Ulderico Liberatore Author

Jack White – Lazaretto

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Jack White è un tipo particolare, si sa, visibilmente eccentrico almeno nelle apparizioni ufficiali. Il suo look ultimamente è l’incrocio perfetto tra il surrogato Rock di Johnny Deep e un vampiro. Tanto eloquente è la cover di questo secondo e necessario album da solista; lui bianco pallido seduto su un trono di angeli, nel centro esatto della copertina, con la faccia imbruttita e una tinta blu glaciale che fa da sfondo. Diciamocelo, White, che ci piaccia o no, è uno che non lascia nulla al caso. Una chicca, se così può essere considerata, per i collezionisti, è il vinile: la testina del giradischi va posizionata alla fine del disco, verso il centro, l’album gira al contrario; sulle scanalature ci sono dei piccoli ologrammi raffiguranti gli angeli di copertina che risaltano alla luce e tengono i nostri occhi inchiodati sul disco che gira; la prima canzone sul lato B, “Just One Drink”, ha una doppia scanalatura che si traduce in una doppia intro, acustica/elettrica, in base a dove finisce l’ago della testina. Fissazioni?!

Ma arriviamo all’album, anzi, alla musica. Lazaretto è un’altalena in cui fluiscono sfumature di vari generi nella prosa Blues, oscura e psichedelica, di White. Una gestazione durata più di un anno al contrario dei precedenti album registrati in una manciata di giorni. White si chiude a Nashville nella sua Third Man Records, il suo Lazzaretto, luogo di confine per appestati e lebbrosi, catalizzando i suoni del suo passato e mettendo una distanza netta dagli White Stripes e trovando un mood più pieno, meno minimal. Tanta la strumentazione utilizzata ma permangono su tutto l’album soprattutto il magnifico suono del pedal steel di accompagnamento, i vari synth moog suonati alla barrelhouse come si faceva nei vecchi saloon western, mandolino Folk e ovviamente l’immancabile frastuono della sua chitarra elettrica; “High Ball Stepper” ne è un esempio perfetto. L’album si apre con “Three Women”, organo hammond in stile big band, propulsione R’n’B e disturbi di chitarra elettrificata. Si parte da qui, anche se la riconoscerete forse solo per il testo, questa è una cover del cieco (blind) Willie McTell (1928), alle radici del Blues quindi, alle radici della musica moderna. Tutto il disco risulta avvolgente, modulato a tal punto che si ascolta senza problemi, dal Blues più ritmico di “Lazaretto”, seconda traccia, a quello Country di “Temporary Ground”. Dalla malinconia desolante di “Whould You Fight for my Love?”, con i suoi cori tetri, alla più Punk “Just One Drink”, molto President of U.S.A..

Con questo lavoro White, dopo essere diventato una star con gli White Stripes, cerca la consacrazione nella Rock and Roll Hall of Fame. Undici pezzi impeccabili stilisticamente che ne fanno un lavoro da non perdere assolutamente. Godetevelo!

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Auden – Love is Conspiracy

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Questo è un progetto “surgelato” e tirato fuori pronto per il microonde, un frammento di memoria regressa riproposto sulla mia scrivania. Auden (famoso poeta anglo-americano profondo e tagliente) è un progetto nato a cavallo tra gli anni Novanta e il duemila e, a sentirlo, se ne porta dietro parte delle sonorità. Un’incubazione derivata dalla scena Hardcore romana dà il ritmo e la struttura a questa composizione che cerca di andare oltre unendo al classico martellamento una forte componente emotiva. Quello che colpisce di questo Love Is Conspiracy è il periodo di gestazione: inciso nel 2002 vede la luce solo ad ottobre 2013 grazie alla neonata Holiday Records che ne inserisce un brano nella propria compilation di presentazione creando l’opportunità per un mini tour. Ovviamente, il gruppo ha perso un po’ di pezzi negli anni anche se il nocciolo duro permane e, quindi, si può considerare un tentativo di recupero bello e buono, un modo di raccogliere e non disperdere le briciole seminate negli anni. Un disco che mescola Hardcore ed Emo, una sorta di biglietto da visita che ci fa presupporre nuova linfa vitale.

