Una linea retta tra Italia e Stati Uniti – Intervista ai Sacramento

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Qualche domanda al trio di base a Milano tra revival e atmosfere lo-fi.

(di Chiara Grauso)

I Sacramento sono una band italiana formata da Stefano Fileti, Alessandro Franchi e Stefano Palumbo. Vengono da tre città di mare ma vivono a Milano; la loro musica, tra revival e atmosfere lo-fi, tende un orecchio al passato e agli Stati Uniti.

Nel loro ultimo singolo, L.A.? Not Alone Girl!, uscito il 26 maggio, omaggiano Los Angeles e la malinconia sfuggente degli anni 80. Li lega a questa città il mare, il clima mite e il cinema americano. L’atmosfera del singolo, com’era stato già in Lido, loro album d’esordio, è infatti la stessa che potremmo respirare grazie a un cult americano o ad una serie TV ambientata nel passato. È una musica che si fa ascoltare lentamente; non sarebbe difficile sceglierla per un lungo viaggio in macchina, o per accompagnare una serata a luci spente.

Se l’impianto dei brani è fortemente statunitense, tracce di italianità si nascondono, per esempio, dietro due collaborazioni importanti presenti nell’album: la voce di Verano e quella di Colapesce accompagnano rispettivamente Spacetrip e Why’d You Die. Un brano come A Cowboy in Shamokin, invece, chiarisce bene a quale volto degli anni 80 la band si ispira: i Sacramento suonano la malinconia sfuggente di quegli anni, la nostalgia di una fotografia sfocata.

Forse sono l’anello di congiunzione tra Italia e Stati Uniti, e la dimostrazione di come l’inevitabile miscelazione culturale in cui viviamo possa portare anche a effetti positivi. L’unico rischio, è vero, potrebbe essere quello di percepirli come troppo distanti dalla musica e dalla cultura italiana; eppure, ascoltando le loro canzoni, per un attimo ho pensato, paradossalmente, alla stessa malinconia di Cosa resterà degli anni ’80 di Raf.

Nei giorni scorsi, noi di Futura1993 abbiamo fatto una chiacchierata direttamente con loro, per parlare del singolo e per farci raccontare meglio le atmosfere lo-fi dei loro brani. Ecco cosa ci hanno detto.

Siete una band italiana, dai suoni internazionali. La distanza tra Italia e Stati Uniti sembra accorciarsi grazie alla vostra musica. Quanto da vicino conoscete la cultura americana? 

Grazie! La cultura americana è di sicuro un gran riferimento per noi. Siamo cresciuti con cinema, musica e film a stelle e strisce e ci sentiamo un po’ parte del mondo oltreoceano. Siamo andati là in vacanza parecchie volte e Stefano F. ha speso qualche anno a New York dopo l’università e instaurato una serie di rapporti di amicizia che mantiene ancora adesso abbastanza vivi. Sarebbe bello riuscire presto a farci un tour! 

L.A.? Not Alone Girl! è il vostro ultimo singolo. Un omaggio nostalgico a Los Angeles e agli anni ’80. Cosa vi avvicina a questa città? 

Los Angeles potrebbe essere la città perfetta per noi, c’è il clima che adoriamo (mite e caldo), il cinema che guardiamo, la musica che ascoltiamo, il mare (vitale per la nostra esistenza), le spiagge, Las Vegas a due passi e stripclub dappertutto. Negli anni 80 ci siamo nati e ci piacciono le ambientazioni musicali che suggerivano in quel periodo, cerchiamo sempre di riprendere singolarmente i suoni scoperti in quegli anni e riadattarli in un arrangiamento più soft. 

Il brano è rilassante, sarebbe bello poterlo ascoltare riprodotto da un giradischi. Avete pensato alla possibilità di inciderla su vinile?

Sì certo, l’intenzione era quella. Quando abbiamo fatto il mix e poi il master abbiamo immaginato che il suono venisse appunto da un vecchio vinile degli anni 80. Volevamo un suono più caldo e avvolgente, proprio quello che viene fuori quando si ascoltano gli LP di una volta col giradischi. Appena potremo, incideremo tutto su supporto in PVC.

Nonostante l’impianto internazionale, nel vostro primo album, Lido, si sente lontanamente un po’ di Italia – in particolare un po’ di Sicilia. Su Why’d You Die compare la voce di Colapesce. Com’è stato lavorare insieme a lui?

Stefano F: Lorenzo è un amico di vecchia data. Appena diplomati, da Siracusa ci siamo spostati a Catania per l’università e da lì è iniziata la nostra avventura musicale, che, partita con lo stesso identico approccio, poi ha preso strade diverse. Anche se in generale facciamo una musica abbastanza differente, abbiamo molte cose in comune; la nostra terra per esempio, a cui siamo entrambi molto legati; ma anche gli ascolti. Ci becchiamo molto spesso ai concerti a Milano e per quanto riguarda il brano in collaborazione è stato come vedersi nel pomeriggio per prendersi un caffè insieme.

Parlando sempre di collaborazioni, per Spacetrip invece avete scelto la voce di Verano. Come si sono incastrate le vostre diversità artistiche? Cosa avete preso dalla sua musica, e cosa pensate che lei abbia preso dalla vostra?

Verano è un’artista molto in gamba, facciamo cose totalmente diverse ma lei si è calata nella dimensione Sacramento alla perfezione. Non so cosa possa aver imparato da noi, forse a perder tempo e a cazzeggiare. Noi abbiamo ammirato parecchio la sua versatilità. 

A Cowboy in Shamokin è la mia preferita. Vi va di raccontarci qualcosa su questo brano? 

Forse è anche la nostra preferita, sicuramente da suonare dal vivo. Il pezzo è nato da un video che abbiamo visto su YouTube che ci ha particolarmente divertito. È un servizio di un’emittente locale americana che racconta come le persone della cittadina di Shamokin siano impazzite dopo che il Dunkin’ Donuts della zona è andato a fuoco. Immaginatevi un cowboy in mezzo a quel delirio e il pezzo è fatto. 

In un momento in cui la musica italiana sta attraversando un periodo molto produttivo, vi presentate al pubblico con un bagaglio di canzoni in inglese. È una bella scelta, coraggiosa. Quali feedback state ricevendo dai vostri ascoltatori? 

Mah, sai, non ci interessa molto quello che succede nella scena musicale italiana, noi ci limitiamo a fare ciò che ci piace fare. Puoi definirla una scelta coraggiosa, o forse stupida, ma così è. Non riusciremmo a fare diversamente. Ma penso che essere veri, alla fine, premi. Noi stiamo ricevendo molti feedback positivi e questo ci incoraggia a proseguire in questa direzione. Purtroppo, o per fortuna, gli ascolti stanno crescendo molto negli Stati Uniti e non in Italia. Ci fa molto piacere ovviamente che oltreoceano inizino ad apprezzare quello che facciamo e magari a bypassare lo stereotipo musicale legato al territorio. Però ci farebbe anche molto piacere che in Italia si accorgessero di noi un po’ di più. 

Il vostro è uno di quei dischi che ascolterei volentieri durante un viaggio in macchina. Vi saluto girandovi la domanda: quali album portereste con voi in una vacanza on the road?

Eh… bella domanda! Sempre difficile scegliere, dipende dal momento e dal contesto. Così a bruciapelo, se ci immaginiamo per le strade degli States, in sottofondo sentiamo Alex Cameron, Orville Peck, Amen Dunes, Kevin Morby e Aldous Harding.

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Last modified: 20 Ottobre 2020