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Violet Cold – Noir Kid

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Electropop, shoegaze e black metal insieme? Si può fare!
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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #17.03.2017

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Daniel Lioneye – Vol. III

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Siamo giunti al terzo disco di Daniel Lioneye, chitarrista dei talentuosi HIM e mente di riff e assoli a dir poco sbalorditivi che senza esagerare fanno gola a tantissimi musicisti di alto livello della scena Hard Rock ed Heavy Metal internazionale. Purtroppo in molti lo conoscono, come già detto, perchè si tratta di uno dei pilastri della tanta amata/odiata band finnica, creatrice addirittura di un genere quale il Love Metal. In pochi sanno però che Mikko “Linde” Lindstrom, ovvero  Daniel Lioneye, ha un suo progetto nato nel 2001 con alle spalle altri due lavori.

La band di Lioneye è composta da altri due membri degli HIM: Migè Amour al basso ed Emerson Burton alle tastiere. Attualmente alla batteria troviamo Seppo Tarvainen dei The Stourger che va a sostituire Bolton degli Enochian Crescent.
Vol. III è un disco che come il precedente ti spiazza perchè comprendi a fondo le potenzialità di determinati artisti. Con questo lavoro non si tratta di cogliere l’ efficienza tecnica dei musicisti, bensì l’inventiva, il gusto musicale, la raffinatezza culturale e la capacità di assemblare generi più “duri”. Vol. III spazia dallo Stoner alla Psichedelia fino a toccare sonorità Black Metal, insomma tipi di musica differenti rispetto alla band madre che si occupa, invece, di un genere dalle tinte cupe, rockeggianti ed oscure. Ci si accorge dell’ottimo prodotto ascoltando tracce come “Break It Or Heal It”, che vanta di massicci riff e giri di chitarra, oppure la possente “Aetherside”, dove lo Stoner è predominante (gli Electric Wizard impazzirebbero per un pezzo di questo tipo). “Licence To Defile” ricorda un po’ l’andazzo del disco precedente solo che questa volta l’accurato lavoro delle tastiere fa la differenza rendendo il pezzo sinistro. “Dancing With The Dead” si posiziona tra le tracce più riuscite: ha un mood cupo dovuto al buon gioco delle tastiere di Burton, i massicci giri di chitarra presenti che vanno poi a comporre un interessante ritornello rendono il pezzo formidabile e il cantato di Mr. Lioneye da un tocco di fascino in più. “Neolitic Way”, già presente in Vol. II, qui è riproposta in una versione più pesante e pulita.

Questo Vol. III è un album di ottima qualità, dove non solo la musica suscita interesse ma anche i testi scritti da Mige Amour. Nell’attesa di riascoltare gli HIM possiamo goderci questo affascinante lavoro di Daniel Lioneye, magari qualche accanito fan di Sua Maestà Infernale potrà deliziarsi con qualcosa di diverso mentre i guru del metallo pesante o i fondamentalisti potranno ricredersi sulla bravura e la genialità di questi musicisti.