Cinque pezzi essenziali che tra alti e bassi scorrono con piacere facendomi scivolare nel passato e richiamando alla mente soprattutto i Verdena per il modo peculiare di impostare la voce anche se tutto è rigorosamente in inglese. “Spring Grass For a Girl Collision” e “My Wrong Sentimental Education” sono i brani più ritmati e che sicuramente spiccheranno all’ascolto di questo disco di rilancio che riparte dal passato per aprire nuovi orizzonti. Vediamo cosa riserverà il futuro.

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Mazzy Star – Seasons of Your Day

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Tutto ciò che arriva dalla west coast statunitense, di solito, ha un suono più avvolgente e rarefatto. Sarà il sole, saranno le palme, il mare o il deserto ma anche questa volta, dopo diciassette anni dall’ultimo lavoro, i Mazzy Star continuano a sognare e nessuno se lo aspettava, prima del loro tour di rilancio, nei primi mesi del 2013. Seguaci del Paisley Underground, anzi, diretti discendenti dei Dream Sindacate, David Roback e la dolcissima Hope Sandoval raggiungono la fama nei primi anni 90 (qualcuno ricorderà “Fade Into You”) e, dopo essersi dispersi senza mai dividersi, tornano da noi con Seasons of Your Day, un lavoro sulle tracce dei precedenti seppur uscito oggi. Sembra che i due non abbiano mai abbandonato il loro stile iniziale.

Un misto di Blues e Psichedelia contribuisce a creare atmosfere oniriche che fuoriescono dalle corde di Roback, con la voce calda e suadente della bellissima Hope Sandoval a rendere seducente il tutto. I testi sono frammenti di vita, attimi, momenti, pensieri quotidiani che si sciolgono nel tempo. Rimorsi, rancori, occasioni sfuggite, come suggerisce il titolo dell’album, le stagioni dei tuoi giorni, Seasons of Your Day. I brani ci raccontano pezzi di vita come in “In the Kingdom”, un luogo perfetto per musicisti che si contaminano vicendevolmente e viaggiano tra mille domande. Altra fantastica canzone è “California”, malinconica e nebulosa, racconta una terra natale lontana, sempre radicata nell’anima, in cui un giorno si tornerà, tenuta, nel cuore, sempre a portata di mano. Testi profondi, poetici e suoni diradati come in “Season of Your Day”, che dà il titolo all’album, una ballata all’amore che non c’è mai stato, che non è mai nato, sempre ambiguo e sfuggente, gracile: “ Won’t you let me come inside?  I’ve released all of my pride. I know you’re alone because I’ve been there. I was storming all of the day outside your door . It’s a misery that the rivers will never stream me back before”. I Mazzy Star, dopo tutto questo tempo, non devono dimostrare nulla a nessuno ma rendere conto solo alla propria musica ed è quello che fanno meravigliosamente con questo sound galleggiante, leggero e malinconico allo stesso tempo.

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Boards of Canada – Tomorrow’s Harvest

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Dopo un lungo silenzio, durato ben otto anni, tornano gli scozzesi Boards of Canada con i loro suoni liquidi e le atmosfere desertificate. Il 2013 sembra essere stato l’anno del ritorno dell’elettronica anni 90, che ha visto sulla cima il ritorno, e il mega successo, dei Daft Punk. Sempre più l’elettronica contamina il Rock scrollandosi di dosso la mera ritmica delle sale da ballo. I due fratelli Sandison, sulle orme del precedente album The Campfire Headphase, tirano fuori un altro concept album che diventa un trip imperdibile.

