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Pere Ubu – Lady From Shanghai

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La storia decennale dei Pere Ubu continua, David Thomas e i suoi se ne escono con Lady From Shanghai, album, l’ennesimo, che canalizza in se la visione Dance che hanno della musica o almeno così dichiarano. I Pere Ubu sono una delle più importanti e significative band della scena New Wave, hanno sempre cercato e lavorato per oltrepassare i dogmi della musica Rocksin dagli albori, nel 1978 con The Modern Dance. La personalità di Thomas, front man del gruppo, tormentata e quasi schizofrenica, fa da identità alla band e ne delinea timbrica e sonorità concettualizzandole in ritmiche turbate da se stessa, come se fosse rimasto incastrato in uno stato confusionale tra sogno e realtà.

Lady From Shanghai è un album che cerca di uscire dai soliti paradigmi della musica Dance ma il risultato, come comprensibile, è la strana visione che ha Thomas di essa. Undici tracce contorte che hanno lasciato la mia razionalità confusa e stordita al primo ascolto. Si passa, dall’infernale prima traccia “Thanks” al mondo meraviglioso di “Free White”, andando per filastrocche martellanti “Feuksley Ma’am, The Hearing” fino ai sobborghi di “Mandy”. Infelice David Thomas in “And Then Nothing Happened” fino ad arrivare a dire “Musicians Are Scum” i musicisti sono feccia. Storie disastrate “Another One (Oh Maybellene)”, incomprensioni in “The Road Trip of Bipasha Ahmed”. Il risveglio dal sogno con l’imperdibile “414 Seconds” e la chiusura onirica con “The Carpenter Sun”.

Un album sicuramente Avant-Garage che ci mostra dei Pere Ubu cresciuti ma non diventati grandi, un album in linea con i precedenti che non aggiunge nulla di più alla band ma la lascia alla sua naturale stranezza.

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Cardinal – Hymns

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Lasciare trascorrere diciassette anni senza registrare più un disco deve essere stata dura per il duo dei CardinalEric Matthews e Richard  Davies – e risentirli girovagare dopo tutto questo tempo tiranno  – onestamente ce n’eravamo dimenticati –  con il secondo lavoro della loro esistenza “Hymns” possiamo credere che l’astinenza sia imputabile più ad uno scarso mordente d’interesse che ad una scelta “riflessiva”, tuttavia pur non avendo spostato minimamente l’asse del loro suono ci si trova davanti ad un disco soddisfacente, ben guarnito di trombe, bagnasciuga westcoastiani, REM, ed il Pet Sound  dei “ragazzi da spiaggia”, nulla che certamente  faccia gridare al miracolo, ma un tranquillo ¾ d’ora, quello si, lo si passa in tranquillità cullati da virtuali solleoni e radioline a pile svocianti.

Disco di colore, che diverte senza fanfaronate, semplice e giulivo come un qualsiasi disco da spiaggia che arriva per allungare i pomeriggi estivi, dieci tracce che faranno il piacere di fan dell’greatest hit a tutti i costi, o se vogliamo dire anche un registrato del quale non si butta via niente, si prende, si carica nello stereo e si lascia libero di emanare il suo tenero complemento d’arredo sonoro senza pretese; chitarre oneste, spesso in tremolo, ballate a trentaduedenti bianchissimi BeatlesianiNorthern soul”, “Her”,  spinette d’altri tempi che si inseriscono come un sogno MozartianoSurviving Paris (Instrumental)”, i Go Between che agitano delicatamente i cerchi di “Radio Birdman” e la quintessenza Wilsoniana che fa buffetti e capriole tra un tucul di paglia e una bibita analcolica rinfrescante sulla spiaggia bianca di “Rosemary Livingston”, ed il risultato è una parata di canzoncine che scorrono l’una nell’altra che rallegrano senza stupire.

Certo il suono dei Cardinal ed il modo di crearlo non concede nessuna variazione, ma se siamo di buone pretese e di bocca buona, non ci resta che farci “travolgere” dalla sua dichiarata innocua traiettoria.

 

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