Herr God, il cuore pulsante di Portland

Written by Recensioni

Lento e rumoroso, il nuovo EP del trio dell’Oregon si colloca all’esatta intersezione tra slowcore e shoegaze.
[27.08.2026 | autoprodotto | slowcore, shoegaze]

“È delle città come dei sogni: tutto l’immaginabile può essere sognato, ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio oppure il suo rovescio, una paura. Le città, come i sogni, sono costruite di desideri e di paure.”
(Italo Calvino – Le città invisibili)

Tra le cinquantacinque città immaginarie che fanno da sfondo al viaggio epocale di Marco Polo nello sterminato impero di Kublai Khan non è ovviamente contemplata Portland, eppure, almeno per quanto mi riguarda, il più importante centro dell’Oregon non sfigurerebbe insieme a Isidora, Maurilia e alle altre città della memoria tratteggiate da Calvino.

Il motivo è intrinsecamente musicale: Portland è la città a cui è legata a doppio filo la vita personale e artistica di Elliott Smith e i cui luoghi e tradizioni prendono vita in maniera vibrante attraverso le canzoni del musicista scomparso del 2003 (dall’annuale Portland Rose Festival menzionato in Rose Parade all’Alameda Street di Alameda, passando per la 6th and Powell di Needle in the Hay e la Division Street di Punch and Judy, ma la lista sarebbe davvero lunga e per ulteriori info invito a consultare questo link).

È quasi pleonastico far notare come Portland occupi quindi un posto speciale nel cuore del mio io ascoltatore, e gli Herr God si aggiungono alla lista di band legate alla città – Wipers e Black Belt Eagle Scout, Dead Moon e Sleater-Kinney, Modest Mouse ed Helvetia e così via – a cui sono particolarmente affezionato.

Herr God @thefieldsarelakes
Slowgaze in purezza.

Il trio torna proprio oggi con Something’s Out There, EP che segue di due anni il convincente debutto di Grief and Calamity (con in mezzo il gustoso split con gli House of Warmth, altra band di Portland da seguire con devozione e che a fine settembre tornerà anch’essa con una nuova uscita), e lo fa riproponendo un suono che si dispiega su ritmi lenti e compassati sconquassati qua e là da schegge fatte di distorsioni roboanti.

Lo slowgaze – crasi non proprio bellissima ma sicuramente esplicativa – in purezza della band raggiunge vette a dir poco invidiabili con la doppietta slow green waterfemale author, due esempi semplicemente perfetti nella loro capacità di coniugare lentezza e incisività, gusto melodico e tormento emotivo. La seconda in particolare rappresenta probabilmente il momento più alto di tutto l’EP, quello in cui il saliscendi sonoro ed emotivo raggiunge picchi ragguardevoli mettendo in mostra tutto il ventaglio artistico del trio nonché l’innegabile talento di Chloe Gallardo, che dimostra qui di avere un registro vocale ampio e variegato.

Imbevuta di uno space rock sommesso e ovattato, la conclusiva centipede – che si avvale della presenza di villagerrr, interessante progetto solista a metà strada tra cantautorato e slowcore e con base in Ohio – suona come un’affettuosa carezza prima del commiato, il bacio della buonanotte dopo una giornata emotivamente emotivamente intensa.

Occhi contemporanei sugli anni ’90.

Something’s Out There è un’istantanea quantomai esplicativa dello stato di salute di una delle band statunitensi più interessanti del ricco filone underground a cavallo tra slowcore e shoegaze, uno di quei gruppi che ogni fan terminale del catalogo della Numero Group dovrebbe segnare sul proprio taccuino e sciorinare quando qualcuno dice che non esce più musica valida come quella degli anni ’90.

Non so se in vita mia riuscirò mai ad andare a Portland, ma anche solo l’idea di perdermi come un novello Marco Polo tra le sue umide strade in compagnia della rumorosa lentezza degli Herr God è sufficiente a proiettarmi in un mondo tanto lontano quanto onirico. Magari apprezzerebbero anche Elliott Smith e Kublai Khan, chissà. 

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Last modified: 3 Settembre 2026