Tomorrow’s Harvest, questo il titolo, questa la prospettiva di tutta una generazione. Cosa ci spetterà del domani? Quali frutti potranno raccogliere i nostri figli? Un album provocatorio che mette a nudo l’umanità contemporanea appiattendo e schiacciandone la visone di un futuro florido e rigoglioso sull’attuale scia della crisi globale. I nomi dei brani parlano chiaro e lasciano all’ascoltatore l’interpretazione visto che di testi c’è poca traccia. La strumentazione è un misto di sintetizzatori,  vintage/analogici e anche più moderni,  programmi computerizzati ed un uso maniacale di campioni, con l’inclusione anche di suoni naturali che generalmente a caratterizzano le loro opere. Il risultato è fluido e atemporale: ci si sente dentro una bolla di vetro immersi in un mondo disgregato. Non a caso è stata scelta la copertina dell’album. Ogni brano, in continuità col precedente, contribuisce a creare quest’atmosfera da film. “Gemini” è l’intro ed è impossibile non riconoscere in essa sonorità propriamente cinematografiche tipiche dei film di fantascienza, percettibili in realtà in tutto l’album. In “Sundown” possiamo vivere l’esperienza di un tramonto vissuto come fosse l’ultimo e in “Collapse” ascoltare il fruscio del vento e della desertificazione che avanza. “Sick Time” non ha bisogno di spiegazioni e racchiude in se il senso dell’intero LP. Questo Tomorrow’s Harvest è un lavoro che ha bisogno di molti ascolti per comprenderne le sfumature (sembra che contenga anche messaggi subliminali) e forse non per tutti sarà facile superare lo scoglio del primo, ma date retta a me, le parole non bastano a descrivere la portata di questo disco: va ascoltato e riascoltato assolutamente.

Un album Minimal, Down Tempo, che ci proietta in un futuro apocalittico, quasi post-atomico, come se i Boards of Canada volessero metterci in guardia su quello che ci aspetta se continuiamo ad inquinare, a chiuderci in noi stessi e a fregarcene. Perché non riusciamo più a stare nel presente e guardare al futuro. Un album forte, provocatorio, che potrebbe apparire cupo ma che poi nella sua musicalità ci lascia un barlume di speranza.

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Oonar – Oonar

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Il sintetizzatore è il simbolo che cavalca, contraddistingue e segna, dagli anni 80 a oggi, le nuove generazioni di rocker alla ricerca esasperata di nuove sonorità. Gli Oonar subiscono l’influenza di quegli anni ed escono con il loro primo Ep omonimo. Con una ritmica vicina alla Drum’n’Bass, addolcita da testi sbarazzini tipicamente adolescenziali.

Cinque semplici brani, cinque semplici testi per cuori leggeri innamorati degli 80. È inutile fare accostamenti, gli Oonar non aggiungono niente di nuovo al già sentito e a tratti sembrano melodie e suoni ripresi dal passato. Il risultato è una ballata Rock Dance perfetta per una serata al Cube, noto locale romano. Tra le tracce che preferisco spiccano “Running” e “Lost” che comunque rimangono in sintonia con il complesso del lavoro che non genera un’onda sonora tra un brano e l’altro e sembra di stare a sentire una traccia unica per tutto l’album.

Una Pop band che pensa più al pubblico che alla cura del proprio progetto e alla costruzione di una propria identità e risulta infine un melting pot già sentito. La voce c’è e l’idea di mescolare suoni tipici della Drum’n’Bass non è male ma ha bisogno ancora di olio per poter carburare alla grande.

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Marlene Kuntz – Nella Tua Luce

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Tornano i Marlene Kuntz. Torna Godano con i suoi sottili testi di estetica conflittualità. Torna Tesio con le sue curate distorsioni e ritmiche seducenti. Torna Ma-Ma-Marlene, quindi, con la sua figa per cercare di accecarci con la sua luce. Ormai veterani del Alt Rock del bel paese, passati, a mio malgrado, lo scorso anno al Festival della Canzone Italiana a San Remo che li vede eliminati nella seconda serata ma vincitori di un premio sfigato con la stralunata Patti Smith. Maturi dunque, d’un suono proprio, subito riconoscibile, e per me, riconducibile alla fucina che è stato il Consorzio Produttori Indipendenti (con, Il Vile e Ho Ucciso Paranoia) negli anni novanta. “Bei tempi” direbbe Godano, a sentirlo nelle ultime interviste rilasciate, dove denuncia la decadenza della musica (per quella che era l’accezione pre-digitale) nell’era del file sharing. Cosa che era già stata decantata nel precedente lavoro Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini (2010). Ma questa è un’altra storia.

