Heavy Metal Tag Archive

Danzig – Danzig Sings Elvis

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Solo se sei l’ex cantante dei Misfits puoi permetterti di pubblicare una schifezza così.
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Recensioni #22.2018 – Rinunci a Satana? / Alessio Bondì / Medicine Boy

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Hard’n’Heavy & Doom Festival 2015

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L’Hard’n’Heavy Festival è alla sua prima edizione a Genova all’interno del FIM-Fiera Internazionale della Musica, evento giunto alla terza edizione. Un Festival che regalerà a musicisti, professionisti del settore e appassionati del genere, due giornate piene di musica Hard Rock, Heavy Metal e Doom Metal. Dalle prime ore del pomeriggio del 15 e 16 Maggio si susseguiranno numerosi gruppi sul palco verde della Fiera del Mare di Genova fino alle ore 24. Tra le bands presenti segnaliamo EPITAPH, MASTERCASTLE, GUNFIRE, THE BLACK, BUD TRIBE, VANEXA, PERSEO MIRANDA, WONDERWORLD, H.A.R.E.M., BLUE DAWN, …headliners delle due serate saranno lo storico vocalista JOE LYNN TURNER (ex Rainbow e Deep Purple) e il grandissimo tastierista, chitarrista e cantante KEN HENSLEY (ex Uriah Heep). Il 17 Maggio invece ci sarà la terza edizione del Riviera Festival PROG al quale parteciperanno incredibili formazioni tra le quali i GOBLIN REBIRTH, gli UT NEW TROLLS, i riformati CHERRY FIVE (Pre-Goblin), gli EMERSON, LAKE & PALMER Project e l’ex frontman della PFM BERNARDO LANZETTI con i BEGGAR’S FARM.

Fiera di Genova (Genova – Foce)
Piazzale Kennedy 1 16129 Genova
(dalle ore 10,00 alle 24,00)

PROG FIM 600

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Ronny Taylor – Dateci i Soldi

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Da quando il chitarrista solista della mia band, nonché compagno di liceo, mi passò ormai molti anni fa una cassetta con sopra scritto Joe Satriani pronunciandomelo come un Dio sceso in terra, il mio rapporto con il Rock strumentale ha subito avuto un rapporto difficoltoso. Virtuosismi a parte, il fastidio di non ritrovare parole e melodie vocali in un brano di 5 minuti scatenava in me noia e una leggera incazzatura nel riconoscere grandi riff sprecati in assoli che, benchè orecchiabili, risultavano di esagerata lunghezza. Facile dire che gli strumenti parlano il loro linguaggio. Io sono onesto con me stesso e mi tengo le mie tare mentali. E con questi pregiudizi attacco la recensione dei miei concittadini Ronny Taylor. La band nasce nel 2010 a Torino in mezzo ad altre realtà della zona (i ragazzi hanno militato in Oh No Its Pok, Into My Plastic Bones) che portano a mischiare sonorità e un bordello sempre sapientemente ammaestrato. Sprazzi di Funky, riff Heavy Metal vecchio stampo, synth e tastiere che aprono universi paralleli. Indubbiamente anche un cervello limitato come il mio non può che riconoscere già da subito una potenza inaudita in questo quartetto.

