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The Cave Children – Quasiland

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I The Cave Children arrivano direttamente dal buco nero della crisi europea ovvero quella Atene che fatica a trovare anche il benché minimo spiraglio di ripresa. Nonostante ciò, i toni del loro astrale debutto Quasiland risultano più colorati e positivi di quanto si possa immaginare. Il disco, uscito lo scorso 14 aprile per la greca Inner Earrecords, attinge a piene mani dai Novanta e Zero mescolando un’attitudine chiaramente Pop Brit Pop a derive di natura Dream e psichedeliche senza risultare mai indigeste. Al primo play ci accoglie la gradevolissima “Maybeland” con il suo basso ipnotico e il prezioso contributo dei fiati, probabilmente la migliore traccia tra le dieci di Quasiland. Nonostante l’apparente positività, a livello testuale non mancano i riferimenti alla drammatica situazione socio-politica greca che emergono in brani come “I Seedeath”, dove spicca prepotentemente la lessonlearned da Tame Impala e soci o l’accoppiata “Antigone”-“Metaphor”, la prima una dolce ballad di stampo Oasis e la seconda a metà tra i Weezer e i Blur. Tale commistione di generi, pur trattandosi di un esordio, risulta nel complesso discretamente riuscita sebbene necessiti ancora di una vera e propria fusione in un prodotto unico, nuovo e personale. Meritevole di menzione è la conclusiva “Vixentapes”, brano tiratissimo di ispirazione floydiana che fornisce in maniera più chiara un’altra volontà della band: la fede al lo-fi. La scelta viene proprio dai ragazzi greci, ovvero mantenere vivo il dogma della bassa fedeltà che aveva contraddistinto i primi demo. In Quasiland manca molto per arrivare ad uno standard qualitativo accettabile ma non dimentichiamoci di essere di fronte ad un debutto. Già molto è stato fatto, i ragazzi continuino per questa strada.

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The Backlash – “Spin ʻRound” [VIDEOCLIP]

Written by Anteprime

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I The Backlash sono una giovane band con base a Milano. Attivi dal 2012, sono [portatori nostrani di quel movimento Britpop che mai morirà. Nelle intenzioni così come dentro alle orecchie hanno la British Invasion che rese celebri negli anni The Beatles e The Who per poi rimodernarsi in nuova forma con Oasis, Blur e molti altri. Lʼalternative-rock dei Backlash trova nello Shoegaze la sua ibridazione più sincera, senza mai perdere lʼapproccio Pop tipico di quella indimenticata Manchester di metà anni ʼ90. La ricerca di una propria dimensione, lʼintrospezione profonda e la rabbia di appartenere ad una generazione nella quale riconoscersi solo a metà, sono i temi ricorrenti della loro estetica testuale. Nel 2014, dopo due anni di concerti tra Italia ed estero, i Backlash firmano un accordo discografico con la milanese Rocketman Records. 3rd Generation è lʼep dʼesordio dei The Backlash, uscito nellʼautunno del 2014 e ufficializzato dal videoclip di “Spin ʻRound” in anteprima nazionale per Rockambula (02/03/15). LʼEp è disponibile su iTunes, Spotify, Amazon. I brani selezionati per questo Ep di lancio mostrano prevalentemente il lato Britpop della band, con evidenti risvolti psichedelici. La mano di un bambino, protagonista di copertina, sta a simboleggiare qualcosa di nuovo, di appena nato e con il futuro davanti. Consapevoli e speranzosi, quindi, i The Backlash si fanno portavoce di una “Terza Generazione”, figli legittimi per gusto ed approccio alla scrittura di quei movimenti culturali e sociali che resero grandiose le scene musicali degli anni ʼ60 e ʼ90.