Oggi sto ascoltando Nella Tua Luce, ultimo cantico della tormentata band cuneese che tra scena indipendente e musica italiana cerca di trovare un estasi alle proprie composizioni, cercando di raggiungere la vetta gettandosi le briciole per tornare indietro, agli albori. Suoni puliti, immersi nel candore della narrazione per cercare la luce che li riappacifichi con se stessi. “Nella Tua Luce è anche la traccia che apre l’album che senza troppi peli sulla lingua e giri di parole recita: “…ci sono cose brutte in giro e a volte non mi basto più.. tu sei la mia Beatrice ispirami l’anima”. Un’ode sulla strada della rinascita, una riaffermazione della propria identità. Un atto di fede alla propria musica. “Solstizio”, altra traccia e primo singolo estratto, è un altro esempio di come la maturità giunga alla consapevolezza di essere Marlene. E non c’è, Onta non c’è, Mistero che, Si intoni con quel che accade a me. E pure io non sono un’isola completa in sé Sono anch’io nel continente”. L’album è una narrazione continua, ogni canzone è legata in qualche modo all’altra, e, ovviamente è pieno di riferimenti letterari nel pieno stile MK. Potrei farvi un elenco di tutte le tracce ma lascio a voi l’ascolto, so per certo tanto che Godano & co piacciono o non piacciono affatto e quindi cari fan datevi da fare!!!

Il tempo passa per tutti, sono cresciuto con i primi Marlene ed è ovvio che li prediligo, questo non vuol dire che i “nuovi” più attenti al contesto e alle nuove esigenze non siano degni di nota. Hanno trovato la loro forma e le parole incastonate nella melodia rimangono sempre un’impronta indelebile del loro essere.

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Daughn Gibson – Me Moan

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Daughn Gibson, per chi non lo sapesse, è il nome d’arte di Josh Martin, trentunenne ex-camionista della Pennsylvania che con la sua voce tenebrosa e le sue trucide storie di disagio, miscelate ad un Country elettrificato, sta conquistando pezzi di un pubblico sempre più vasto. L’immagine è quella di un ragazzo che percorre chilometri di asfalto sul suo camion in giro per gli USA: nottate in squallidi motel, soste in bettole di provincia piene di ubriaconi e il rapporto con le proprie origini, conservatrici, di provincia. La sintesi del personaggio è stata accostata al mitico Johnny Cash, sia per il tipo di storie raccontate, storie di gente emarginata, borderline, sia per il modo di interpretare il proprio personaggio. Ovviamente, anche se ci sono punti in comune fra i due, Daughn dovrà fare la sua parte e dimostrare nel tempo, con una dose massiccia di creatività, questo accostamento a un mito del Rock Made in U.S.A..

Dopo il suo primo lavoro All Hell (2012), edito dalla White Denim Records e scovato da Pitchfork che l’ha reso noto al grande pubblico, Me Moan è il suo secondo album, uscito all’inizio di quest’estate. Pieno di un Country sgocciolante e una ritmica abissale ha sorpreso tutti quando la mitica Sub POP Records l’ha rilasciato. Ma c’era da aspettarselo che una qualche etichetta di rilievo si occupasse di una voce così spessa e profonda. Nel passaggio tra le due case discografiche Gibson al momento perde parte della narrazione, le storie diventano storielle meno definite e più aperte allo specchio dell’ascoltatore con la melodia che segue provando ad essere meno introspettiva e più addolcita per un pubblico più vasto; Meno suoni campionati e una ritmica minimale. Rimane validissima la sua rielaborazione della Country Music che si porta dietro fatta di note elettriche miscelate alla classica strumentazione Rock che attribuisce uno stile evocativo ai suoi testi che insieme alla sua voce ci trasportano in una sorta di altare dove vengono sacrificati emarginati, disadattati, mignotte, tossici e marchettari.