Copiano la copertina di Songs For the Deaf dei Queens of the Stone Age e jammano come dei dannati in questa mezz’ora di musica pura e cruda che è il loro primo vero lavoro in studio: Dateci i Soldi. L’intro dal sapore demenziale introduce al Rock duro di “Power Rangers”. Il basso simula uno spietato senso di vertigine mentre la chitarra macina licks e assolazzi (anche questi molto orecchiabili) senza mai scadere nella trappola del tecnicismo. Il perfetto incastro degli strumenti si ripete in “1945”. Le atmosfere si dilatano in un perfetto viaggio che nulla ha da invidiare agli anni d’oro del Progressive. Stortissima è invece “Clouds” con in mezzo anche un piccolo pseudo-rap che fitta benissimo con le ritmiche serrate dell’instancabile Mario Rossi. Non mancano ironia, fantasia e (senza farne abuso) tecnica. Sopra tutto però sta una nutrita dose di follia che porta a scrivere un brano come “My Chemical Orecchioni”. La follia non si ferma al bizzarro titolo ma fa sfociare un giro di basso funkeggiante in un assolo di tastiere che ricorda il compianto John Lord e le sue magie tra Classica e Blues. Per chiuedere il pezzo in bellezza, la chitarra di Giuseppe Franco si infila con un epico assolo. No, la mia tara rimane sconfitta. Siamo al sesto brano e la noia qui non riesco proprio a percepirla. Forse perché questa è una vera band e sa suonare live, anche su disco. Senza scadere in artefatti o in produzioni esagerate, solo quattro ragazzi bravissimi col loro strumento che suonano ore e ore in sala prove e escono con pezzi che li fanno divertire e che divertono (stranamente) pure l’ascoltatore in questione. Sinceramente, date le mie tragiche premesse, non potevo proprio aspettarmi di meglio.

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Last Minute to Jaffna – Volume III

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No, nessun refuso. C’è scritto proprio HeavyMetal virgola Acustico. Se volessimo aprire in questa sede una disquisizione su generi e sottogeneri, i Last Minute to Jaffna ci darebbero un gran da fare. Su Bandcamp si proclamano una band dedita all’Heavy Psychedelic Music. Salvo definire poi questo Volume III un album Slowcore. Ma io ci ho troppo in testa The Black Heart Procession e anche una certa Chan Marshall aka Cat Power, e credo proprio che non basti staccare la spina all’Heavy per ottenere una simile metamorfosi.  Si può dire che la genesi del disco sia frutto del caso. Arriva dopo un Volume I, che ha dato non poche soddisfazioni a questa band torinese all’attivo dal 2004, ma prima del Volume II, attualmente ancora in lavorazione. Nel mentre, succede che Scott Kelly dei Neurosis, passi per Torino per un live unplugged. I LMTJ si esibiscono come opening act, e decidono in seguito di raccogliere in Volume III gli estratti del repertorio riarrangiati per l’ occasione. Cinque tracce, che loro preferiscono chiamare capitoli (Chapters). Lunghi, forse troppo. Tre brani tratti dal primo album e riarrangiati, di cui uno live, e due inediti.

Cosa resta del metallo eliminando le distorsioni? Se è vero che uscendo dal tracciato codificato del genere con questo esperimento i LMTJ lo rendono probabilmente più accessibile ai non adepti, il problema è piuttosto il dover convincere gli affezionati. Il disco fatica a scorrere, nonostante arrangiamenti ed esecuzione siano qualitativamente validi, come se mancassero un paio di elementi a rimpiazzare ciò che è stato tolto nel dover percorrere la strada acustica. Alcune incursioni insolite, un corno tenore e una kalimba, arricchiscono piacevolmente una serie di linee melodiche in realtà comuni a tutti i pezzi, ma si tratta di episodi puntuali. Non c’è un brano che emerga lasciando il segno, non ci sono azzardi, e il tutto gioca evidentemente a scapito dell’impatto emotivo. Il cantato monocorde e in tonalità piuttosto basse non aiuta lo scorrere del disco, e i growl a cui nonostante tutto non rinunciano faticano a collocarsi tra sonorità prive di chitarre elettriche.

Nelle loro testuali intenzioni la ricerca dei Last Minute To Jaffna è quella di un sound potente e inesorabile come la forza della natura. Siamo probabilmente di fronte a un linguaggio sonoro inesplorato, ma non è certo la potenza il tratto distintivo di quest’album, che nel bene e nel male vive più di sottrazioniche di dirompenza. Resta un buon disco Heavy, che però non osa mai troppo nella sperimentazioneche promette.

