Great Master – Serenissima

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Un genere quello Heavy Metal che non appartiene a tutti. Ma lo scetticismo popolare verrebbe subito spazzato via entrando nel mondo di Serenissima, secondo album dei Great Master. Osservando più attentamente la copertina si entra in una città fatta d’acqua, di ponti, di cupole e di stormi di uccelli che sovrastano l’oscuro cielo notturno. Aprendo il digipack di ottimo “cartone” si scorgono i raggi solari di un tramonto che illumina i preziosi intarsi di un bellissimo lavoro grafico che culmina  nel corposo libretto, sicuramente da leggere attentamente per comprendere passo dopo passo il filo conduttore di questo concept album.

Città ricca d’oro ma più di nominanza, sopra saldi marmi fondata ma sopra più solide basi di civile concordia” come scriveva Francesco Petrarca, “e dalla prudente sapienza dé figli suoi munita e fatta sicura” è il pensiero che accompagna il primo brano strumentale “The Ascension”. “Queen of The Sea” invece è Venezia, città natale del gruppo, “regina del mare, la repubblica della libertà protetta e dominata da leoni d’oro”. La città governata dal Doge, “simbolo di aristocrazia, che n’è anche supremo giudice” (Doge), “terra di mercanti, portati dal mare in terre orientali per barattare ori” (The Merchant) e di cavalieri, ospiti durante la caduta di Zara. Si ricorda Marco Polo che “durante il suo viaggio ha visto illusione e realtà, miglia dopo miglia, sulla via della seta”, “attraverso il mare, il silenzio è rotto solo dalle onde. Magiche luci, guidati dalle stelle” (Across The Sea). Un album che ricorda la peste nera (Black Death), la guerra tra Genova e Venezia del 1372 (Enemies at The Gates), le battaglie a cavallo (Marching on The Northen Land), la battaglia di Lepanto, cristiani contro turchi (Lepanto’s Call), l’attacco francese contro il quale non si aveva possibilità di vittoria, “arrendersi o combattere, i cannoni sparano ancora forse per l’ultima volta” (The Fall) e dell’onore medievale dove “c’era stato un tempo lontano in cui gli uomini combattevano per l’onore, in cui la spada valeva più dell’oro” (Medieval Still).

Ma prima della grafica e della storia contenuta in questo lavoro, la vera scoperta è la vocalità di Max Bastasi, comprensibile, pulita e limpida perfino nei vibrati tenutissimi. Tutto questo anche e soprattutto grazie all’aspetto strumentale, alla batteria studiata e non opprimente di Francesco Duse, alle chitarre forti e melodiche di Jahn Carlini e Daniele Vanin, e all’ottimo basso di Marco Antonello. Un album e un gruppo che ricorda gli Hammerfall, ma purtroppo senza capelli, o a tratti la forte melodia dei Sonata Artica. Un Heavy Metal che accontenterebbe tutti, metallari, rocker e chi vorrebbe trovare ritmo in atmosfere melodiche. Insomma, un ottimo lavoro interessante da ascoltare, guardare e leggere.

Last modified: 12 Aprile 2013

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