Vincenzo Scillia Author

Cadaveria/Necrodeath – Mondoscuro

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Unire due leggende non capita spesso e quella volta che si verifica l’occasione, chiaramente, non bisogna farsela sfuggire. Ebbene, Cadaveria e i Necrodeath, che sono due pilastri della musica estrema tricolore, uniscono le forze per creare uno split album davvero avvincente: Mondoscuro. Iniziamo col dire che i due gruppi sono prima di tutto grandi amici, infatti, Flegias, singer dei Necrodeath, è anche il batterista dei Cadaveria  e con quest’ultima, fino a poco tempo fa ha fatto parte anche Killer Bob che a sua volta proveniva dai Necrodeath. Come dicevamo, vediamo i due pilastri italiani uniti per un mini disco che vede tracce inedite e cover, la particolarità è sentire pezzi di un gruppo cantato e suonato dall’altro. Uno scambio di stile o la sperimentazione di ascoltare il proprio pezzo sotto un altro aspetto? Dipende dai punti di vista, fatto sta che ascoltare “Mater Tenebrarum” (dei Necrodeath dal disco Into The Macabre de 1987) in chiave Cadaveria è un qualcosa di favoloso, la traccia assume un aspetto oscuro, quasi demoniaco. “Spell” (di Cadaveria dal disco The Shadows’ Madame del 2002) invece, suonata dai Necrodeath,  cambia un po’ forma, nel senso che la velocità del gruppo e i giri di chitarra la rendono davvero alternativa. Insomma, questo primo step di scambi è riuscito alla grande da entrambi le parti. Veniamo adesso ai pezzi inediti. La prima che ascoltiamo è “Dominion Of Pain” di Cadaveria. Cominciamo a dire che la nostra dama oscura ha la capacità di saper mutare, nel senso, che riesce sempre a  ad evolvere il suo sound, lo ha fatto con i suoi dischi e lo ha fatto anche in questa traccia, deliziandoci con un cantato aggressivo che si sovrappone ad uno più tetro, il tutto su una base Thrash Metal. “Rise Above” dei Necrodeath va un po’ fuori dai canoni della band, troviamo innanzitutto un duetto con Cadaveria ed è infine un pezzo cantato sia in inglese che in italiano, ad ogni modo anche qui parliamo di una traccia ben riuscita. La piccola operetta si chiude con due cover: la prima è “Christian Woman” dei Type O Negative eseguita da Cadaveria. Il fascino della traccia  sta nel cantato della caparbia artista, la sua voce che va dal cupo al demoniaco da un valore in più al pezzo che già di suo è spettacolare. Chiudiamo lo split con una grande prova artistica eseguita dai Necrodeath. La band infatti, chiude in bellezza presentando una particolare versione di “Helter Skelter” dei Beatles. Con questo pezzo la band si supera decisamente, propone una versione decisamente alternativa che a dirla tutta con il loro stile acquista un altro tipo di fascino. Insomma, Mondoscuro è un lavoro decisamente ben riuscito e onestamente, era scontato perche’ a suonare e a mettersi in gioco sono due pilastri italiani che hanno davvero l’ arte nel sangue.

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Daniel Lioneye – Vol. III

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Siamo giunti al terzo disco di Daniel Lioneye, chitarrista dei talentuosi HIM e mente di riff e assoli a dir poco sbalorditivi che senza esagerare fanno gola a tantissimi musicisti di alto livello della scena Hard Rock ed Heavy Metal internazionale. Purtroppo in molti lo conoscono, come già detto, perchè si tratta di uno dei pilastri della tanta amata/odiata band finnica, creatrice addirittura di un genere quale il Love Metal. In pochi sanno però che Mikko “Linde” Lindstrom, ovvero  Daniel Lioneye, ha un suo progetto nato nel 2001 con alle spalle altri due lavori.