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Dr. Irdi – Radio

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Dopo l’EP d’esordio ironicamente titolato 2 tornano col full lenght i Dr. Irdi, e no, non si chiama 1. Radio (questo il titolo) è composto da dieci pezzi elettronici che si dipanano tra synth e campioni, voci distanti e citazioni, giocosità combinatoria ed emotività trascinante. L’ho ascoltato in stato di semi-incoscienza, prima e dopo il sonno, e mi ha regalato sguardi su mondi lontani, dalle oscillazioni di “Trapano” alle scalinate a spirale di sintetizzatori e tastiere in “Temporale”, dal Pop sbilenco e altalenante di “Airone” (meticciato di scuola Blur) allo spazio aperto dell’Ambient meditativo in “Euridice”. Potrei anche andare avanti, tra gli scratch Electro Funk di “George Clinton”, il pianoforte saltellante e caleidoscopico di “Weltschmerz” o la sporcizia distorta di “Scimmia”… ok, l’ho fatto, scusate. Quello che volevo dire è che il punto di forza del lavoro è certo il suo saper essere eclettico, e trascinarti per mano intorno al globo, sotto i mari, nello spazio e dentro la tua testa, senza mai fermarsi. Si fa ancora fatica a sentire un’identità precisa nei Dr. Irdi, ma ora è chiaro che questa sia una loro caratteristica peculiare, l’altra faccia della medaglia della libertà di poter andare ovunque, essere chiunque. Radio scivola via tranquillo, dieci pezzi per trentanove minuti, un ottimo condensato di Elettronica casereccia e Pop nel senso più alto del termine, psichico quanto basta per non essere musica da ascensore ma comodo abbastanza per goderselo senza intellettualismi. Unico neo l’utilizzo della voce, nel timbro, nella ritmica, nella cadenza. Tendeva a riportarmi coi piedi per terra, mentre volavo alto nella mia testa e mi sembrava di essere chissà dove. Tutto sommato un disco da riascoltare più volte, per scavarci dentro.

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Red Shelter – Nothing More…Nothing Less

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Attaccano con “Alone” e tu hai la voglia irrefrenabile di metterti il tuo parka verde e andare a farti una birra nel pub più inglese che c’è in circolazione. “Ok” la balleresti fino a perdere il fiato, “Little Closer” o “Just a Game” ti fa rimpiangere di non aver mai imparato a suonare la chitarra per bene. Continui ad ascoltare le dieci tracce dell’album dei Red Shelter e ripensi con una certa soddisfazione a un passato non troppo lontano, contraddistinto dalle risse dei fratelli Liam e Noel, dai cugini nemici Blur e dalla meteora degli Elastica. Un po’ di Supergrass e un po’ di Franz Ferdinand, qualche eco Punk e di Elettronica. Un tributo alla migliore musica dei primi Duemila, ma non una semplice copia di quello che è stato già fatto, suonato e cantato. Un tributo a quello che sono le sonorità che hanno ispirato fin dall’inizio Carlo (voce e chitarra), Clod (basso), Luigi Mic.Rec (batteria) e Jack C (tastiere), ma Nothing More… Nothing Less è la viva conferma di come la musica sia universale, oltre la geografia. E di come, partendo da punti di riferimento, si possa creare per diventare originali e mai scontati. Cantano in inglese i campani Red Shelter, perché è la lingua della loro musica, dicono loro. E perché l’inglese è senza confini come lo è questo disco che starebbe bene nella programmazione di qualsiasi radio Rock.  La conseguenza di tutto questo è che l’album lo ascolti e riascolti senza stancarti. Ti sbatteresti anche come un indemoniato se non fosse per la vicina di casa, che è molto poco tollerante. Tanto vale prendere il parka, uscire e andare a cercare il primo palco dove sentirli suonare.

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March Division – Metropolitan Fragments