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Cowards – Rise To Infamy

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Se la violenza, la distruzione, il chaos e la depressione più profonda avessero un suono unico, non mi verrebbe in mente niente di meglio che quello che sto ascoltando in questo momento. I Cowards sono una band parigina (e chi l’avrebbe mai detto?) che sprigiona un urlo nevrotico di circa quaranta minuti in questo nuovissimo Rise To Infamy: Hardcore tiratissimo, Doom granitico e un pizzico di Black Metal a dare quel tocco di “colore” nero pece, che in questo vortice infernale non poteva mancare. Sputi e schizzi di sangue sembrano volare in giro già all’inizio con l’intro insistito di “Shame Along Shame”. Trenta secondi di ottave di chitarre e poi il delirio, l’anarchia nella voce di J.H., growl e grida forsennate, quasi come se il ragazzo stesse per essere soffocato da un momento all’altro. Cambi di tempo, riff metallusi e stacchi secchi che rendono l’agonia interminabile nei sei minuti di puro delirio. Questo è solo l’inizio. Le note sembrano buttate li a caso, ma gli incastri distortissimi di chitarra di “Never to Shine” danno un senso al chaos apparentemente insensato e molesto. I Cowards non lasciano uno spiraglio che sia uno alla melodia, mai piegati al vile bel canto, solo ritmiche droppate in tonalità incredibilmente basse e una botta che però non rende mai e poi mai commestibile il prodotto ad un palato forse troppo delicato come il mio. Ma sfido chiunque non sia un minimo abituato a queste brutalità a sopportare un ascolto così tutto di un fiato, senza prendere aria almeno ogni quattro/cinque minuti. L’anti-Pop domina, soprattutto in “Frustration (Is My Girl)” e “Anything But The Highroad”, velocissime e sotto i due minuti, quest’ultima pure ricca di feedback e di terrificanti voci di sottofondo. La linea del disco non cambia mai, sempre distorta ai limiti della decenza e contorta al punto di dar fastidio alle orecchie. Si ma contiamo pure che chi scrive pezzi con titoli come “Birth of The Sadistic Son” non ha di certo l’obiettivo di piacere a massaie e liceali. Questo rimane comunque un suono potente, ma difficile, ostile, bastardo al punto da farti contorcere le budella. Contro ogni forma di musica (come la concepiamo noi poppettari del cazzo) e contro ogni senso del pudore, un disco per e contro la frustrazione, un puro sfogo stilistico, un gesto di rabbia, ma anche la forza bruta della natura. Per questo non me la sento di valutarlo come ho sempre fatto fino ad oggi, per me questo album non ha un vero e proprio valore musicale. E’ però qualcosa di forte, che fa male. E anche solo questo penso gli possa rendere giustizia.

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Deathless Legacy – Rise From the Grave

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Un po’ di  tempo fa gironzolavo sui social network in cerca di qualche gruppo nuovo, ne trovai abbastanza, tutti di generi diversi ma chi mi suscitò una forte curiosità furono i Deathless Legacy, una band nata inizialmente come tribute dei Death SS. Comunque, caso vuole che mi metto ad ascoltare il loro disco d’ esordio, Rise From the Grave, un lavoro che miscela Gothic, Black ed Heavy Metal con l’ influenza di Steve Sylvester sempre presente non solo musicalmente ma anche per quanto riguarda i costumi e il gusto per l’ orrido. La musica proposta è un concentrato di aggressività ma con un pathos oscuro, sinistro, dovuto anche alle doti canore della singer; innegabile inoltre una certa similitudine con i Necrodeath nonostante la voce femminile.

Rise From the Grave si fa ascoltare con molto piacere, scorre in maniera limpida senza stancare un minuto, anzi, la voglia di sentirlo una seconda, terza e quarta volta è tanta. Parliamo di un disco fatto con voglia e passione da una band che, nel bene o nel male, di esperienza ne ha, soprattutto se contiamo i molti show dal 2008 ad oggi. Guarda caso in uno di questi, precisamente l’ esibizione di Halloween a Firenze del 2011, hanno come special guest proprio il già citato Steve Sylvester. Viene da porsi un quesito: perché un’icona di questo calibro dovrebbe disturbarsi per un gruppo underground del genere? Probabilmente anche il noto rocker deve averci visto del buono e considerando che comunque è stato palesemente d’ ispirazione per il grintoso sestetto, ecco prendere due piccioni con una fava.

In Rise From the Grave le tracce che subito si fanno ascoltare sono in primis: “Will or the Wisp”, la successiva “Queen of Necrophilia” e “Death Challenge”, quelle che subito attirano l’ attenzione per motivi diversi. Andando per ordine, nella prima citata c’è l’ ottima prova di Steva a fare da scheletro, nella seconda troviamo un botta e risposta tra chitarre e batteria eccezionale, mentre nella terza sono le tastiere a creare l’ atmosfera e fare da padrone. Non sono da sottovalutare “Flamenco de la Muerte” e la successiva “Spiders”, anche queste aggressive e dalla tinta cupa. Insomma i Deathless Legacy sono da tener in considerazione e se queste sono le premesse dinanzi a loro c’è solo un futuro roseo, potremmo considerarli una promessa per la musica estrema.

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Swell99 – Life

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Sensazioni contrastanti. Quelle che provo quando annuso l’intrigante quanto malsano odore della benzina oppure quando bagno le labbra nel ruvido sapore de whiskey o quando guardo un film di fantascienza. A mezz’aria tra l’inutile e il divertente, tra il piacere e la smorfia. Ecco e questo sentimento altalenante e di umore lunatico sbuca improvviso all’ascolto del nuovo disco dei Swell99.