La band di Lioneye è composta da altri due membri degli HIM: Migè Amour al basso ed Emerson Burton alle tastiere. Attualmente alla batteria troviamo Seppo Tarvainen dei The Stourger che va a sostituire Bolton degli Enochian Crescent.
Vol. III è un disco che come il precedente ti spiazza perchè comprendi a fondo le potenzialità di determinati artisti. Con questo lavoro non si tratta di cogliere l’ efficienza tecnica dei musicisti, bensì l’inventiva, il gusto musicale, la raffinatezza culturale e la capacità di assemblare generi più “duri”. Vol. III spazia dallo Stoner alla Psichedelia fino a toccare sonorità Black Metal, insomma tipi di musica differenti rispetto alla band madre che si occupa, invece, di un genere dalle tinte cupe, rockeggianti ed oscure. Ci si accorge dell’ottimo prodotto ascoltando tracce come “Break It Or Heal It”, che vanta di massicci riff e giri di chitarra, oppure la possente “Aetherside”, dove lo Stoner è predominante (gli Electric Wizard impazzirebbero per un pezzo di questo tipo). “Licence To Defile” ricorda un po’ l’andazzo del disco precedente solo che questa volta l’accurato lavoro delle tastiere fa la differenza rendendo il pezzo sinistro. “Dancing With The Dead” si posiziona tra le tracce più riuscite: ha un mood cupo dovuto al buon gioco delle tastiere di Burton, i massicci giri di chitarra presenti che vanno poi a comporre un interessante ritornello rendono il pezzo formidabile e il cantato di Mr. Lioneye da un tocco di fascino in più. “Neolitic Way”, già presente in Vol. II, qui è riproposta in una versione più pesante e pulita.

Questo Vol. III è un album di ottima qualità, dove non solo la musica suscita interesse ma anche i testi scritti da Mige Amour. Nell’attesa di riascoltare gli HIM possiamo goderci questo affascinante lavoro di Daniel Lioneye, magari qualche accanito fan di Sua Maestà Infernale potrà deliziarsi con qualcosa di diverso mentre i guru del metallo pesante o i fondamentalisti potranno ricredersi sulla bravura e la genialità di questi musicisti.

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Raphael – Reggae Survival

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È giunto al secondo disco il talentuoso Raphael, confermandosi senza ombra di dubbio uno dei migliori artisti Reggae in circolazione. Di strada ne ha fatta, fin da quanto era membro degli Eazy Skansers, tante per lui le collaborazioni e immensa la passione per questo genere.
Reggae Survival è il suo nuovo disco e piace davvero tanto. È riuscito ad omaggiare il grande Bob Marley lasciando comunque il suo segno. Questo nuovo disco è una piccola perla perchè c’è attenzione ad ogni piccolo dettaglio. È interessante come il suono sia limpido e riesca a scandire ogni piccolo particolare, dal riff all’assolo di chitarra. I diritti sociali restano uno dei punti cardine per quanto riguarda le sue tematiche, infatti, i suoi testi spesso sono delle vere e proprie denunce.

Con questo album e questo artista, la Sugar Cane Records si è guadagnata un’ulteriore occasione d’incassi, non esagerati ma sicuramente discreti.  L’artista italo-nigeriano è una promessa e i suoi album sono una conferma. Reggae Survival va ad inserirsi nella schiera di quei lavori senza compromessi realizzato con impegno ed onestà. Ti accorgi della qualità del disco ascoltando canzoni come “Dread Inna Babylon”, “A Place For me”, “Sweet Motherland” e “Rise Up”. Queste citate sono delle vere perle sia per quanto riguarda il sound che per le tematiche toccate. Insomma, Reggae Survival è un disco che si fa ascoltare con molto piacere senza stancare minimamente. Questo album è la risposta a coloro che considerano il Reggae statico, a coloro che non riescono a cogliere le sottigliezze e le sfumature di questo incredibile genere.