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Tempi moderni. Suoni giusti al posto giusto, e soprattutto al momento giusto. Frenesia, elettronica soffusa tra chitarre ben pesate e liriche molto ritmate, ad intonare un ballo costante e ben scandito da secchi bpm.  I March Division vengono da Milano e pare nascano più come band di produttori che di musicisti live. Metropolitan Fragments è il loro nuovissimo lavoro dove i ragazzi non hanno di certo mezze misure. Il loro approccio è nettamente schierato e si sente: arrangiamenti magistrali, sound british che prende traccia dalle ultime orme sbiadite di Blur e Oasis per arrivare allo splendore odierno dei viaggi danzerecci dei Kasabian. La opener “Friday Will Come” non lascia molto spazio all’immaginazione e non dista molto dalle sonortità tanto amate da Pizzorno e Meighan. L’intermezzo di chitarra acustica e beat scarno colora un pezzo che già al primo ascolto ha il sapore del singolone. Per fortuna, nonostante la maniacale attenzione alla produzione non si perde il morso Rock’n’Roll. La dimostrazione ce l’abbiamo già con “Lonesome Prisoner” e “Black Noon”, così terribilmente graffianti e vicine alle composizioni dei fratelli Gallagher. Tutto è dosato in modo perfetto, tutto si mischia con matematica creatività. Le distanze sia allungano e si accorciano in continuazione nei sette brani. La danza etilica segue senza fiatare i colpi di rullante della lenta e cadenzata “Hangover Morning”.

La sensazione di ubriachezza e il presunto mal di testa passano piano piano con la spensierata “Out of Sight”, un toccasana, un’Aspirina frizzante bevuta di un sorso, un gioiello Brit Pop d’altri tempi. I suoni spaziano e ogni pezzo ha il suo sporco perchè, ogni brano potrebbe finire su qualsiasi radio mainstream, in ogni frammento si trovano tensioni e melodie. E nonostante i forti accenni e influenze, mai viene a perdersi la freschezza e il gusto di novità. Persino gli accenni Hard Rock di “Star Guitar” mandano su un altro pianeta, con un siluro sparato a velocità supersonica verso le stelle, dove troviamo un Dio che è più metropolitano che mai. “Urban God” è elettronica calda, che brucia le vene, si muove sinuosa tra le macerie e ci soffia in faccia il suo vento artificiale. Vento che per quanto possa sembrare fasullo, riesce benissimo a prenderci a schiaffi.

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Damon Albarn – Everyday Robots

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Musicista, autore, compositore, produttore Damon Albarn è un artista poliedrico e traversale che, dagli esordi nel lontano 1991 fino ai giorni d’oggi, ha macinato chilometri nel mondo della musica, percorrendo molte vie e raccontando la sua arte in tanti modi. Un storia lunga ventitre anni partita dal Brit Pop dei Blur, continuata con l’Alternative Rock così underground dei Gorillaz, deviata dal super gruppo made in England The Good,The Bad & The Queen, inframezzata da un EP, qualche colonna sonora e due libretti per opera. Un bagaglio importante di esperienze, senza le quali, forse, Everydays Robot non esisterebbe. Ascoltando l’album tutto d’un fiato si percepisce subito il tiro di tutto il lavoro, maturo, calibrato, intimo e dall’essenza minimalista. La storia di un uomo di quarantasei anni che, spente le luci accecanti e riposti gli artifizi di scena nel baule, si racconta e ci fa assaporare un po’ del suo mondo e dei suoi ricordi, tra la paura ancestrale di perdere se stesso, al rapporto conflittuale con una tecnologia sempre più invadente, fino alla solitudine e alla dipendenza dalla droga.

Potremmo definirlo quasi una sorta dipiccola catarsi in musica, un percorso che non arriva mai ad esprimere le tensione del momento in maniera esplosiva e rabbiosa, ma che lo fa in maniera sommessa, con quell’attitudine all’understatement cosi maledettamente British. Visivamente anche la copertina veicola lo stesso messaggio privo di colori, ma ricco di sfumature di grigio, un’immagine semplice, reale, così reale da passare quasi inosservata. Quello che non passa inosservato sono le canzoni, un beat pulsante, un cuore-motore intelligente, le percorre da cima a fondo dandogli vita.  Uno stile asciutto ed equilibrato unisce in un unicum armonicosuoni elettronici e acustici, campionamenti, archi e cori dal sapore etnico. Un album di Ballad melanconiche e dolciastre, così come i ricordi nei quali affondano le radici e che contengono al loro interno tutta l’anima Pop di Albarn, filtrata,però,attraverso una consapevolezza nuova. “The Selfie Giant”suadentegrazie alpiano mutuato dal Jazz e alla collaborazione di Bath for Lashes, “Mr.Tembo”, che le sonorità africane rendono melodicamente e ritmicamente intrigante.“The History of a Cheating Art” e“You and Me”che ti colpiscono per l’eleganza e la forza del songwriting sofisticato e qualitativo.Il mood del disco non può che definirsi ombroso,ovattato a tratti illuminato attraversol’uso dei cori e degli archi, come nel finale tutto in positivo e dalla grande carica emozionale di “Heavy Seas of Love”, merito del coro gospel della chiesa di Leytinstine. Everyday Robots è un disco pensato nei suoni,testualmente pieno di pathos, calibrato negli arrangiamenti, che fanno la differenza e mostrano il talento di Albarn. Forse non un album di hit e molti rimarranno delusida questo nuovo capitolo non ritrovando il vecchio Damon, ma molti altri sapranno apprezzarne l’onestà, l’intensità, il valore, le atmosfere al limite dell’alienante e goderne a sufficienza.

