jeff Buckley. Due chitarre come vanghe a scavar nel suolo, giù verso l’essenza stessa della musica. Un biglietto in prima fila per i puristi classe 1990; uno spettacolo da evitare per gli avanguardisti alla ricerca dello schema perfetto.

A Big Silent Elephant – Starlight (Acustico, Sperimentale, 2014) Voto 6,5/10

Tracce estratte da un futuro full length di tema spaziale, ispirato da stampe di comete e eclissi solari, registrate in eremitaggio campagnolo. Mood psichedelico, estrema sintesi, libertà totale. Con un risultato, al momento, alquanto fumoso.

Nana Bang – In a Nutshell (Psych Pop, 2014) Voto 6/10

Al loro secondo full length, i due Nana Bang, provano a scostarsi dai riferimenti dell’esordio cercando, con la loro solita ironia, di sviscerare il Pop per mostrarne il cuore, spoglio da quello che gli gira intorno, ma adornandolo con i colori di una incantevole psichedelia Lo Fi. Il risultato non è tanto luminoso quanto nelle intenzioni.

The Playmore – Pump Rock (Alt Rock, 2014) Voto 6/10

Quartetto napoletano al disco d’esordio, freschi ed energici con una forte identità e un sound solare e danzereccio d’ispirazione Indie Rock targato anni 90. Un buon mix di ritmiche intense e chitarre melodiche con qualche piccolo scivolone qua e là.

Eon – Low Key (Post Rock, 2014) Voto 5/10

Collettivo musicale di stampo Post Rock Elettronico Eon auto produce questa soundtrack che è l’adattamento teatrale de “La svolta”, di Moran Beaumer. Un lavoro pretenzioso che non convince pienamente.

Ongaku MotelOgni Strada E’ un Ricordo (Folk Pop, 2014) Voto 4,5/10

Giovanissimo trio milanese, Ongaku Motel si presenta a noi con un Ep pieno di Pop e qualche spruzzata di Folk e attitudine Lo Fi, scegliendo la lingua italiana per seguire a pieno la strada del più consono Indie Cantautorale di ultima generazione. Qualche buona melodia e poco altro.

Demeb – Urban Flowers (Experimental Rock, 2014) Voto 3/10

“Demeb è un progetto musicale che fondamentalmente parte dal Jazzcore, ma non è proprio Jazzcore; in poche parole suoniamo la musica, quella brutta”. Effettivamente non hanno torto; perché talvolta è più difficile imitare un Pollock che non un Courbet.

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Bliss, quinto disco per i Captain Mantell.

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Bliss è il titolo del quinto album dei Captain Mantell, power trio guidato da Tommaso Mantelli (omonimo del Capitano Thomas Mantell, primo pilota a morire inseguendo un UFO). Un lavoro ispirato alle radici del Rock che rappresenta un deciso punto di svolta stilistica per la band. La matrice compositiva rimane la medesima di sempre, Pop ma capace di soluzioni sempre originali. Il raggio d’azione pero’ si muove verso orizzonti piu’ vasti, anche grazie all’introduzione del sassofono, capace di evocare nuove suggestioni. La versatilità compositiva della band emerge più che mai, come una macchina del tempo impazzita attraverso la storia del Rock che salta dai King Crimson a Jack White, dai Beatles ai Nirvana, da John Zorn a Jeff Buckley. Le ritmiche potenti dell’Ammiraglio Dix, il sassofono sperimentale del Sergente Zags, i riff di chitarra che sembrano usciti dall’epoca d’oro del Rock creano delle basi sonore perfette per la voce del Capitano Mantell, espressiva ed efficace nei pezzi piu’ tirati come nelle ballad. I testi, cupi e disincantati ma con una vena di speranza ci accompagnano poeticamente alla ricerca della beatitudine (Bliss) intesa come evasione dallo stile di vita moderno e simbolicamente rappresentata attraverso la rivincita sulle rigide regole delle macchine elettroniche che fino ad ora avevano governato il suono della ciurma. Registrato e mixato nel 2014 tra Veneto e Abruzzo il disco vede anche la partecipazione di graditi ospiti quali Liam McKahey (Liam McKahey and the Bodies, Cousteau) che regala una sublime traccia vocale su “Side On”, Nicola Manzan (Bologna Violenta, Menace, Ulan Bator) che mette il suo tocco nell’arrangiamento di alcuni brani, la violenza dei Bleeding Eyes e la pazzia di DJ Muto. Il disco sarà pubblicato in vinile, CD e free download il 10 novembre 2014 da una cordata di etichette indipendenti formata da Dischi Bervisti, Overdrive Rec, Dreamingorilla Rec e Xnot You Xme (distribuito da Audioglobe).