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Artemisia – Stati Alterati di Coscienza

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Unire sonorità dedite allo Stoner Rock con quelle del Progressive è una cosa che gli Artemisia ormai sanno fare benissimo. Dal 2006 (anno di nascita del gruppo) ad oggi di tempo ne è passato e i ragazzi hanno acquisito esperienza e maturità, non è un caso infatti che Stati Alterati di Coscienza sia un disco degno di nota. Iniziamo a dire che attraverso i testi cogliamo una ricerca personale degli autori che con grande maestria riescono ad esporli attraverso lo studio di miti e leggende. E’ più o meno un viaggio all’ interno della propria anima, si passa dalla gioia alla paura, facendo di tanto in tanto apparire una sorta di spettro che potremmo inquadrare come una guida ed un ostacolo allo stesso tempo. Insomma parliamo di un lavoro di un certo rilievo non solo musicalmente ma anche per quanto riguarda le tematiche che lasciano ampio margine a personali riflessioni. Analizzando il sound del disco sentiamo subito dei graffianti riff mescolati a sgargianti giri di chitarra, ciò crea un suono a volte ruvido, a volte dolce e quieto. Basso e batteria sono ben coordinati mentre la voce di Anna Ballarin è un vero e proprio tocco di classe, a metà tra sensualità e rabbia, insomma, una chicca. Stati Alterati di Coscienza è un fiore all’ occhiello della discografia degli Artemisia, è un lavoro maturo che racchiude il sapere degli artisti, i testi lo testimoniano. “La Strega di Portalba” è indubbiamente un ottimo biglietto da visita che mette subito in chiaro le potenzialità del disco e del gruppo stesso. “Insana Apatia” mostra l’ interessante sbalzo piano/forte del disco (la quiete e poi la tempesta), è da questa traccia che si comincia a fare sul serio. La successiva “Il Pianeta X” mostra la vera anima Stoner degli Artemisia, anche in questo caso si alternano momenti dove si picchia forte con altri più fiochi. “Mistica” invece suona come un melodico e candido brano dove troviamo Anna davvero ispirata. Le ultime due canzoni che vale la pena citare sono “Vanità” che nei suoi cinque minuti mette in mostra il lato più tranquillo del gruppo e la conclusiva “Presenza”. Stati Alterati di Coscienza è un disco ben riuscito, Anna Ballarin e soci possono vantarsi di aver creato un disco di elevato spessore, i veri rocker potranno ritenersi soddisfatti.

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Motörhead – Aftershock

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Una cosa é certa: l’attitudine va premiata, sempre e comunque. Nonostante un delicatissimo intervento chirurgico subito la scorsa estate (e l’inevitabile cancellazione del tour europeo 2014), alla soglia dei settant’anni Ian Fraser Kilmister, meglio conosciuto come “Lemmy”, sale nuovamente in cattedra e, a giudicare dal ventunesimo capitolo della pluridecennale saga Motörhead, Aftershock, direi proprio che sta benone. L’amore malsano e struggente per il Rock’n’Roll, nonostante lo stile di vita selvaggio e decadente che troppo spesso ne consegue, può sconfiggere la morte? Beh, considerate le premesse la risposta é si, e l’unica spiegazione plausibile va individuata in un sovrannaturale patto col maligno, punto e basta.

Tuttavia una precisazione é d’obbligo: Aftershock non farà gridare al miracolo, rappresentando certamente un’indubbia battuta d’arresto rispetto al precedente The World Is Yours (2010), ma in ogni caso si tratta di un album in perfetta continuità con un filone creativo che fluisce possente ed inarrestabile da ormai quasi cinquant’anni, come un fiume in piena. La progressiva evoluzione della band verso sonorità Metal oriented, a scapito delle radici Speed Punk degli esordi, é testimoniata in maniera piuttosto evidente e tangibile da brani come “End of Time”, “Going to Mexico” e “Queen of the Damned”, veri e propri locomotori deraglianti lanciati a cento all’ora sulla tortuosa autostrada dell’inferno. Certo, non si tratta di “Ace of Spades” o di “Iron Fist”, ma la botta é dura, e fa male comunque, anche quando il leggendario trio britannico si cimenta in ballate dal sapore squisitamente Hard Blues come “Dust and Glass” (dove echeggiano indiscutibilmente partiture degli australiani AC/DC) e “Lost Woman Blues”. Nonostante il celebre motto della band “all killer, no filler”, la copiosa tracklist di Aftershock (ben quattordici brani) annovera al suo interno anche qualche inefficace riempitivo, ma non c’é da stupirsi, basta prenderne atto. “Motörhead is not simply a band, it’s a genre!”.