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Peter Piek – Cut Out the Dying Stuff

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Il poliedrico artista teutonico, polistrumentista, cantautore e pittore oltre che fondatore della comunità artistica del PPZK, nato Peter Piechaczyk a Karl Marx Stadt, oggi Chemnitz, trentatré anni orsono, ricompare con un nuovo prodotto disegnato sapientemente per elevare la sua sfavillante voce oltre la banale beatitudine. Una voce fantasticamente imperfetta, almeno al primo ascolto e solo nella timbrica un po’ aspra ma che non impiega troppo a palesarsi in tutta la sua bellezza data anche da un’ampiezza vocale non comune. La sua veste di artista a tutto tondo prende forma in fase compositiva e anche durante le esibizioni live miscela musica e arte, facendo vedere foto scattate ascoltando brani e fornendo cuffie per udire i brani che hanno suggestionato i suoi quadri. Musica e pittura e arte in generale che si compenetrano, vicendevolmente e senza soluzione di continuità, lasciando emergere l’unica differenza tra le diverse espressioni artistiche rappresentata dal tempo. Questa sua triplice (non disdegna neanche il ruolo di scrittore) veste lo porta spesso a girovagare per la Germania e il mondo intero, dagli Stati Uniti alla Cina e proprio la promozione di Cut Out the Dying Stuff lo ha condotto anche a toccare i lidi della nostra penisola.

L’album è il terzo capitolo della saga personale di Peter Piechaczyk, dopo Say Hello to Peter Piek del 2006 e I Paint It on a Wall di circa quattro anni fa e rispecchia alla perfezione quell’aura d’internazionalità acquisita con le circa cinquecento esibizioni internazionali. La stessa opening altri non è che un’innamorata dedica alla città spagnola (“Girona”) ma non mancano intromissioni in terra inglese, cinese addirittura e ovviamente tedesca. Nonostante l’astrattismo possa essere definito come uno dei punti cardine per orientarsi nell’oceano pittorico di Piek non si può dire lo stesso della marea di note che danzano dentro i dodici brani di Cut Out the Dying Stuff. Al contrario, le liriche presentano strutture Pop melodiose e orecchiabili e raramente fuori dal comune e una forma canzone tutto sommato canonica e anche troppo lineare, con una miscela tra strumentazione sostanziale e arrangiamenti e voce che ricalca le più consone strade del Pop moderno che si affaccia presso i lidi del Contemporary R&B, del Pop Soul, del Cantautorato alternativo e dell’Indie.

Le canzoni di Piek nascono dentro dialoghi spirituali tra la parte più intima del sé e quella che è l’esteriorizzazione artistica della propria anima, sulle orme dei grandi artisti del passato, da Neil Young a Dylan, da Nick Drake a Van Morrison, sempre però con una carica tipica piuttosto di un certo Britpop in stile Oasis o Blur. L’opera di Peter Piek non è, dunque, destinata a cambiare le sorti del mondo, neanche di quel piccolo universo chiamato Musica eppure trasuda amore e libertà, indipendenza che solo certi artisti possono veramente sventolare come un drappo di vittoria al cielo, autonomia da etichette, mercato, autogestione espressiva totale e che non necessariamente deve collimare con concetti legati all’estremizzazione di avanguardie e sperimentazione. Un disco per chi ama, fatto da un innamorato.

