Garage Rock Tag Archive

What’s up on Bandcamp? [aprile 2021]

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What’s up on Bandcamp? [febbraio 2021]

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What’s up on Bandcamp? [gennaio 2021]

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Non si vive di soli Netflix e Pornhub Premium

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23 dischi per superare i giorni tristi.
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What’s up on Bandcamp? [luglio 2019]

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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Slowdive, venticinque anni di “Souvlaki”

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What’s up on Bandcamp? || marzo 2018

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I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.

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Recensioni #07.2018 – Suuns / Red Lines / Wemen / Afar Combo / Mèsico

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Recensioni | Giugno 2016

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Never Trust – The Line (Alternative Rock) 6,5/10
Energico Punk’n’Roll influenzato dai Paramore degli inizi e dalla melodia acida dei Guano Apes. Il timbro camaleontico di Elisa Galli conferisce ai brani una marcia in più. In “Turmoil” aleggia lo spettro dei Lacuna Coil, aprendo le porte ad influenze Gothic che hanno un senso compiuto nel contesto del brano. Peccato che le cartucce più spinte vengano sparate tutte nell’arco dei primi pezzi, ammorbidendo troppo il sound col passare dei minuti.

[ ascolta “A.I.M.B.” ]

Anadarko – Tropicalipto (Post Rock, Noise) 4/10
Gli Anadarko sono un trio di Trieste e propongono un Post Rock molto spigoloso, fatto da riff netti e decisi ripetuti in loop, vitalizzati ogni tanto da influenze Jazz. Quasi tutti i brani hanno lunghi momenti di ripetizione, ma risultano monotoni non avendo molte stratificazioni sonore e cambi di ritmo. Questo fa si che non si riesca mai a catturare l’ascoltatore e trasportarlo nel mondo raccontato. La ripetizione non genera ossessione, i suoni non ti lanciano nel cosmo o ti rinchiudono in un quadro post apocalittico. La sensazione e che ci si trovi davanti a brani figli di sessioni di improvvisazione piuttosto che a lavori rifiniti e cesellati da sofisticati incastri sonori. Le basi ci sono ma andrebbero esplorate e ampliate.

[ ascolta “Aterfobia” ]

Hoax Hoax – Shot Revolver (Post Rock, Noise) 4/10
L’ambizione di questo progetto è strettamente legata alla dimensione live, perchè è quella di creare un palcoscenico globale dove ciò che viene offerto per l’esperienza è al punto di incontro tra la musica degli Hoax Hoax, le video proiezioni e la luce. Nel loro Post Rock ci sono tanti sconfinamenti, come col Noise di “Huacos”, ma talvolta nettamente fuori contesto. Nel complesso quello che manca non è un senso logico ed organico, ma è un lavoro che senza il contesto multimediale non può essere apprezzato a pieno.

[ ascolta “Ablution” ]

Light Lead – Randomness (Dream Pop) 6/10
I bresciani Davide Panada, Beppe Mondini e, soprattutto, la voce di Michael Israeli confezionano questo Ep d’esordio dal sapore vagamente Beach House, anche nello stile vocale molto simile a quello di Victoria Legrand, ma con una maggiore semplicità e, purtroppo, decisamente meno talento. Eppure le cinque tracce di Randomness rapiscono già ai primi ascolti, grazie a suoni incastonati alla perfezione tra i vuoti delle corde vocali e a melodie eteree e rilassanti. Assolutamente da rivedere sulla lunga distanza, partendo dalla straordinaria opening “We Won’t Get Lost”.

[ ascolta “We Won’t Get Lost” ]

Rufus Party – Connections (Alternative Rock) 3/10
Gli emiliani Rufus Party gonfiano il proprio ego ri-presentandosi con un’opera che vuole essere una sorta di concept sul collegamento che intercorre tra gli uomini e la realtà attuale, sulla saldezza dei rapporti e delle relazioni che si instaurano tra i diversi attori che solcano il palco della vita. Una sorta di concept che però concept non è e che, dal punto di vista musicale, miscela Blues, Soul, Grunge in un miscuglio informe, banale, mal costruito e dal sound che oscilla tra inutilità e mediocrità. Cantato interamente in inglese, Connections è tutto quello di cui non avevamo bisogno, gradevole come una rassegna di band locali a costo zero alla sagra della birra di un paesino di provincia.