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Witches Of Doom – Deadlights

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Ebbene, anche i Witches Of Doom giungono al loro secondo album intitolato Deadlights. La band, che miscela lo stile di colossi come Type O Negative, Rob Zombie e Paradise Lost, torna in scena con un disco che li definisce una volta per tutte. Se con Obey, il disco d’esordio, hanno dato buona impressione, con questo nuovo lavoro danno la conferma d’esser, prima che dei buoni musicisti, dei bravi artisti.

Deadlights è un disco che spazia dal Doom, al Gothic con venature Stoner. Parliamo di un album che può essere ascoltato in svariati momenti, ma è anche un lavoro che vanta di tracce che potrebbero fare da colonna sonora a qualche film di Tarantino o dello stesso Rob ZombieDeadlights ispira sofferenza ma anche rabbia e carica, puoi trovarti in un periodo triste o in uno più movimentato, va bene lo stesso. In questo disco è interessante l’uso delle tastiere e degli effetti, questi ultimi sicuramente più utilizzati rispetto al precedente album. È chiaro che i Witches Of Doom con questo nuovo lavoro segnano la loro maturazione. Certo, non è un capolavoro ma è un disco che si difende abbastanza bene e si inserisce senza dubbio tra uno dei lavori più interessanti dell’anno.
“Lizard Tongue”, primo singolo, ti travolge con i suoi effetti creati dalle tastiere e con i mastodontici giri di chitarra di Venditti. “Run With The Wolf” con la sua composizione piano-forte è trascinante non solo per la buona melodia ma anche per il cantato di Piludu chiaramente inspirato da Peter Steele. Passiamo direttamente a “Winter Coming”, tetra ed oscura, anche qui c’è un buon gioco delle tastiere mescolate all’ottima voce di Piludu. “Homeless” e “Black Vodoo Girl” mettono in mostra la vena Stoner e Doom del gruppo. Chiudiamo citando “I Don’t want to be a Star”, la traccia più calma del platter, dal sound pulito e melodico, anche qui un ottima prova di Piludu.

Deadlights è un disco onesto, nel senso che riesce ad omaggiare grandi nomi del Goth e del Doom ma con un evidente personalità.

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Acinideva – Fuori dall’Eden

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Ecco un disco che è davvero degno di nota, un lavoro che ti spiazza soprattutto se si considera la casa discografica, la Nadir Music che solitamente tratta di generi più estremi. Il disco in questione è Fuori dall’Eden, composto dai genovesi Acinideva. Un ottimo prodotto Rock dall’ impronta cantautorale che riesce ad emozionare con i suoi riff e i suoi testi riflessivi i quali si indirizzano su tematiche sociali e sul genere umano in generale. Fuori dall’Eden è un disco di dieci tracce, ognuna con qualcosa da raccontare e far provare. Questo disco vanta di un sound roccioso ed elettronico fatto a pennello, non ci si stanca mai di ascoltarlo e la voce di Alessandro Ottaviani è un vero portento. Parliamo di un gruppo che potrebbe camminare a braccetto con i più affermati, come il Teatro degli Orrori, Johnny FreakMarlene Kuntz Massimo Volume.

Il platter si apre con “Eva” una canzone che ha la giusta dose di potenza e dolcezza con il basso di Loris Andreotti che fa davvero la differenza. Con la successiva “Norwegian Suite” si comincia a sentire la vena nervosa della band. “Lampedusa” mette in mostra le possenti chitarre di Fabio Cloud e Tommaso Piana: riff taglienti e nevrotici giri di chitarra il tutto condito con l’ottima prestazione di Ottaviani. Il brano già presagiva il successivo divampare dell’ incendio di fronte l’ incapacità dei governi europei di affrontare la questione. “Il Cantico dei Cantici” è il momento di pausa del disco; questa traccia per la maggior parte del tempo è dominata dalle prestazioni cantautoriali di Alessandro Ottaviani.  Si riparte a razzo con “Ossigeno”, altra traccia di ottima fattura che presenta rocciosi riff. “Arbeit Macht Frei” è un’altra canzone particolare, melodica e movimentata.