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Secret Colours – Peach (Disco del Mese)

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Cover semplicissima a sfondo bianco, con un bel frutto sopra (peach, pesca), iperrealistico, niente di sfumato o stilizzato e al centro una scritta, secret colours, dai colori caldi e dallo stile liquido e deforme. Tutto questo non può che stimolare un accostamento con la gigantesca band di Liverpool più famosa di Gesù Cristo che chiamano Beatles. Ovvio che la prima cosa che ci si immagina, una volta pigiato quel maledetto tasto play, sia un vortice di beat e psichedelia poppettara la cui illusione però presto sarà risucchiata da ritmiche devastanti e un sound molto più sporco e sessuale del previsto. Con i Fab Four faremo i conti solo alla fine.

Il primo passo, quello che darà il ritmo e il tempo a tutte le canzoni, sarà disegnato sì dall’aspetto psichedelico (“Blackbird (the Only One)”, “Legends of Love”), grazie primariamente all’uso peculiare della sezione ritmica e a una vocalità galleggiante di effettistica, eppure questi elementi s’insinueranno in tutta l’opera senza dare mai precisa immagine di sé, riconoscibile e manifesta, come la copertina appunto poteva lasciar vagheggiare, cavalcando l’onda generata nei 90 da band come gli Spaceman 3 (i riferimenti principali del disco) anch’essi capaci di mescolare Blues e Psichedelia in chiave moderna. La psichedelia dei Secret Colours guarda agli anni Sessanta senza volerne depredare le esaltazioni chitarristiche, sposando invece piuttosto alcune eteree linee di chitarra in perfetto linguaggio Raveonettes, quasi Dream Pop se vogliamo.

La vera potenza di Peach, però, sta nella prestanza del suono e nella sua purezza che riesce a sfruttare con totale meticolosità le convenzionalità del Blues (“Euphoric Collisions”, “World Through my Window”, “My Home Is in your Soul”), adattate ora a minimi aspetti Neo Gaze, ora soprattutto al Brit Pop nineties (“Peach”) oscillando tra Blur e Gorillaz del tipo non rappeggiante (“Me”).  Dunque chitarre Blues (oltre a Evans, c’è Dave Stach) e ritmiche morbose e lisergiche dettate da Justin Frederick (batteria) ed Eric Hehr (basso), unite alla voce fluida e fusa di Tommy Evans, tutto offerto su di un’altalena che oscilla tra intimità e potenza, facendo risaltare i vertici compositivi  proprio ad alcuni dei suoi estremi, nelle sfuriate Garage Revival (“Faust”, ”Lust”) e soprattutto nel ricordo labile di certi Primal Scream, memoria che quando si fa più impetuosa regala un brano che da solo vale l’intero ascolto del disco (“Blackhole”) e che potrebbe fare la fortuna di tanti Dj Rock della penisola proprio per la sua capacità di sfruttare i beat ballabili con le note del Rock.

Poi c’è da fare i conti con i Fab Four, non mi sono dimenticato di loro e allora arriva a sprangare Peach la struggente “Love Like a Fool” e il cerchio si chiude, con sessanta minuti di musica che forse sono troppi solo perché fuor di misura sono le tredici canzoni che li compongono. Almeno quattro sono i brani inutili che danno come risultato solo un seccante senso di indigeribilità. Qualche brano in meno e avremmo avuto tra le mani uno dei migliori dischi dell’anno, considerando che l’album è uscito in Europa solo il 10 Febbraio, mentre cosi ci tocca, dopo averlo ascoltato una decina di volte e avere ancora la voglia di farlo, premere skip più del dovuto/voluto e di cambiare quel bel voto messo di pancia sulle note di “Blackhole”, in un modesto sette messo di testa.