[ ascolta “Mothership Connections” ]

Mandela – Paint-sweating Hands (Alt Jazz) 7/10
Ottimo e purtroppo breve concentrato di Alt Jazz sinuoso e avvolgente come le spire di un grosso, lucido serpente. I cinque Mandela ci trasportano sul fondo di un oceano che si agita maestosamente e con placida grazia, tra il torrido di richiami esotici e il rarefatto di atmosfere nebbiose. Tastiere e synth mai fuori luogo, batterie che sanno venire in primo piano per poi arretrare, chitarre frizzanti e inserti di fiati che pennellano sapienti. Più cool di così si gela.
[ ascolta “Massive” ]

Weird Black – Hy Brazil (Psych Pop) 7/10
Italianissima formazione dedita a esperimenti lisergici ma senza prendersi troppo sul serio, che alla lezione Neo Psych dei C+C=Maxigross applica l’approccio scanzonato e Lo Fi di Mac DeMarco e una mollezza Folk da menestrelli d’altri tempi, elettrificata nei momenti opportuni, ad aprire parentesi sinistre (“In The Grave Of Lord”) oppure semplicemente a ricondurci nel presente, evitando abilmente di cadere in mere citazioni.
[ ascolta “Despite The Gloom” ]

Leave The Planet – Nowhere (Dream Pop, Synth Pop, Nu Gaze) 6,5/10
Duo londinese dalle origini italiche, i Leave the Planet sono Jack ai riverberi e Nathalie ai sussurri Shoegaze. Il Dream Pop del loro EP di esordio cavalca l’onda sintetica revivalista à la Slowdive, per sei gradevolissime tracce fatte di molti layer, soffici e giustapposti. L’assaggio stuzzica il palato, non resta che augurarsi che alla prova in full-length i due arrivino con qualche elemento in più a personalizzare la propria cifra stilistica.  
[ ascolta “Forever” ]

Femme – Debutante (Pop, Dance, EDM) 6,5/10
Un pixie cut rosa candy che campeggia sulla copertina del suo debut, ritmi easy da dancefloor sempre al limite del pacchiano e voce squillante e zuccherosa che ogni volta salva il tutto, specie quando si placa nelle ballad: è questa la formula di Femme, che si va a collocare nel folto esercito delle eroine del Pop danzereccio internazionale, per portarci una manciata di singoli appiccicosissimi, un’estetica accattivante e una buona dose di ironia.
[ ascolta “Light Me Up” ]

23 and Beyond the Infinite – Loath: Insane Mind Festival (Noise, Psych) 5,5/10
Quella della formazione beneventana è una psichedelia che deve molto alle origini del genere, chitarre distorte che si afflosciano narcotizzate, le liriche in inglese del cantato allucinato, esotismo quanto basta per catapultarsi nei mitologici 60’s. “From The Future to You” si sbilancia verso un Garage Rock oppiaceo ma è una promessa ingannevole: ci si gode il trip ma si resta insoddisfatti quando al termine dell’album appare chiaro che il viaggio è verso il passato, ed è di sola andata.
[ ascolta “From The Future to You” ]