Le ultime canzoni da citare obbligatoriamente sono “L’Inganno” e la conclusiva “Prima del Bacio (Tra Paolo e Francesca)”, la prima forte e di un certo impatto e la seconda invece calma; quest’ultima assomiglia quasi ad una ninnananna, la giusta canzone per addormentarsi lievemente e scappare in un altro mondo sognando una realtà migliore.

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Hell in the Club – Shadow of the Monster

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Siamo giunti al terzo disco degli Hell in the Club, un gruppo che ha dimostrato di far parte di una solida realtà, un gruppo che può far sognare la scoperta di nuovi pilastri dell’ Hard Rock. La band trova una sua personalità, dunque, un proprio stile che si differenzia notevolmente dagli altri.  Shadow of the Monster è il loro terzo disco ed è una sorta di consacrazione per Davide Moras e soci. Parliamo di un disco genuino che si lascia ascoltare anche più di una volta consecutivamente. Questo platter ha la capacità di trascinarti, farti scuotere e ballare a suon di Rock’n’Roll. AC/DC, Hanoi Rocks, L. A. Guns, Mr. Big e Steel Panther, sono le icone che hanno influenzato i ragazzi; d’ altro canto, gli Hell in the Club hanno bene appreso la lezione di questi maestri. Il prodotto sfornato è invidiabile:  c’è una canzone per riflettere, un’altra per scatenarsi e un’altra ancora per darsi al libero sfogo, insomma un disco dalle svariate emozioni e sensazioni. Un aspetto che va evidenziato è la scelta di spingersi su fronti che strizzano l’ occhio al Southern; infatti, si nota facilmente che il suono delle chitarre è più pomposo, rude e a tratti roccioso. Shadow of the Monster è un disco che una volta per tutte delinea il marchio del gruppo, nel senso che si differenzia e si fa riconoscere tra migliaia di dischi Hard Rock. Gli Hell in the Club sono un gruppo che sta prendendo il volo, hanno le carte in regola per aver un discreto successo in ambito Hard Rock. Non solo buoni dischi ma anche ottime prestazioni live nonché sceniche. Insomma si tratta di una band che si impegna e ci mette veramente il cuore in quello che fa.

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Sadist – Hyaena

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Non c’è bisogno di presentare i Sadist, loro sono un pezzo di storia della musica estrema italiana. Proprio la band di Trevor e soci è quella che con molta probabilità ha, in Italia, più discepoli di tutti se confrontati attualmente agli altri pilastri connazionali. I Sadist nel bene o nel male ad ogni loro uscita sono sempre riusciti a sbalordire, nel senso che ogni loro nuovo disco aveva qualche particolare che si faceva notare. Adesso, con Hyaena, disco che esce a distanza di cinque anni dall ottimo Season in Silence, si vanno a toccare sonorità tribali che chiaramente riconducono ad etnie africane. Interessante il passaggio fatto dal disco precedente a questo protagonista della nostra recensione: Season in Silence era un disco freddo che lasciava intenderlo da tutto e per tutto, dalla copertina al sound; Hyaena invece è trasportato da un sound con diverse sfumature, che sono particolari sottigliezze che si rifanno ai popoli Africani. Senza troppo distoglierci su vaneggianti particolari, la base rimane chiaramente quel Progressive Death Metal made in Sadist: la voce di Trevor è inconfondibile come gli stessi possenti giri di chitarra di Mr. Talamanca. Questo nuovo disco è stato registrato presso gli studi della Nadir, ed anche il lavoro svolto per quest’altra fase è più che soddisfacente. Tracce da citare sono l’opener, intitolata “The Lonely Mountain”, un discreto biglietto da visita che mette insieme un po tutte le caratteristiche del disco. Un’ altra traccia da menzionare obbligatoriamente è “Bouki” che vanta un ottimo gioco delle tastiere, il fiore all’ occhiello della canzone. Passiamo alla successiva “The Devil Riding the Evil Steed”, che vanta, come la precedente, un ottimo uso delle tastiere ma anche un cambio di tonalità di Trevor che rende la canzone sinistra, insieme al cantato di un probabile “indigeno”. “Gadawan Kura” è la canzone molto più “morbida” del disco, dai riff melodici e dal suono più mieloso rispetto alle altre; si tratta di una traccia strumentale della durata di poco più tre minuti, insomma una piacevole pausa del platter. Si riparte con “Eternal Enemies”, una canzone che alterna momenti forti con altri più deboli; in questo caso il momento forte è il Death Metal del gruppo e la parte debole le sottili strumentazioni africane. Hyaena è un album in puro stile Sadist, dunque ha un marchio di fabbrica che fa comunque la differenza. Un’altra buona prova per Trevor e soci.