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Ecco le nuove uscite più attese del 2014!!! Prendete carta e penna…

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TEMPLATE2014

Evitando di farci prendere da facili entusiasmi, dai nostri desideri e di farci trascinare nel vortice delle “voci di corridoio”, cerchiamo di fare il punto su quelle che saranno solo alcune delle uscite più interessanti previste per il 2014, sia album che singoli ed Ep.  Dopo due anni o poco meno tornano i Maximo Park con il nuovo album Too Much Information in uscita a febbraio, insieme ai Tinariwen con Emmaar, a The Notwist e a St. Vincent. Ci sarà da aspettare molto meno invece per Metallica e il loro film documentario Through the Never e il nuovo full length Pontiak, INNOCENCE (28 gennaio), cosi come per il grande Mike Oldfield che dopo il non entusiasmante remix del suo capolavoro torna con Man on the Rocks (27 gennaio). Tra le tante raccolte che ci accompagneranno, da non perdere Original Album Series (24 gennaio) di Kevin Ayers e The Beatles con The U.S. Albums (21 gennaio).

Ci attende una svolta stilistica non indifferente e che non vogliamo anticiparvi, nel nuovo Alcest mentre segnatevi da qualche parte la data del 21 gennaio perché in uscita c’è il nuovo Ep di Glenn Branca, Lesson No. 1. Ci sarà non troppo da aspettare anche per vedere e leggere la recensione di Rave Tapes dei Mogwai mentre gli amanti dell’Idm si preparino al nuovo singolo targato Moderat cosi come i fanatici Ambient non dovranno aspettare molto per ascoltare  bvdub, già uscito nel 2013 (in coppia con Loscil) e prontissimo con un nuovo lavoro. Poche aspettative (eppure siamo molto curiosi) per il nuovo dei folli giapponesi Polysics, Action!!! (15 gennaio) mentre molte di più sono quelle per i Sunn O))) (che usciranno, quest’anno anche con Terrestrials, insieme agli Ulver) LA Reh 012 (13 gennaio). Per i fan più accaniti, annunciamo anche l’imminente uscita di Bruce Springsteen con High Hopes (10 gennaio) mentre proprio da due giorni è disponibile uno dei lavori più attesi, da noi amanti del Neo-Gaze, Cannibal singolo dei Silversun Pickups. Quasi dimenticavo anche l’ex Pavement, Stephen Malkmus & The Jicks con l’album Wig Out at Jagbags e poi Present Tense dei Wild Beasts.

Lasciamo per un attimo il panorama internazionale e guardiamo che succederà in casa nostra. Dente con Almanacco del Giorno Prima è pronto per gennaio. Con lui anche i Farglow, Meteor Remotes e gli Hysterical Sublime con Colours Ep. Tornano i Linea77 e speriamo che C’Eravamo Tanto Armati ne possa risollevare almeno un po’ le sorti. Quasi certa la prossima uscita per la ristampa di Da Qui dei Massimo Volume. Tra i lavori italiani più attesi non può mancare L’Amore Finché Dura, dei Non Voglio Che Clara mentre penso che si potrà fare a meno di ascoltare Omar Pedrini e il suo ultimo Che ci Vado a Fare a Londra, anche se un minuto di attenzione non si nega a nessuno. Paolo Fresu è in uscita con Vino Dentro mentre farà parlare, sparlare e litigare Canzoni Contro la Natura degli Zen Circus cosi come Brunori Sas e il suo Vol.3, Il Cammino di Santiago in Taxi. Nel frattempo ho già iniziato l’ascolto di Uno Bianca, il concept album di Bologna Violenta, in uscita il prossimo 24 febbraio.

Mettiamo da parte le uscite certe per questi primi mesi dell’anno e diamo ora uno sguardo più lontano nel tempo. Pare che Damon Albarn, leader di Blur e Gorillaz sia pronto per un album solista ma molto più atteso, almeno per quanto mi riguarda, è il nuovo album degli Have a Nice Life. Poi sarà certamente l’anno del nuovo U2, dei Foo Fighters e di Lana del Ray. Sale l’attesa per il nuovo di Beck, la cui uscita sembra quasi certa per il finire di febbraio, mentre ancora tutto da chiarire per quanto riguarda le nuove fatiche di Tool, Pharrell, Frank Ocean, Mastodon, Burial, Giorgio Moroder, Brody Dalle, Cloud Nothings, Flying Lotus, Grimes e The Kills.