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Hinds – Leave me Alone

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Le Hinds sono quattro ragazze spagnole, madrilene per l’esattezza, delle quali, nell’ultimo anno, si è già parlato moltissimo nonostante la giovane età (si va dai diciannove ai ventiquattro anni). Inizialmente erano un duo, composto dalle voci e dalle chitarre di Carlotta Cosials e Ana Perrote, ed il loro nome era Deers, cervi al maschile, animali ai quali tramite un’operazione indolore, affrontata col sorriso sulle labbra, si è dovuto far cambiare sesso a causa della minaccia di causa legale da parte di una band dal nome simile; dall’inizio dello scorso anno alle due si sono aggiunte Ade Martin al basso ed Amber Grimbergen alla batteria. Le ragazze, seppur al loro primo full length, avevano già avuto molto successo con un paio di singoli, su tutti “Bamboo”, e con l’EP Very Best of Hinds so Far dello scorso anno (prima pubblicazione di un certo peso a nome Hinds), grazie al quale le quattro spagnole hanno avuto modo di suonare praticamente ovunque, di aprire per gruppi dal calibro degli Strokes, e di partecipare a grandi festival come quello di Glastonbury. Ma passiamo al disco, che, oltre a parlare di leggerezze varie, è sostanzialmente un bignamino riguardante l’amore e le sue varie sfaccettature scritto da quattro ragazzine riottose, o presunte tali, del secondo decennio del ventunesimo secolo, ben calate nell’epoca in cui vivono, che di restare sole non sembrano proprio volerne sapere per quanto finiscano per correrne il rischio. L’amore e la sua mancanza sono cantati e suonati nel modo sguaiato e sbilenco cui le Hinds ci avevano già abituato e preparato con le precedenti pubblicazioni (solo leggermente più pulito) che qui ritroviamo in buona parte, cosicché questo disco risulta nuovo solo per ventisette dei suoi trentotto minuti di durata. Durante i brani che lo compongono le voci di Carlotta ed Ana, una più melodica, l’altra più grezza, si inseguono, si superano, capita sembrino trovarsi in disaccordo, dare significati diversi alle stesse parole, salvo poi avvicinarsi e stringersi in un abbraccio, talvolta disturbanti eppur piacevoli, capaci di poter farci ricordare Kim Deal (i pianeti Pixies e Breeders sono comunque ancora lontani per le nostre giovani), ma ancor più spesso due sedicenni ubriache al parco in una calda e soleggiata domenica pomeriggio. Musicalmente il disco non ha molto da dire, i pezzi suonano tutti piuttosto similmente, il sound è per lo più un Garage Rock con frequenti strizzate d’occhio al Pop, soprattutto in buonissima parte dei brani fin qui inediti che, escludendo la buona “San Diego”, vanno un po’ a velare l’immagine esuberante delle quattro, il che non è da considerarsi un male a prescindere. Tra i loro riferimenti possiamo trovare Raincoats e Morlocks, così come i Pastels o i B-52’s saccheggiati delle loro tastiere elettroniche, e come sempre chi più ne ha più ne metta; comunque, nel loro specifico caso, a farla da padrona sono quasi sempre le chitarre di Ana e Carlotta, suonate in modo amatoriale o poco più, basso e batteria risultano essere solo lo scheletro al quale appoggiarsi. Si tratta dunque di pezzi facili, fatti per essere imparati a memoria dopo un paio di ascolti, con testi freschi, giovani, talvolta dolcemente stupidi, comunque sempre con quella goccia di emotività ben presente, anche nei brani più espliciti, più vicini all’immagine che le madrilene hanno fin qui dato di loro. I brani menzionabili che troveremo saranno il Garage Pop del nuovo singolo “Garden”, posto in apertura, “Fat Calmed Kiddos” che, se ce ne fosse bisogno, ci fa capire che il titolo del disco è da leggere con la dovuta ironia: “I needed a risk ’cause I needed to try/And I needed a breath ’cause you were out tonight” fino al coretto finale Please don’t leave me eseguito a modo loro, arriveranno poi “Castigadas en el Granero”,“Chili Town” e “Bamboo”, brani che comunque già conoscevamo, per scivolare verso la conclusione del disco e trovare “And I Will Send Your Flowers Back” col suo andamento triste e sbronzo (la soleggiata domenica si è ormai fatta scura e, scolando le ultime gocce dell’ennesima bottiglia, le nostre rientrano a casa, cantando e camminando maldestramente tra strade deserte illuminate dalle poche luci funzionanti e da un’eloquente mezza luna). Le Hinds confezionano il disco che avevano in mente e che il loro pubblico le chiedeva, ripulendolo giusto un po’, in modo da poter conquistare ulteriori ascoltatori, confermandosi così ben aderenti ai loro giorni, né più né meno. Non si tratta certamente di un lavoro da buttar via, il disco ha dei passaggi piacevoli, e si sente che è suonato da quattro ragazze che sono amiche anche fuori dai palchi e dagli studi di registrazione, in modo altrettanto certo non si può parlare di un gran lavoro; indubbio è che l’attesa per questo esordio lungo, seppur circoscritta al circuito indie, sia stata gonfiata parecchio rispetto a quanto ha da offrire.

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(AllMyFriendzAre)DEAD – Wonders From The Grave

Written by Recensioni

Nati a Reggio Calabria nel 2006, gli (AllMyFriendzAre) Dead arrivano a grandi passi al terzo full lenght continuando a coniugare Rockabilly anni 50, Glam Rock e un’attitudine Punk che ha pochi eguali in Italia.

“Alice In Wonderbra”, la canzone che fa da opening, è una cascata di liquame impossibile da arginare. Cresciuta avendo Transport League e Turbonegro come genitori, “Shake My Sheep” scopre nell’adolescenza il Rockabilly e ne resta folgorata. La passione tarantiniana per i film di serie B viene manifestata apertamente in “Shot From The Ceiling”. A proposito di omaggi: il titolo “Too Drunk To Fuck” vi ricorda qualcosa?
“Hello Spanking” toglie un po’ di polvere dal vecchio chiodo che avevamo nell’armadio da un secolo, riportandoci sulla rotta del Garage Rock. Guai a perdere di vista la bussola o si potrebbe finire nelle acque Surf ‘n‘Roll di “Surf Service”. Guidare e (dosare) con cautela. Mixare, se possibile, con un intermezzo strumentale che richiami le pellicole poliziottesche italiane, senza fare il verso ai Calibro 35.
Chiudiamo il tappo di questa bottiglia di whiskey chiamata Wonders From The Grave con l’approccio diretto di “Whoopy Groupie” (ennesimo gioco di parole), governata da un riff massiccio, che ci toglie i lembi di pelle uno ad uno.