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Coraxo – Neptune

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Coraxo nascono nel 2013 e provengono dalla fredda Finlandia. I membri che ne fanno parte sono: Tomi Toimonen, Ville Kokko e Ville Vistbacka. Tutti e tre i ragazzi hanno una formazione ed uno stampo totalmente differente tra loro, e vi accorgerete di questa particolarità proprio grazie a Neptune, il disco d’ esordio registrato presso il Raivio Sound, mentre i processi di masterizzazione sono a cura di Dan Swano, che a dirla tutta ha svolto un ottimo lavoro data la qualità del suono.  Neptune è un disco che cattura l’attenzione grazie alle sue svariate sfumature: un po’ Heavy, un po’ Prog e un po’ Blues; a volte è possibile cogliere anche delle sfumature Folk, ma il minimo comune denominatore rimane sempre il genere Melodic Death Metal. È interessante come questo disco riesca a metterei di buonumore; in certi momenti pare che addirittura ti spinga a danzare e a muoverti sulle note di alcune sue canzoni. Non è un apice, questo è chiaro, ma è comunque un lavoro simpatico che è riuscito, prima di tutto, a mettere d’ accordo tutti i musicisti, sia per i loro gusti che per le loro capacità. In seconda battuta Neptune è riuscito a conciliare sonorità che difficilmente riescono a trovare una sintonia tra loro. Insomma, per i Coraxo è un buon inizio, questa prima fatica è sicuramente un discreto biglietto da visita. Con molta sincerità non riesco ad immaginare un futuro per questi ragazzi, è difficile anche orientarsi sul sound. Personalmente penso che meritino una piccola attenzione.

 

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Danzig – Skeletons

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Glenn Danzig è un artista con un marchio di fabbrica ben delineato fatto di un personale Rock ruffiano, roccioso e a volte strampalato, e una voce inconfondibile sin dai tempi dei Misfits. Come tanti però, anche lui pare ultimamente aver trovato una nuova propria dimensione che non sembra voler più scrollarsi di dosso. Skeletons è il suo ultimo album e rappresenta la totale conferma di questa ritrovata nuova stabilità. Di certo ci sarà chi ne apprezzerà la nuova veste e chi storcerà il naso come qualcuno si accontenterà del suo solito sound e chi pretenderà qualcosa di più. Insomma è come la questione di Iron Maiden o dei Motorhead: restare cosi perché ormai gli anni lo permettono o tornare a stupire ancora una volta? Innegabilmente la prima ipotesi va un po a screditare gli artisti perché è  sinonimo di fermezza, di mancanza di idee e nel peggiore dei casi, sintomo di artisti finiti; nella seconda, invece, c’è il piacere e la curiosità di vedere se c’è ancora un’inventiva o magari un’ “anima”. Le leggi di mercato, i target e i contratti fanno la loro parte ma fino a che punto? Skeletons è un disco che ha davvero poco da dire in quest’ottica, è il classico lavoro di buona fattura di Danzig ma non aspettatevi assolutamente nulla di nuovo. Osservando in maniera pignola il disco, notiamo addirittura che certe melodie, che tanto avevano reso celebre l’ artista, sono diminuite e quasi tutte le tracce hanno una struttura simile. Il sound è sempre pulito, il lavoro in studio come al solito è ben fatto; non ci sono sbavature che compromettano l’ album. Il punto cruciale resta quello citato all’ inizio; di seguito non aspettatevi un platter diverso dagli altri. I fan più accaniti lo apprezzeranno ma gli intenditori del genere volteranno pagina e si dedicheranno sicuramente ad altro.

