Hip to the Hop: 50 anni di sottocultura e musica

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Per celebrare i cinquant’anni dalla sua nascita, in redazione abbiamo scelto un disco hip hop a testa tra i nostri preferiti.

È l’11 agosto del 1973. Siamo a New York City, esattamente a Sedgwick Avenue nel Bronx e il DJ, Clive, sta suonando i suoi dischi soul, funk e disco preferiti per uno dei block party del quartiere.
Clive, conosciuto come DJ Kool Herc, quel giorno decide di fare qualcosa di innovativo per dare al pubblico danzante più percussion breaks, le parti delle canzoni che facevano ballare di più.

Come? Con due copie identiche dello stesso vinile e due giradischi, DJ Kool Herc estende i breaks, riavvolgendo un disco mentre l’altro suona, pronto per ripartire dal punto di interesse, creando un loop. Questi extended breaks di DJ Kool Herc sui dischi di James Brown, The Meters e altri successi dell’epoca, così come il suo rivolgersi al pubblico di ballerini coi termini di ‘break boys’ and ‘break girls’, presto soprannominati B-Boys e B-Girls, sancirono la nascita – convenzionale – dell’hip hop, esattamente 50 anni fa.

È vero, il rock è nella nostra essenza e pure nel nostro nome, ma questo non esclude che nella nostra redazione ci siano amanti – e pure fanatici – dell’hip hop.
E per questo, quasi timidamente, eccoci a compilare una lista di dischi hip hop che adoriamo, dalla golden age fino ai giorni nostri, con playlist a seguito che troverete alla fine dell’articolo.

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Lara Magnelli consiglia:
NAS – ILLMATIC (1994, Columbia Records)

Unanimemente (o quasi) considerato IL disco hip hop per eccellenza, Illmatic rappresenta per me l’apoteosi del genere, collocato sul mio podio di evergreen del genere insieme a The Low End Theory degli A Tribe Called Quest e 3 Feet High and Rising dei De La Soul.

Prodotto dallo stesso Nas e da alcune delle icone della scena dell’East Coast, come DJ Premier, Large Professor, Pete Rock e Q-Tip degli stessi A Tribe Called Quest, l’album celebra, in forma di sample, numerosi artisti jazz, soul e funk, tra cui l’Ahmad Jamal Trio (in The World Is Yours), George Clinton (in Represent) e Michael Jackson (in It Ain’t Hard To Tell).
Nasir bin Olu Dara Jones aka Nas aveva appena più di venti anni quando uscì il suo album di debutto, ma col suo innato talento da storyteller riuscì ad immortalare perfettamente la cruda realtà del ghetto newyorkese, adottando al contempo uno sguardo nostalgico ed empatico capace di trasportare l’ascoltatore nei vicoli di Brooklyn, dove le sue storie prendevano vita.

Per quel che mi riguarda, Nas ha un pregio enorme; parla – e parlava – senza fronzoli o metafore scontate, andando dritto al punto.
I never sleep, ’cause sleep is the cousin of death” è una di quelle frasi che una volta sentite non puoi scordare. MAI. È perfetta: geniale ma concisa.

Federica Finocchi consiglia:
KANYE WEST – THE COLLEGE DROPOUT (2004, Def Jam Recordings / Roc-A-Fella)

Nel non troppo lontano 2004, The College Dropout cambiava le sorti di un certo tipo di musica e Kanye West diveniva il portavoce di un universo che cozzava con quello gangster dell’hip hop più mainstream dei primi anni duemila. Lui non era quello, non voleva quello. Il suo universo era fatto di cori gospel, brani soul, R&B e urban, testi impegnati  che oscillavano tra religione e razzismo, tra educazione scolastica e famiglia.

Assurdo pensare come l’idea di questo album sia nata in seguito alla sua volontà di abbandonare gli studi e ad un grave incidente in cui rimase coinvolto successivamente. Senza questi due eventi tanto diversi tra loro ma tanto impattanti, forse non avremmo mai avuto uno dei debutti più potenti e magici della storia dell’hip hop. O forse sì.

Federico Longoni consiglia:
MADVILLAIN – MADVILLAINY (2004, Stones Throw Records)

Madvillainy è l’album che mi ha fatto innamorare dell’hip hop.
Ricordo che lessi una recensione che ne parlava come di un disco rivoluzionario. Incuriosito, lo ascoltai ed arrivò subito la scintilla. Il flow ipnotico di MF DOOM, intimo e unico, unito ai beat alieni e ai sample rimaneggiati di Madlib erano davvero rivoluzionari, una roba che mai avevo sentito prima.