Il Rock vero, quello sporco, sudicio e cattivo arriva da Reggio Calabria, a cavallo di una Harley Davidson ruggente. Dalle viscere dell’inferno al vostro stereo. Are you ready?

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Sun Kil Moon – Universal Themes

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Diciamocelo subito: Universal Themes è il classico disco di cui ci si può innamorare solo per riflesso. Se in calce non recasse la firma di Mark Kozelek, sarebbe di gran lunga più difficile dedicare un’ora abbondante del proprio tempo all’ascolto del settimo lavoro in studio targato Sun Kil Moon. Ancora una volta il cantastorie dell’Ohio di certo non mette a suo agio l’ascoltatore, per le lunghe ininterrotte scariche di parole incuranti di ritmi musicali e narrativi, per il costrutto sonoro su cui si poggiano, di frequente scarno, quasi sempre sghembo e lunatico.
Per le stesse ragioni Universal Themes non è un disco per neofiti. Il lavoro cristallizza definitivamente la formula di un progetto nato dalle ceneri Slowcore dei Red House Painters ed evolutosi fino a giungere al ruvido songwriting di Benji dello scorso anno. Sotto il moniker Sun Kil Moon, Kozelek ha ormai scelto di vestire i panni del menestrello, cantore delle sue stesse eroiche gesta (siano esse un tour mondiale o il sopravvivere alle brutture di questo mondo), con poche pizzicate di chitarra e uno Spoken violento, che quando non inghiotte le note finisce per snobbarle. A tratti ancor più ostica dei flussi di coscienza del suo predecessore, in Universal Themes la narrazione procede col ritmo della cronaca e una perturbante maniacalità nella descrizione dei dettagli.

Delle otto tracce che compongono il disco, molte sfiorano i dieci minuti. La dinamica dei racconti nasce dal contingente, che diventa pretesto per elucubrazioni su temi ardui e sconfinati. A far da sfondo per tutta la durata dell’ascolto, il più universale dei temi (e il più sviscerato nelle produzioni di  Kozelek): la morte e tutte le sue implicazioni.
To live another day is much better than to not: tra gli arpeggi bucolici e le percussioni stillicide di “The Possum”, un pensiero positivo generato dal ricordo di un opossum morente nel retro di casa sua placa la frenesia alienante degli impegni quotidiani.
Le mandole gitane di Admiral Fell Promises tornano in “Birds of Flims”, un report didascalico dei giorni trascorsi sul set di “Youth” di Sorrentino, intriso di nostalgia di casa propria, fatti e sensazioni che si alternano scanditi dal verso costante di una specie di volatili di cui nessuno a Flims sembra conoscere il nome. And I thought: what is life if not a fight? Non è tanto il fatto che Kozelek si lasci andare allo sproloquio: è che in alcuni casi le conclusioni a cui giunge sono così universali che rischiano di suonare scontate.
Le ambientazioni sonore mutano spesso. Drastici intermezzi strumentali violentano le storie in cui si annidano, secondo strategie compositive lontane ormai anni luce dalla forma canzone. In “Ali/Spinks 2” un ossessivo cantato Rap di repente si interrompe per schiantarsi in un collasso emotivo di distorsioni Garage, procedendo per alternanze di musica e parole, come se non ci fosse abbastanza spazio per entrambe.
Prolisso anche nei titoli, in “With a Sort of Grace I Walked to the Bathroom to Cry” torna in Ohio e sembra un encore di Benji, tra digressioni all’infanzia e graffianti arpeggi Hard Rock.
La tensione fluisce di rado: nel raffinato arrangiamento delle chitarre di “Garden of Lavender”, e ancor più in “This is my first day and I’m an Indian and I work at a gas station”, la più melodica del lotto, ancora una volta in compagnia di Ben Gibbard.

Col Kozelek di oggi l’impresa è riuscire a valutarne la cifra stilistica delle produzioni senza lasciarsi influenzare dalla singolarità del personaggio, che divide il mondo indipendente esattamente a metà tra veneratori e haters. L’intimità disturbante à la Sufjan Stevens e l’approccio schietto di Bill Callahan non bastano a comporre il puzzle di un Kozelek che sovverte ogni priorità: gli arrangiamenti sono una mera superficie su cui stendere i propri pensieri ad asciugare, in una narrazione minuziosa, sfiancante e senza filtri, in cui la lecita introspezione cantautoriale degenera nell’autoreferenzialità senza pentirsene.
Prendere o lasciare.

 

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