Nati nel 1999 a Macerata, arrivano al loro quattordicesimo compleanno senza nessun cambio di formazione, una famiglia a loro detta e sono convinto che sia così. Il suono in effetti è compatto, unito, sicuro. Fin troppo sicuro da risultare poco intrigante. E la scelta di usare l’inglese, tranne che nella prima e nell’ultima traccia cantate in madrelingua non solo fa storcere il naso ma obiettivamente non può che far perdere omogeneità e significato ad un album registrato e prodotto in modo impeccabile. Nulla ha da invidiare alle mega produzioni statunitensi in termini di qualità sonora e di impatto, ma in tutti gli aspetti questo disco pare troppo inquadrato e privo di quel brivido, di quell’imprevedibilità che nel Rock non guasta mai.
Il singolo “Urlo” parte spavaldo con chitarroni metallusi. Hard Rock in italiano, due mondi che quasi sempre si scontrano senza provocare nulla di buono, salvo in rari casi come questo. La voce di Carlo Spinaci però non lascia grandi tracce, sebbene ben impostata e precisa rimane molto fumosa. Anche quando tenta di graffiare (“Bloody Knife”, “Real Friend”) non è acqua e non è fuoco. Molto meglio con le ballate che con i pezzi più aggressivi e vince più con la lingua italiana che con quella anglosassone. “Boot” vanta la presenza del blasonatissimo Andrea Braido, ma il fumo purtroppo rimane tanto e di carne se ne addenta poca, come anche in “Screaming to The World” dove anche l’assolo poteva essere gestito meglio, invece inciampa in freddi tecnicismi che sfociano però in una simpatica citazione di “Beat it”. Certo la botta e la carica non mancano, ma tutti questi brani sembrano essere un cannone che spara palle di gomma.

Ai pezzi più arrabbiati si alternano ballatoni più o meno articolati: si passa dal suono molto Nickelback di “Mistake”, alle melodie tortuose di “Talk” (miglior pezzo e una delle migliori interpretazioni del cantante), dalle sbavature elettroniche di “Angels” (sembra un pezzo dei Plan De Fuga) alla piatta e banalotta “Life”.
L’ancora di salvataggio ricade nell’ultima traccia (guarda caso in italiano). “Non è la fine” parte acustica per scaldarsi negli ultimi dieci secondi di puro delirio. Una pazzia. Quella che ho aspettato tutto il disco.
Spero che i ragazzi la prossima volta rompano più spesso questo orologio troppo preciso, per far cadere l’ago della bilancia verso la loro causa e rompere questi miei fastidiosissimi dissidi interni.

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Disguise – Second Coming

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I Disguise non sono nuovi al pubblico italiano, anzi, alle spalle hanno una carriera di ben tredici anni che oltre questo nuovissimo “Second Coming”, vantano nel loro repertorio di altri due dischi ed un demo. Il percorso intrapreso dal gruppo nostrano è stato uno di quelli davvero costruttivi: se prendiamo in considerazione “Human Primordial Instinct” e questo “Second Coming” si nota subito in primis la qualità del suono e dopo, oltre la crescente tecnica anche l’ uso di determinate atmosfere che in un genere come quello del Black Metal se inserite in maniera non attenta, rischiano di rovinare buona parte del lavoro. “Second Coming” è cosi il disco definitivo, quello che testimonia della maturazione dei Disguise, insomma è un disco che la dice lunga. A parte il buon cantato di Vastator Mentis, ma i riff creati dalle chitarre sono veramente affascinanti e tracce come “I am Alone” e “To Dominate”  ne fanno da prova.

Ma veniamo ai punti forti che riguardano le atmosfere in chiave abbastanza elettroniche inserite dalla band: le troviamo in diverse tracce e come dicevo prima sono usate a dovere, queste non cercano di creare suoni epici come spesso viene fatto per il genere in questione, i Disguise hanno tentato il connubio con l’ elettronica e ad esser sinceri in parte ci sono riusciti perché in fin dei conti “Second Coming” è un buon disco, più che piacevole. I Disguise sono una realtà italiana, in un modo o nell’ altro  sono riusciti a trovare un proprio spazio e a far propri una schiera di Fan, il motivo è il più semplice: è un gruppo che ci sa fare con tanta voglia di mettersi in mostra.

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