Anche se Me Moan si distanzia dal precedente lavoro sacrificando originalità e scaltrezza a favore di un risultato più tondo e immediatamente usufruibile per il pubblico, rimane sempre la sua voce baritonale che ci schiaccia vorticosamente in questi oli raffiguranti situazioni ai bordi della società. Un po’ a tinte scure e struggenti come in “Franco” storia di isolamento, un po’ ballata Country come nel primo singolo estratto “Kissin on the Blacktop” che potete ascoltare qui sotto e un po’ Dance con ululati di fantasmi campionati con “Phantom Rider”. Un album più disomogeneo e meno raffinato rispetto l’esordio ma nel complesso produce un onda tra le varie canzoni che lo fanno scorrere per tutti i suoi settanta minuti. Da non perdere assolutamente anche “Mad Ocean”, “You Don’t Fade” e la finale “Into The Sea”.

Mr Gibson con la sua voce si spinge sicuramente sempre un po’ più nell’eden dei cantautori americani anche se per arrivare anche solo alla cinta di Mr Cash avrà bisogno di molta fortuna nel panorama vaporoso della musica attuale e probabilmente di una chitarra.

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Gary Wrong Group – Knights of Misery EP

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Questa è una situazione particolare, una situazione in cui voglio mostrare ciò che circola oltre oceano, nelle più remote scene underground made USA. Ok?! Oltre le consuete recensioni made in Italy e oltre il mainstream bigotto dei soliti artisti on air sulle grandi stazioni stellari. Ogni tanto, cari miei, è bene anche uscire di casa e farsi un giro, andare a pescare band non nei soliti calderoni, salotti per buone orecchie fatti di mail e dischi recapitati a casa, ma spulciare la rete come scimpanzé. Quindi, questa volta, vi beccate un po’ di monnezza americana.

Tocca ai Gary Wrong, formazione strampalata con un sound Punk sporco, inacidito, fatto di zozzi riff, percussioni primordiali, voci soffuse, stridenti e synth schizoidi. Escono, a inizio mese,  con Knights of Misery, Ep che a oggi ha già esaurito le poche copie stampate, per la Total Punk Records; 6 tracce di brodaglia Punk composte sotto l’influenza di “DitchWeed”, erbaccia, nelle tarde ore della notte in un luogo sconosciuto dell’Alabama. Può risultare una cagata pazzesca se non siete amanti dei gruppi Garage o una super scopata che vi porterà confusione nei prossimi giorni. Allora preparatevi a sentire le minacciose risate del signor Gary mescolate a organi sgocciolanti, rumori inquietanti e batterie sventrate.

Sono sincero, non sentivo del buon Punk da tempo. Nel 2013 le punk band, soprattutto nostrane, suonano in vecchio stile oppure hanno fatto la scelta effemminata del Pop. Questo Ep rimarrà sul mio player per tutta quest’estate a ricordarmi da dove vengo e che il Punk è ancora vivo e vegeto!!!

GARY WRONG GROUP "HEROIN BEACH SERPENTS ATTACK" from Vice Cooler on Vimeo.

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Camp Lion – Pangea EP

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Audaci i Camp Lion che tentano, con Pangea Ep, di portare in casa Italia un genere che va a pescare nel bacino dell’Alternative Noise Rock britannico. Distorsioni e riverberi che pian piano creano una scena evocativa che sale e scende, per lasciare alla voce, che mai prevale e sempre a contorno, lo spazio del sogno. Per l’esattezza il genere è lo Shoegaze ed è una branca sotterranea dell’Alternative Rock sviluppatasi alla fine dei ’90 con i My Bloody Valentine, The Jesus And Mary Chain e i Ride. I Camp Lion sono riusciti ad adattare alla nostra lingua la questione, cosa che nel precedente lavoro La Teoria di Romero risultava meno nitida.