Ventidue brevi brani, ognuno dei quali conteneva mille idee, mille suoni, mille ritmi. Il brano più intenso e che amo di più del disco è Figaro, con quell’intro jazz e quel testo tagliente ed estremamente personale e intimo. Barre velocissime e rime geniali.
Madvillainy è uscito nel 2004 ma ancora oggi rimane un album unico e irripetibile.

Vittoriano Capaldi consiglia:
DEATH GRIPS – THE MONEY STORE (2012, Epic Records)

Lo ammetto: non sono un grande conoscitore dell’hip hop. Anzi, per molti anni l’ho bellamente snobbato, e ancora oggi non si può certo dire che abbia un posto chissà quanto rilevante nei miei ascolti quotidiani. C’è però un gruppo che, con la sua commistione di generi e la sua eccentricità mista ad aggressività, ha saputo sconvolgermi come poche altre band sono riuscite a fare.

I Death Grips, con il loro hip hop immerso in scenari industrial, inferocito da sferzate hardcore e impreziosito da sonorità sperimentali, sono una band che ha segnato pesantemente la scena musicale degli ultimi dieci anni.
Se li ho conosciuti in primis con il bellissimo Bottomless Pit del 2016, qui scelgo il debutto The Money Store: un album ancora scioccante e irrinunciabile, che non ha perso nulla dell’urgenza e della veemenza con cui era piombato sulle nostre teste nell’ormai lontano (si fa per dire) 2012.

Claudia Viggiano consiglia:
DANNY BROWN – ATROCITY EXHIBITION (2016, Warp Records)

I dischi hip hop che mi tengono incollata alle cuffie sono di due tipi: quelli dei versi e dello storytelling e quelli dal sound interessante e dalle influenze più eclettiche.
Se per la prima categoria avrei scritto di Kendrick Lamar, Kano o Noname, in quanto a scelte stilistiche e vocali Atrocity Exhibition di Danny Brown spicca per la varietà di sample (dai Joy Division a Delia Derbyshire, passando per compositori più o meno conosciuti) dosati alla perfezione per creare atmosfere oscure e turbolente, con un Brown sempre aggressivo nel cantato e un roster di featuring a dare dinamicità ad un disco che, già dal titolo, è figlio del punk quasi quanto dell’hip hop.
Il risultato è un malloppo d’ansia pieno di spigoli, ma anche di beat iconici e melodie memorabili.

Daniel Molinari consiglia:
VINCE STAPLES – BIG FISH THEORY (2017, Def Jam Recordings)

Youth was stolen. Così Vince Staples affrontava i suoi demoni urbani in Summertime 06. Lui e il suo flow asettico, in mezzo ai fumi industriali portuali di Long Beach.
Passano due anni e lo ritroviamo con una sorta di sindrome dell’impostore. La Big Fish Theory – il sentirsi un pesce grosso in un piccolo stagno. Il guardarsi allo specchio e doversi confrontare tra lo stardom che lo sta accogliendo e le proprie radici da quartiere di Norf Norf. L’evoluzione del 2017 ci porta nel sottobosco di un club che pare uscito dal grigio cemento di Berlino, non dalla sunny California.

Beat elettronici sincopati, minimali, pregni di bassi, di metriche robotizzate e di un’atmosfera rarefatta con le luci al neon fioche che sporcano la visuale. Chiama ospiti e produttori di un certo livello, tra cui Justin Vernon e Damon Albarn.
Big Fish Theory è il disco dell’ imperfezione e della consacrazione, di un ragazzo sempre riflessivo e attento allo scenario che gli muta attorno, pronto ad evolversi e a dirigersi verso stagni sempre più sconfinati. Questo è Vince Staples.

Dario Damico consiglia:
LITTLE SIMZ – SOMETIMES I MIGHT BE INTROVERT (2021, Age 101 / AWAL)

C’è tantissimo di Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo nell’album vincitore del Mercury Prize 2022; a partire dal titolo, che non è un altro che un acronimo del nome Simbi. L’arrangiamento orchestrale che apre l’album regala la sensazione dell’inizio di un film, una pellicola che nella sua durata farà visita a tutti i labirinti interiori dell’artista inglese di origine nigeriana, compreso il controverso rapporto con il padre.

E poi c’è un pezzo da lacrimoni come Woman, in cui alle strofe di Simbi si alterna la voce di Cleo Sol, in una fiera celebrazione della femminilità nel mondo e del concetto di Unity is Strength.
La vulnerabilità applicata all’hip hop ha il volto di questo album. E quello pensieroso di Simbi, orgogliosamente donna, Black, introversa, umana. Meravigliosamente vera.

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E, come anticipato, qui trovate la playlist collettiva a tema hip hop della nostra redazione:

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Last modified: 23 Settembre 2023