TRACKLIST
01 – Love/hate
02 – The ending hour
03 – Wait for the rain
04 – The day we waited for
05 – Side on (feat. Liam McKahey)
06 – Dead man’s hand
07 – Ugly boy
08 – Better late than now
09 – First easy come then easy go
10 – Picture me floating
11 – To keep you in me
12 – With my mess around
13 – The age of black
14 – Won’t stop
15 – Bliss (bonus track)

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Aa. Vv. – Happy Birthday Grace! (Disco del Mese)

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Ci sono album e musicisti che la bravura e il destino hanno reso immortali, imprimendoli nella memoria e nell’immaginario di molti. Jeff Buckley è sicuramente uno di loro, una vera meteora che ha illuminato per troppo poco la scena musicale mondiale, ma che ha saputo in così breve tempo lasciare un’impronta indelebile nella storia del Rock. Nell’agosto del 1994 usciva il suo capolavoro, Grace; vent’anni dopo, lo studio di registrazione QB Music di Milano, pubblica in free download una compilation che ne celebra il ricordo. Parlare di semplice tributo non è corretto perché il lavoro di reinterpretazione e omaggio alle dieci tracce che compongono Grace va aldilà della semplice “coverizzazione” dei brani. Gli artisti presenti hanno saputo, grazie alle sapienti mani dello studio, creare qualcosa di veramente nuovo e non scontato, basando il lavoro su una forte ricerca dei suoni e degli arrangiamenti, portando le melodie di Grace negli anni 2000 attraverso la New Wave, il Funk, l’Elettro Pop e le sperimentazioni musicali. Capita spesso che le reinterpretazioni e i tributi, nella ricerca dell’omaggio perfetto a tutti i costi, inciampino nella miope rete dell’emulazione e finiscano per essere solo delle brutte versioni dell’originale. QB Music e gli artisti coinvolti sono riusciti invece a trovare il giusto equilibrio e mix  tra la versione originale e le diverse personalità degli interpreti che si susseguono, offrendo un punto di vista differente e tratti irriverente e un po’ impudente. Così ci si ritrova ad ascoltare “Mojo Pin” in versione New Spleen Wave, dove la carica interpretativa di Buckley viene resa materiale dai synth effettati degli Starcontrol; una veloce e ritmata “Grace” “groovizzata” grazie alla sorprendente voce ed energia di Naima Faraò dei The Black Beat Movement.

Tra le dieci tracce ce ne sono due che si contraddistinguono per intensità e sperimentazione, anche se lo fanno muovendosi su territori ben distinti e sono la scura “So Real” in cui i Two Fates, attraverso un tappeto di suoni sintetici, attualizzano il senso claustrofobico e di angoscia affidati a basso e batteria  nell’originale, e “Corpus Christi Carol“ solenne e celestiale che si trasforma in terrena e quasi tribale grazie alla ritmica dei piatti e dei tamburi dello Zenergy Trio. Due interpretazioni altrettanto interessanti e ricche di emozioni sono quella di “Lilac Wine” che diviene un blues scarno e graffiante con la sensibilità di Sergio Arturo Calonero, e dell’immortale “Hallelujah”, uno dei compiti più ardui, che gli Io?Drama superano brillantemente grazie alle grandi capacità vocali di Fabrizio Pollio e al violino di Vito Gatto. Happy Birthday Grace! È un lavoro curato,  bello da ascoltare, cha valorizza gli artisti che vi hanno partecipato e rende omaggio alla grande musica e alle capacità interpretative di Jeff Buckley con altrettanta qualità, sempre con la giusta consapevolezza del confine tra imitazione e tributo.

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Happy Birthday Grace!

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Esce oggi in free download
HAPPY BIRTHDAY GRACE

(QB Music 2014)

Una compilation tributo che rivisita completamente il capolavoro del 1994 del grande Jeff Buckley. Un omaggio eretico da parte di artisti d’estrazione diversa che hanno reinterpretato con personalità le dieci tracce del disco originale, passando dalla New Wave al Funk, dall’Elettronica al Blues, dalla Rumba al Folk Rock.

Link per lo streaming:
http://goo.gl/pd21bw

Link per il free download:
http://goo.gl/EK3jnt (FLAC)
http://goo.gl/N1FtI9 (MP3)

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Lana Del Rey – Ultraviolence

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È un pomeriggio di giugno del 2012. Il grosso isolato intorno all’Irving Plaza di New York City è circondato da svariate centinaia di persone, una moltitudine colorata in coda che arriva fino alla vicina Union Square, dove giungo trafelata per non perdermi lo showcase di Patti Smith, nella grande libreria Barnes & Noble che guarda sulla piazza, sorpresa al mio arrivo nel trovare la folla dal lato opposto. Mi avvicino a chiedere informazioni ad una tipa dai dreadlock rosa. Ci vorranno altre cinque o sei ore prima che la performance di Elizabeth Grant a.k.a. Lana Del Rey abbia inizio, ma loro sono già tutti qui. Born to Die è uscito soltanto da pochi mesi ma la strada per il successo sembra già una comoda passeggiata in discesa. Lana Del Rey avrebbe avuto vita comoda se avesse voluto essere una Pop star. Miss Grant però è ambiziosa, e pianifica questo secondo disco con il preciso intento di scampare il pericolo di essere scambiata per tale, profilatosi all’orizzonte dopo il debutto con una major. Di Born to Die raccoglie l’intuizione azzeccata, quel sound inedito che qualcuno ha definito Hollywood Sadcore, e tralascia tutti gli altri umori su cui viaggiava lunatico il disco di esordio. Recluta poi Dan Auerbach, in doppia veste di chitarrista e produttore: il frontman dei Black Keys calca la mano sugli arrangiamenti, spolverando un velo di Blues, ma meno di quanto ci fosse da aspettarsi, seguendo piuttosto i canali scelti dalla cantautrice e conferendo, anche fosse solo con la propria presenza, il marchio di fabbrica Indie al prodotto finale.