Io mi segno almeno una decina di nomi, per gli altri vedremo. Nel frattempo speriamo che il 2014 ci regali qualche sorpresa in più rispetto a queste anticipazioni perché i nomi, nel complesso, non lasciano certo sperare in un’annata da ricordare. Comunque, ci sono sempre gli esordienti, magari ancora sconosciuti, da tenere in considerazione. Saranno loro a farci sognare, non ne dubito.

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Only Ten Left 16/11/2013

Written by Live Report

Proseguono senza sosta gli appuntamenti in musica del Progetto Streetambula. Dopo l’eccellente performance di Doriana Legge ed Elisa Marrama (19/10/2013), questa volta é il turno dei sulmonesi Only Ten Left, quartetto Punk Rock emergente composto da Thomas (voce e chitarra), Tizzi (chitarra solista e voce), Sasà (basso) e DiVito (batteria), accompagnati per l’occasione dal giovane cantautore pratolano Quinto Fabio Pallottini (chitarra acustica e voce). Sin dal mio arrivo – nella mezz’ora antecedente l’inizio dell’evento – avverto sommo piacere nel constatare che, anche in questo frangente, il pubblico della vallata non si é fatto di certo pregare. Caffé del Corso, infatti, brulica di vita. Qualcuno inganna l’attesa trangugiando avidamente un boccale di birra, fumando una sigaretta o chiacchierando del più e del meno; “Forse qualcosa in questo paese si sta muovendo”, penso, ed entro nel locale, facendomi strada a fatica tra chi probabilmente non ha ancora compreso che, far capannello dinanzi all’ingresso del bar e rovesciare addosso al primo malcapitato di turno un invitante calice di vino rosso, non é cosa buona e giusta. Comunque, in un modo o nell’altro, sono dentro; il tempo di ordinare un drink ed inizia il concerto. Apre le danze Quinto Fabio Pallottini, promettente musicista pratolano che, da diverso tempo ormai, calca le scene di innumerevoli eventi peligni. Il suo show può essere riassunto in una serie di ballate dove il Punk Rock incontra un certo gusto british sulla scia di Blur, The Verve, ecc… senza disdegnare tuttavia la contaminazione con generi musicali apparentemente estranei al contesto, come il Reggae, ad esempio. Un registro vocale aspro e sbarazzino, una linea di chitarra folk non sempre ineccepibile sotto il profilo squisitamente tecnico ma, mi vien da dire, chissenefrega. Quinto si diverte e fa divertire. E questo mi basta.

A seguire, dopo un rapidissimo cambio palco, gli Only Ten Left. Il Punk Rock californiano della giovane formazione sulmonese (chiaramente influenzato dal leggendario sound di Social Distortion, U.S. Bombs, ecc…) si cala alla perfezione nell’inedita veste acustica proposta per la serata. Infatti i brani in scaletta, nonostante siano stati eseguiti senza distorsioni assordanti (regola fondamentale e primaria dell’unplugged), con un set di batteria ridotto davvero al minimo indispensabile – fondamentalmente cassa, rullante e charleston, per capirci – mantengono comunque un ottimo livello di coinvolgimento, restando pressoché fedeli alle versioni originali. Adrenalina a mille, buona presenza scenica, spensieratezza, ed il gran merito di aver saputo appagare l’esigenza di un pubblico dai gusti inevitabilmente eterogenei.

Bella musica, bella gente, vibrazioni positive e birra in offerta. Insomma, una gran bella serata.