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Valkyrie – Shadows

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Un rock inspirato quello dei Valkyrie, un Rock dalle tante sfumature e dai diversi riferimenti. La band sa bene come amalgamare Doom ed Hard Rock. Shadows è il loro terzo disco, quello che si è fatto apprezzare più di tutti. La band dei fratelli Adams si rifà ancora una volta a pilastri come i Deep Purple, Thin Lizzy e Mr. Big, questo per quanto riguarda il versante Hard Rock, mentre, sulla scia Doom, padroneggia un sound tanto caro ai Kyuss ed agli Spirit Caravan.  Questa terza fatica della band americana mette a fuoco, e questa volta veramente, le potenzialità dei ragazzi. E’ interessante lasciarsi andare ai loro giri di chitarra ed è magnifico lasciarsi trasportare dai loro assoli. Riescono ad alternare, in un pezzo, momenti tecnici e chiassosi dediti al più pungente Hard Rock a momenti oscuri e baritonali del Doom. La melodia è una costante del disco, si fa notare ed apprezzare; la banalità invece è inesistente. Nulla è dato per scontato in questo disco, ogni cosa è al suo posto in maniera artistica. Partendo dall’opener, troviamo una traccia maggiormente strumentale che presenta l’album alla grande; i musicisti partono con una canzone che è un vero e proprio macigno: riff, assoli ed una batteria strepitosa. In “Golden Age” si comincia a sentire la vena Doom; l’andazzo baritonale è molto evidente. La terza traccia, “Temple”, è quella che, con molta probabilità, amalgama al meglio i due stili; per il sottoscritto è la canzone più rappresentativa: chitarre possenti e taglienti allo stesso tempo, accompagnate da un pulsante basso che insieme alla batteria crea una base unica.  “Shadow Reality” è quasi una ballata con ottimi  giri di chitarra ed un cantato coinvolgente.  “Wintry Plains” invece è la traccia che più di tutte ha delle venature psichedeliche; il gioco delle chitarre conduce a quelle sonorità.  “Echoes” invece, la penultima canzone del platter, è tra quelle più belle e a far da padrone sono le chitarre coinvolgenti più che mai. La conclusiva “Carry On” chiude in bellezza attraverso affascinanti melodie create dalle onnipresenti chitarre. Insomma, Shadows è un album di ottima fattura; piacerà a persone di vario genere.

