Racing Mount Pleasant e Skin Theory, convergenti ma opposti

Written by Recensioni

Abbiamo messo a confronto due album che provano ad oltrepassare i confini della musica contemporanea attraverso strade diverse ma comunque affini.
[15.08.2025 | R&R Digital | chamber pop, art rock, post-rock]
[20.06.2025 | autoprodotto | art rock, avant-prog, math rock]

Osservo due corpi reggersi schiena a schiena: uno brucia dentro, il cuore fiammeggia, lentamente si consuma. L’altro divampa come cherosene grondante, si scortica e crolla pezzo dopo pezzo.

In questo 2025 ci sono stati due album che sono convergenti ed opposti: il disco eponimo dei Racing Mount Pleasant e Briar degli Skin Theory.
Il primo sceglie l’orchestrazione e la narrazione, il secondo opta per la frattura e la nevrosi. Entrambi si collocano dentro e contro il cosiddetto BMNRcore, il genere da noi ideato, nato attorno a Black Country, New Road e black midi e oggi in mutamento, spingendosi verso nuovi canoni.

La musica narrante dei Racing Mount Pleasant.

I Racing Mount Pleasant partono da una matrice emo e folk americana gonfiata con arrangiamenti da camera: ottoni, archi, interludi strumentali che ricordano tanto Sufjan Stevens di Illinois quanto i Bon Iver di For Emma, Forever Ago, ma con più spigoli e meno lamenti.

Your New Place e il nodo centrale Emily stabiliscono una grammatica di crescendo orchestrali e passaggi emozionali. È musica che narra, che vuole raccontare storie, ereditando dai BC,NR la forma corale ma piegandola verso un lirismo Midwest, più malinconico che isterico.

Quando i RMP semplificano, come nel caso di Call It Easy, rivelano un talento melodico che li avvicina agli Arcade Fire del primo periodo, spingendo su passaggi jazzati sia minimali che con un sax strillante. Il rischio è però quello tipico di chi costruisce cattedrali senza avere la stessa urgenza emotiva: la magniloquenza spesso soffoca la spontaneità, anche se momenti di rottura arrivano in Your Old Place e nella title track.

Racing Mount Pleasant © Gabrielle Mack
La tensione degli Skin Theory.

Gli Skin Theory, al contrario, riducono la canzone a frammento. Le schegge iniziali (S. Froid, Bison Yolkway) sono più studi di tensione che brani compiuti, l’anima è quella dei King Crimson periodo Discipline. La voce si muove in un territorio che deve molto a Geordie Greep, ma anche – e soprattutto – al dadaismo di David Thomas dei Pere Ubu e a Mark Hollis dei Talk Talk.

Jackie Triptych è un assalto ritmico che esplicita la natura enigmatica del progetto: testi come collage e strutture che crollano su sé stesse. Tutto converge nella lunga Tubes, 14 minuti che alternano groove ripetitivi e implosioni improvvise, crescendo post-rock e cambi di tempo liquidi: un flusso senza logica che si sgretola e si regge sulla tecnica mostruosa della band.

La successiva Scarlet, Azure sembra promettere una melodia che piacevolmente ci delude, una sorta di coito interrotto. La conclusiva traccia eponima cresce tra armonici artificiali che richiamano i Comsat Angels, per concludersi in un chiasso sgolato.

Skin Theory
Andare oltre i confini.

Mentre i Racing Mount Pleasant tentano di erigere un grattacielo, gli Skin Theory hanno l’unico intento di farlo detonare. I primi ci ricordano che il BMNRcore ha radici colte (chamber pop, folk orchestrale, prog), i secondi che esso ha antenati più scomodi (no wave, avant-punk, free jazz). Ciò che li unisce è la stessa ambizione di scavalcare i confini della musica contemporanea: uno costruendo, l’altro demolendo.

I corpi non si guardano, ma mantengono il punto di contatto: resistono, seppur in bilico.

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Last modified: 27 Agosto 2025