Il risultato è un extended play che, con disincanto e morbidezza, ci racconta l’annichilimento  subordinato dell’essere umano in una società fatta di apparenze. Con una formazione tradizionale, basso, chitarra, batteria, che crea la musica adatta a questo genere di narrazione piatta senza risparmiarsi nella scelta degli effetti. La voce, infatti, risulta livellata ma non priva di ascendenze melodiche a sottolineare che in questo genere non è l’ego che la fa da padrone. Personalmente ho apprezzato molto i testi, ben incastonati nella melodia, risultati diretti ad una rassegnazione stoica. Uno fra tutti il testo di “Passeggero Spettatore” che ben sintetizza il concetto di questo lavoro sussurrandoci con una fievole melodia che “Sei un passeggero spettatore / senza il potere di rivoluzionare lo stato delle cose”.

Cinque brani strettamente Indie che, senza pretese, ci raccontano della gabbia esistenziale che ci siamo costruiti attorno, fatta di apparenze e nulla più. Pangea scivola tutto d’un fiato, ben concepito e senza fronzoli. I Camp Lion meritano di essere ascoltati perché nel loro guardare a terra c’è un amore profondo per la musica e la sua capacità di trasmettere emozioni.

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Giorgieness – Noianess EP

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Noianess è l’Ep di debutto dei Giorgieness, trio di Morbegno (Sondrio) formato da Giorgia D’Eraclea (voce/chitarra), Samuele Franceschini (bassista) e Andrea De Poi (batterista). Tre ragazzi che vogliono uscire dal mucchio provando a mescolare testi taglienti accompagnati a del sano Rock italiano. Quattro brani veramente curati che mostrano l’impegno e la voglia di emergere a tutti i costi.

Nel complesso l’ascolto scivola fino alla fine del disco senza problemi, soprattutto per l’ilarità dei testi che contengono situazioni sentimentali tipiche dei nostri giorni: Incomprensioni (“c’era più anima sotto quel grasso / ora da lucida vedo tutto”, conversazioni telefoniche (“magari sta sera ti chiamo ho visto che mi è finito l’orgoglio / e se sei così gentile da prestarmene un pò”), farfalle nello stomaco (“con le farfalle che hai  messo sotto vetro / e nel tuo stomaco finiscono i tramonti”) e bisogno di spazi propri (“buona notte amore / dimmi che posso stare ancora nel tuo letto troppo grande per un po’ / e se ti manca l’aria e non puoi respirare / allenta le catene ma non le spezzare”). E sono proprio i testi la parte forte del disco uniti ad una potente voce piena, a tratti aggressiva, che però, per i miei gusti, fa troppo uso di compressori vocali che tendono a sterilizzarla. La melodia è ben studiata e in sé ha tutto ciò che serve ad una canzone per rapire il pubblico con un mood altalenante di riff aggressivi e melodie suggestive. Non a caso la produzione è stata affidata ad Andrea Maglia chitarrista solista che si affianca ai Tre Allegri Ragazzi Morti nei loro ultimi Tour. Un buon prodotto che suona Pop per intenderci.

I Giorgieness con questo Ep si buttano nella mischia del Pop Rock Italiano, terreno scivoloso e già carico di personalità. Per questo dovranno tirare spallate per farsi breccia nel mainstream nostrano, perché quest’album è a questo che punta!!!

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Mark Lanegan & Duke Garwood – Black Pudding

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Mark Lanegan non è nuovo alle collaborazioni e questo connubio con Duke Garwood è azzeccatissimo. Chitarre sovrapposte, arpeggi eleganti e percussioni abissali per farci trasportare in questo fondale che è la musica di Lanegan. Garwood è un ottimo chitarrista e Mark, in un’intervista, rivela di aver sempre sognato di lavorare con lui un giorno, marketing a parte. Tutto il resto lo fa la sua voce che molti paragonano a Tom Waits o alla profondità di Leonard Cohen. Ed è così, nulla da eccepire, voce meravigliosa, stupenda. Qui voglio solo sottolineare che in questo album in particolare, la cadenza Minimal Blues la fa da padrona anche sulla voce. E se qualcuno dicesse che ascoltandolo tutto si annoia, probabilmente non si è lasciato trasportare da questo mood che riporta il Blues sui palchi del Rock. C’è da dire che chi si aspettava un lavoro simile agli ultimi da solista troverà sicuramente uno scostamento, soprattutto con il Lanegan degli esordi, ma nulla di stravolgente siamo comunque più o meno in linea con il precedente Blues Funeral uscito l’anno scorso. Probabilmente l’avanzare degli anni sta tingendo sempre più la sua anima “nera”.