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METAL CAMP SICILY 2014: PRIMI DETTAGLI

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Si riparte da dove avevano iniziato. La terza edizione si svolgerà nei giorni 12,13,14 agosto 2014 presso la rinnovata struttura Torre degli Iblei sita nelle colline siracusane alle porte di Palazzolo Acreide. L’area concerti sarà attrezzata con vari Stands dalla gastronomia locale al merchandise. Oltre a gruppi musicali di livello internazionale (a giorni i primi annunci), ci saranno una serie di intrattenimenti. Tanti i partner prestigiosi. Radio Musmea, MetalItalia.com, SpazioRock, Heavy-Metal, Metal.it, Suoni Distorti Magazine, ESP Chitarre, Backline, Jad&Freer, Mondocaneventi, Acciaierie Sonore Metal Sound e altri. Non rimane che restare sintonizzati sulle pagine web ufficiali del festival per tutte le novità che da qui a breve verranno ufficializzate.

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Great Master – Serenissima

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Un genere quello Heavy Metal che non appartiene a tutti. Ma lo scetticismo popolare verrebbe subito spazzato via entrando nel mondo di Serenissima, secondo album dei Great Master. Osservando più attentamente la copertina si entra in una città fatta d’acqua, di ponti, di cupole e di stormi di uccelli che sovrastano l’oscuro cielo notturno. Aprendo il digipack di ottimo “cartone” si scorgono i raggi solari di un tramonto che illumina i preziosi intarsi di un bellissimo lavoro grafico che culmina  nel corposo libretto, sicuramente da leggere attentamente per comprendere passo dopo passo il filo conduttore di questo concept album.

Città ricca d’oro ma più di nominanza, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia” come scriveva Francesco Petrarca, “e dalla prudente sapienza dé figli suoi munita e fatta sicura” è il pensiero che accompagna il primo brano strumentale “The Ascension”. “Queen of The Sea” invece è Venezia, città natale del gruppo, “regina del mare, la repubblica della libertà protetta e dominata da leoni d’oro”. La città governata dal Doge, “simbolo di aristocrazia, che n’è anche supremo giudice” (Doge), “terra di mercanti, portati dal mare in terre orientali per barattare ori” (The Merchant) e di cavalieri, ospiti durante la caduta di Zara. Si ricorda Marco Polo che “durante il suo viaggio ha visto illusione e realtà, miglia dopo miglia, sulla via della seta”, “attraverso il mare, il silenzio è rotto solo dalle onde. Magiche luci, guidati dalle stelle” (Across The Sea). Un album che ricorda la peste nera (Black Death), la guerra tra Genova e Venezia del 1372 (Enemies at The Gates), le battaglie a cavallo (Marching on The Northen Land), la battaglia di Lepanto, cristiani contro turchi (Lepanto’s Call), l’attacco francese contro il quale non si aveva possibilità di vittoria, “arrendersi o combattere, i cannoni sparano ancora forse per l’ultima volta” (The Fall) e dell’onore medievale dove “c’era stato un tempo lontano in cui gli uomini combattevano per l’onore, in cui la spada valeva più dell’oro” (Medieval Still).

Ma prima della grafica e della storia contenuta in questo lavoro, la vera scoperta è la vocalità di Max Bastasi, comprensibile, pulita e limpida perfino nei vibrati tenutissimi. Tutto questo anche e soprattutto grazie all’aspetto strumentale, alla batteria studiata e non opprimente di Francesco Duse, alle chitarre forti e melodiche di Jahn Carlini e Daniele Vanin, e all’ottimo basso di Marco Antonello. Un album e un gruppo che ricorda gli Hammerfall, ma purtroppo senza capelli, o a tratti la forte melodia dei Sonata Artica. Un Heavy Metal che accontenterebbe tutti, metallari, rocker e chi vorrebbe trovare ritmo in atmosfere melodiche. Insomma, un ottimo lavoro interessante da ascoltare, guardare e leggere.

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