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H.A.R.E.M. – Enjoy the Show

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Era da tempo che non ascoltavo un disco Hard Rock veramente particolare e degno di nota. Purtroppo negli ultimi tempi, almeno al sottoscritto, sono passati dischi di band che provano solamente ad imitare i grandi pilastri senza riuscire in nessun intento artistico. Non è il caso degli H.A.R.E.M.; loro in fondo fanno un po’ parte della storia del Metal tricolore e nonostante l’ età del gruppo hanno ancora nuove idee funzionanti ed emozionanti. Sono attivi dal 1994, hanno e possono impartire lezioni a tanti gruppi ed Enjoy the Show  ne è l’ ennesima dimostrazione. Quello degli H.A.R.E.M. è un Hard Rock sicuramente personale, che si distingue insomma, e che possiede le sue particolarità, nei riff, nei giri di chitarra e nel sound in generale.  In questo nuovo disco gli H.A.R.E.M. riescono a suscitare un infinità di emozioni: rabbia, grinta, repressione ma allo stesso tempo anche dolcezza e vitalità. E’ l’ effetto della loro musica, delle loro melodie o delle atmosfere che creano. Freddy e soci sono riusciti ancora una volta nel loro intento. Forse  nel loro sound qualcosa è stato contagiato dai Death SS ma i livelli sono davvero minimi. In Enjoy the Show ogni canzone è un punto di partenza nel senso che ha una sua struttura personale ed un suo elemento che si fa distinguere. Vogliamo partire dal singolo, “Angel”, dal ritornello accattivante dovuto ad una melodia ben realizzata, un po’ pacchiana ma riuscitissima. Possiamo parlare di “In Your Hands” che sembra partorita dai Ramones o dagli Stooges, è chiaro quindi che c’è una vena Punk in questa traccia notevolissima.  “The Wizard” si distingue per la sua andatura più lenta e oscura, ma è proprio qui che troviamo un gioco di chitarre che alterna riff e assolo. La titletrack invece, paradossalmente, è quella che verte più al classico con un determinato riff ed una voce che a tratti da un effetto di cori. “Fire On Stage” è adrenalina pura, mette in mostra le qualità degli artisti, questa, una di quelle tracce che ti fa davvero scuotere. Un altro colpo a segno è la cover dei Doors, “Break On Trough”, ospite in questa traccia il noto compagno d’ avventure di Freddy,  Steve Sylvester. Parlando di collaborazioni vediamo che a dare man forte a Freddy Delirio, Matt Stevens, Nick Giannelli e Giuseppe Favia, accore anche il chitarrista Reb Beach (Alice Cooper, Whitesnake e Winger). Insomma, questo lavoro degli H.A.R.E.M. è ben fatto sotto tutti i punti di vista, dal sound alla copertina per chiudere poi con i testi. E’ un gruppo influente, che lascia la sua scia e sa come farsi notare con un organico che è da dieci e lode su diversi aspetti.

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Furor Gallico – Songs from the Earth

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Quanta attesa per questo Songs from the Earth, nuova fatica dei nostrani Furor Gallico. Cinque anni sono abbastanza e può succedere di tutto; non a caso all’ intrepida band qualcosa è accaduto: Maurizio “Merogaisus” Cardullo è passato ai Folkstone. “Merogaisus” aveva un ruolo fondamentale nel gruppo perchè era il polistrumentalista ed il produttore; inoltre, dalla band sono andati via anche il bassista Mac Brambilla ed il batterista Simone Sgarella. In sostituzione a questi musicisti sono accorsi Paolo Cattaneo, Fabio Gatto e Federico Paulovich, quest’ ultimo dai Destrage.  Cinque anni sono lunghi, il vantaggio sta nel poter meditare e riflettere. Pensare e ripensare a come può suonare un disco, cosa aggiungerci e cosa omettere. Questo arco di tempo per i Furor Gallico è stato fruttuoso. Registrato nei Metropolis Studio di Milano mentre il missaggio e la masterizzione sono a cura di Alex Azzali. Songs From The Earth è senza ombra di dubbio un lavoro di buona fattura ma con alti e bassi che in un linguaggio più vintage potremmo definire con un buon lato A  e un lato B più scadente. Ci troviamo ad ascoltare un disco che parte alla grande per chiudersi in una maniera un pò strampalata, forse per la voglia eccessiva di sperimentazione.  In un primo momento la differenza la fa la vena Folk targata Furor Gallico ma ad un certo punto del disco cominciamo a notare una virata verso il Crossover se non, a tratti, al Nu Metal e il diminuirsi dello stampo Medieval. Insomma, parliamo di un album in cui vediamo un gruppo che veramente cerca di superarsi. In un primo momento troviamo tutte quelle atmosfere che ricordano un pò le feste medievali e pagane; pian piano però questo andazzo si scosta un po. Personalmente l’ho trovato un tentativo vano ma comunque lodevole che mostra finalmente cosa vuol dire avere coraggio. I Furor Gallico sono una realtà nostrana che insieme ai Folkstone, gli Elvenking,  i Vallorch e i Kalevala hms innalzano la bandiera tricolore. Quando parliamo di loro, facciamo riferimento ad un gruppo intraprendente che nel bene o nel male cerca di conquistarsi i propri spazi con coerenza e onestà.

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