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Push Button Gently – Fuzzy Blue Balloon

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In un mese dove l’uscita del nuovo disco dei Pearl Jam doveva essere l’evento musicale dell’anno (ma non lo è stato) fa molto piacere recensire il nuovo lavoro dei Push Button Gently, che dall’Italia fanno capire ai colleghi americani che il Grunge non è morto e che avrebbero dovuto impegnarsi di più. Alla composizione e all’arrangiamento dei brani partecipano: Nicolò Bordoli (chitarra – voce) ex Dirty Sanchez, Natale De Leo(basso), Francesco Ruggiero (batteria) e Julio Speziali (voce – chitarra) di Endigma e Keibe che ha anche registrato il tutto. Il mastering è stato curato invece da Lorenzo Monti al “Le Mont Studio” di Morbegno (So). L’anima di Eddie Vedder & co. sembra essere stata per tutto il tempo della composizione nella stanza in cui il gruppo si è dato da fare, soprattutto in “The Bottle” e nella successiva “Tarpit Cock and the Bazoukie”. Che il gruppo ami sperimentare a livello sonoro è già chiaro dai brani più brevi “Weirdo Will”, “Incoming”, “Go to be Ready” (o got come si legge nel loro bandcamp ufficiale) e “After all this” (che ha l’ingrato compito della chiusura). Esperimenti che ai più potrebbero apparire senza senso ma che se ascoltati nel loro intero contesto hanno un perché e persino un ruolo fondamentale (se non vi dovessero piacere potete sempre mandare avanti il cd in fondo). Un po’ di Stoner, un po’ di Rock anni Settanta e persino qualche influenza da parte dei Radiohead rendono nel complesso piacevole il tutto. In “Kilgore Trout” ci sono persino dei bassi alla Offspring e una voce effettata alla Damon Albarn dei Blur. Sembra quindi non esserci un filo conduttore ma in realtà il senso di tutto ciò è proprio nella varietà dei suoni, mai scontati e banali e sempre curatissimi. Apprezzabile e degno di nota è anche l’artwork di Giorgia Barbieri che non farà certamente rimpiangere l’assenza di un booklet che avrebbe però dato un tocco di classe in più soprattutto se fosse stato curato dalla stessa persona. Non lasciatevi quindi sfuggire questa piccola gemma del sottobosco Indie italiano!

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Tripwires – Spacehopper

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C’è tanta, tantissima inglesitudine nel disco d’esordio dei Tripwires. Spacehopper (che, detto per inciso, ha una copertina bellissima) è un frullato molto godibile ed abbordabile di stili che sono stati moda per periodi più o meno lunghi negli ultimi vent’anni, soprattutto in terra d’Albione: c’è il Brit Pop (ma più dalle parti dei Blur che degli Oasis: se non nelle sonorità, di certo nell’inventiva e nel caos creativo), con ritornelli intensi, tutto sommato orecchiabili, da cavalcare in cuffia o in qualche dj set (“Shimmer”); c’è il Rock, nelle distorsioni frizzanti e nella batteria sixties, in un impianto Indie che potenzialmente potrebbe aprire ai Tripwires la porta di radio e tv musicali (“Paint”); c’è lo Shoegaze, tutto nei cori sognanti e nei soundscape che coprono lo sfondo (la title track), negli effetti gonfi dei distorti e nei suoni (e nelle linee) di chitarra, pungenti e nasali, caotici, disseminati qua e là con sapienza (“A Feedback Loop of Laughter”).

Spacehopper è un’ottima via di mezzo tra il gusto un po’ onanista del suono panoramico e della psichedelia old school (“Love Me Sinister”) e qualche sapore più propriamente Pop/Indie Rock, canticchiabile, radiofonico, anche se, ad essere sinceri, la bilancia pende più spesso verso il primo elemento – e meno male (vedi il bell’intro di “Under a Gelatine Moon”, o l’atmosfera sospesa di “Catherine, I Feel Sick”). La voce, di rimando, oscilla senza paura tra il timbro di un Bellamy smorzato e meno primadonna (“Plasticine”) e paste con salsa Beatles (“Tin Foil Skin”, coraggioso pezzo-monstre da sette minuti e cinquanta), e il tutto, frullato, produce un cocktail dal sapore notturno, agrodolce e frizzante, da accompagnare ad una corsa in tram dopo mezzanotte, o a momenti introspettivi durante lunghi tratti ferroviari privi di luce naturale. Ne risulterà un viaggio comodo, anche per chi magari non è tanto abituato a viaggiare.

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