La Del Rey è molto meno ingenua di quello che vorrebbe farci credere. È sempre perfettamente consapevole delle sue mosse, quando sceglie i personaggi di cui circondarsi, il colore dello smalto, i tweet che scomodano Lou Reed, i riferimenti rapidi e indolori al cinema d’autore o ai poeti beat con cui decora le liriche dei suoi brani. Il range di ispirazioni che Lana ci tiene a sottolineare si estende infatti ben oltre il mondo della musica indipendente, a partire dallo stesso titolo, che cita quella old ultra violence di Alex in “Arancia Meccanica”. D’altronde ultraviolence in lingua inglese è diventato vero e proprio sinonimo di rape, stupro. I testi della nuova Lana narrano di un unico lungo melodramma in cui amore e violenza sembrano inscindibili. “He hit me and it felt like a kiss”, mugola nella title track, altra citazione autorevole, stavolta chiamando in causa l’R&B delle Crystals.  Il problema sta nel fatto che Lana si è accuratamente confezionata un’ottima occasione per poi sciuparla.

La prima parte dell’album è un ricco assaggio di tutte le facce che potrebbe assumere questo Sadcore glitterato e opulento, oltre che una dimostrazione convincente delle sue doti da contralto con ampia estensione vocale. “Cruel World” inaugura in riverberi energici e conturbanti quel mood vintage che è poi la spina dorsale del progetto Del Rey, in cui tutto appare slavato dai toni pallidi di un filtro Instagram. “Ultraviolence” è fatta di archi e sussurri, sulla scia di quel filone sognante che parte da “Young and Beautiful”, soundtrack del remake de Il Grande Gatsby e consacrazione di Lana Del Rey alle colonne sonore. Sembra di sentire i vocalizzi di quella Suzanne Vega di “Solitude Standing”, ma è chiaro che non c’è la stessa introspezione: quando il timbro ammaliante di Lana chiede give me all of that ultraviolence, quello che ne viene fuori è piuttosto una Etta James dei nostri giorni (negli anni Sessanta il suo I just wanna make love with you deve aver suonato altrettanto scandaloso). I cori angelici ed effettati di “Shades of Cool”, le chitarre acustiche di “Brooklyn Baby”, il ritmato impasto sonoro di “West Coast” che sembra uscito da uno spy movie anni 70: ogni brano è una diversa e interessante declinazione della sua malinconia teatrale e sontuosa. Da questo punto in poi però il disco prosegue con qualche sforzo, tra sonorità che si adagiano pigre sul ben fatto delle tracce precedenti e testi che si fanno più banali, e senza molte altre storie torbide da raccontare si attestano sul già abbondantemente sviscerato tema della disperazione che si cela dietro allo sfarzo dello star system. Se da un lato si ha l’impressione che la Grant non sia riuscita pienamente nello sviluppo di quello che sembrava configurarsi come una derivazione inedita e glam dello Slowcore, dall’altro appare abbastanza chiaro che questo universo dorato di cui finisce ogni volta per parlare sia il suo habitat naturale. Lana Del Rey è pura incarnazione dell’american way of life, un aspetto inevitabilmente essenziale della cultura a stelle e strisce, ma senza alcuna ricerca di contenuti tradizionali da rielaborare, come in altre cantautrici americane sue coetanee (penso a Johanna Newsom): è piuttosto una ironica postura in cui lei sembra perfettamente a suo agio, un canto ammaliatore di sirena che trasporta l’ascoltatore nei luoghi mitici del sogno americano, dalla lasciva California alla fervente New York degli anni 70, e glieli lascia assaporare.

Conclude l’edizione standard una struggente reinterpretazione di “The Other Woman” di Jessie Mae Robinson, cara anche ad un certo Jeff Buckley (“io e Jeff abbiamo molte più cose in comune di quanto pensiate”, sembra dire lei con la sua consueta aria alla Jessica Rabbit che finisce sempre per convincere un uomo di qualsiasi assurdità). La deluxe edition include invece altri tre brani che divergono dal tracciato precedente in accenni elettronici e risultati orecchiabili ma decisamente meno interessanti. A me piace pensare che quest’algida diva contemporanea si faccia in realtà delle grandi risate quando vede il mondo credere al suo show da drama queen. Mettetevi comodi perché ho la sensazione che il suo spettacolo fatto di pillole, gossip e lustrini durerà almeno un altro paio di decenni.

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