Il titolo dell’album la dice lunga sulle loro intenzioni, Black Pudding, letteralmente “Budino Nero”. Non ci vuole molto a capire, ascoltandolo troverete ambientazioni Blues fatte da sfumature nere e malinconiche tipiche di questa musica. Tra i brani consiglio l’ascolto di “Mescalito” stupenda ballata lisergica con drum machine di sottofondo ad alzare il tiro o la passionale “Sphinx” che contribuisce a rendere l’ album un cult.  “Death Rides a White Horse” con la splendida chitarra di Garwood, un ronzio di violino in sottofondo,e la sua infinita poesia è il pezzo che più riassume questa impresa. “Cold Molly” e le sue percussioni sintetiche che la rendono incredibilmente sensuale (provare per credere). E “Shade of the Sun” brano fortemente spirituale dove Mark chiede a un Dio, indifferente nei suoi confronti e che vuole allontanarlo, di liberarlo dalle sue pene: “Kept a hammeringawayat the gate / I kept a-knocking / But I was far too late”. Tutto questo accompagnato da perfette ritmiche e arpeggi profondi di chitarra nel puro stile dei due.

Nel complesso l’ascolto conduce ad un’atmosfera che potrebbe essere perfetta per una colonna sonora di un film, ha tutte le carte in regola per condurre una narrazione on the road. Un connubio di chitarre Blues con la profonda voce di Lanegan, indiscutibilmente eccezionale, accompagnata da Garwood con i suoi  sottofondi campionati al dettaglio per centellinare la pienezza del suono e completare questa strepitosa opera.

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Bakunin – Bakunin EP

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Ispirati forse dal padre russo dell’anarchia moderna, i Bakunin, con questo nome e album omonimo, ci presentano un extended play d’esordio Garage Punk che va a pescare spuntinelle vecchie generazioni rocker degli anni Settanta. Di strada da fare i Bakunin ne hanno tanta; non riesco a trovare elementi innovativi nella loro musica. Chitarra, basso, batteria non fanno nulla in tutti e cinque  i brani per uscire dalla canonicità di un ci “stiamo provando” e risuonano già sentiti e noiosi alle mie orecchie. Ora il lavoro va sempre premiato ma in questo caso non sento né ricerca del suono, né nel ritmo, né un modo originale di cantare a squarcia gola. I gruppi Garage Punk in Europa e USA stanno facendo passi in avanti in questi ultimi anni, cercando sempre nuovi modi per spiattellarti la realtà addosso; provate ad ascoltare i canadesi Metz o i più vicini danesi Ice Age (anche se tacciati di essere filo Nazi per i tatoo) per avere conferma. Questo lavoro non ha niente d’esaltante se non la voglia di emergere della band e la spensieratezza tipica del Punk.

I Bakunin hanno ancora molta strada da asfaltare. Soprattutto dovrebbero discostarsi, se intendono ampliare il proprio pubblico e cercare di farsi spazio nelle solite litanie Punk Rock improvvisate. Chiariamo un concetto: non è che se il Punk è facile da suonare allora basta un ritmo serrato, una chitarra distorta, voce urlata e spensieratezza. Potrebbe bastare tutto ciò ma se non ti muovi dalle “solite cose” non fai passi avanti e vieni percepito come “scontato” da chi ascolta. Nel complesso l’album è pieno di licks, refrain, riff e triads già sentite e superate. Ascoltate “I Wanna Get You” per un lik scandito a 4/4 sul rullante, “I Love You” per un refrain che sa di già ascoltato o il riff iniziale di “Mum” e “Street” per le triads. Di certo non manca la grinta ma da sola non basta, non ci si può fermare alle apparenze ma bisogna andare oltre e creare un progetto con un’idea ben precisa.

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