Deftones Forever

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In occasione dei trent’anni dall’uscita del suo album di debutto, ripercorriamo la carriera di una delle band più longeve in circolazione.

In copertina: i Deftones alla prese con un videogioco nel 2000 © James Minchin III

Sembra ieri, ma è così: oggi Adrenaline, l’abrasivo, grezzo, iconico esordio dei Deftones, spegne trenta candeline. Da allora, la band di Sacramento ha fatto la storia attraversando generi e atmosfere, costruendo – passo dopo passo – una discografia unica in grado di scalfire e addirittura oltrepassare il panorama alternative metal. In questo articolo ripercorriamo cronologicamente i loro dieci album in studio, uno ad uno, con tre tracce consigliate per ciascuno. Non una classifica, ma un invito a scoprirli o riascoltarli con orecchie nuove.

Adrenaline (1995)

Il diamante grezzo della band di Sacramento, nonché una fra le prime mine che con la sua esplosione fece affiorare in superficie il fenomeno nu metal – salvo poi ritirare tutto e cambiare strategia d’attacco, ma ci arriveremo dopo. Energia incontenibile, urgenza post-adolescenziale, un sound ancora sporco e acerbo che mira poco alla tecnica per concentrarsi su un impatto ad effetto devastante. Undici tracce fenomenali che suonano ancora sincere, spietate, ruvide come carta vetrata. Sì, anche dopo trent’anni.

Brani chiave: Minus Blindfold, Root, 7 Words.

Around the Fur (1997)

Un passo da giganti verso il perfezionamento di un sound sempre più distintivo, iconico, inimitabile; pietra miliare in ogni retrospettiva degli anni ’90 che si rispetti. La caratteristica potenza brutale della band, portata all’estremo da una sezione ritmica sconvolgente, trova nuove soluzioni grazie all’estrema poliedricità della voce di Chino Moreno, in grado di passare da uno scream dilaniante a un sussurro appena percettibile. Il riffing di Stephen Carpenter, efficace e compatto, trasforma ogni traccia in un instant classic.

Brani chiave: Mascara, Be Quiet and Drive (Far Away), Dai the Flu.

White Pony (2000)

Come descrivere questo capolavoro incontrastato senza sminuirlo? Album ormai divenuto leggendario, che potrebbe rappresentare il modo migliore per approcciarsi ai Deftones se non si sa da che parte iniziare. Anche grazie all’ingresso in pianta stabile di Frank Delgado, la sperimentazione si espande verso orizzonti ancora inesplorati: metal, shoegaze, ambient, trip hop. Un vero perfect 10 da godersi dal primo all’ultimo pezzo, un flusso continuo nel quale annegare estasiati, senza interruzioni né skip; feroce e perforante, all’occorrenza languido e malato, sempre pervaso da una tensione emotiva impossibile da stemperare.

Brani chiave: Feiticeira, Digital Bath, Passenger.

Deftones (2003)

La regola è semplice: se sei riuscito a raggiungere la vetta più alta, ora ciò che ti aspetta è solo un’agonizzante e inesorabile discesa. Eppure, sfidando qualsiasi legge fisica – reale o immaginaria che sia – anche qui il gioco continua a reggere; il self-titled è un’ulteriore tappa, magari non completamente riuscita, ma fondamentale nel rifinire ulteriormente un suono che continua a riconfermarsi nella sua unicità. In mezzo a qualche scivolone, spiccano ancora episodi di assoluto spessore; un disco nevrotico e scuro quanto basta, con tutte le carte in regola per restarvi impresso sottopelle.

Brani chiave: Hexagram, Deathblow, Battle-axe.

Saturday Night Wrist (2006)

Frutto di un periodo travagliato dovute a tensioni interne ed esterne alla band, Saturday Night Wrist sorprende per la sua capacità di tramutare in ben più di un’occasione sentimenti di disperazione, isolamento e alienazione in un’esperienza visionaria ed estatica, con picchi di sensualità che arrivano a toccare corde ignote nel profondo dell’anima. Non a caso, i brani che nel complesso funzionano meglio sono quelli più liquidi, languidi, ovattati. Probabilmente l’episodio che segna l’accoglimento definitivo di certe deviazioni più dreamy nel marchio di fabbrica Deftones: prendete e godetene tutti.

Brani chiave: Beware, Cherry Waves, Xerces.

Diamond Eyes (2010)

Segnati dal tragico destino toccato allo storico bassista Chi Cheng, rimasto vittima di un terribile incidente automobilistico, Chino Moreno e soci accantonano l’incompiuto progetto che avrebbe dovuto intitolarsi Eros. I Nostri tornano successivamente sulla scena con l’introduzione di Sergio Vega in formazione, ripartendo da zero con la stesura di nuovo materiale. Diamond Eyes, accessibile seppur sofisticato, si conferma inaspettatamente come uno dei lavori meglio riusciti, trainato com’è da dolore e sofferenza, ma anche dal desiderio di una nuova ventata di positività.

Brani chiave: Royal, Beauty School, This Place Is Death.

Koi No Yokan (2012)

La premonizione d’amore del suggestivo titolo è reale: sin dal primo incontro, già saprete che il passo successivo sarà perdere completamente la testa. Un lavoro contraddistinto dal raggiungimento di un equilibrio senza precedenti fra gli elementi quiet e quelli loud, stratificato e avvolgente; una miscela in cui predominano l’intensità del versatile timbro vocale di Moreno, la profondità dei riff, un’inclinazione alla melodia che sa colpire e travolgere, quegli attimi di respiro incastonati nei punti giusti.
Colpo di fulmine, amore a primo ascolto, koi no yokan.

Brani chiave: Entombed, Graphic Nature, Tempest.

Gore (2016)

Album di contrasti per eccellenza, pericolosamente oscillante tra bellezza e violenza. Nonostante il fascino emanato dal concept, in molti associano i fenicotteri rosa all’episodio meno ispirato in una discografia quasi ineccepibile. Ad ogni modo, il paradosso è che, quando capita di tornarci su, la sensazione è paragonabile a quella che si prova tornando a casa dopo un lungo, estenuante viaggio. Nonostante la familiarità con quelle atmosfere, ad ogni riascolto capita di scoprire un dettaglio nuovo: tanto basta per decidere di premere play ancora una volta.

Brani chiave: Acid Hologram, Doomed User, Hearts/Wires.

Ohms (2020)

Nero, buio pesto, non solo in copertina – e nemmeno solo a causa dell’infausto anno di pubblicazione. Complice il ricongiungimento con Terry Date in cabina di regia, la traiettoria regredisce verso un sound più abrasivo e guitar-driven, scostandosi leggermente dalla linearità del percorso intrapreso fino ad allora e tornando ad un assetto più affine a quello delle origini. Una temporanea variazione sul tema, più cupa e affilata, con ben poche occasioni per riprendere fiato: una perfetta valvola di sfogo per tempi incerti e cuori accelerati.

Brani chiave: Ceremony, This Link Is Dead, Radiant City.

private music (2025)

Una muta necessaria, che riflette una trasformazione profonda e consapevole. Un ritorno che sa di rinascita e liberazione, che si apre a nuovi spazi senza tradire le proprie radici. Grazie al ritorno del contributo di Nick Raskulinecz alla produzione, i Nostri rinnovano la propria identità senza snaturarsi, coniugando passato e presente, calibrando alla perfezione aggressività e introspezione e dimostrando ancora una volta la propria sorprendente rilevanza nel panorama musicale contemporaneo dopo decenni di carriera.

Brani chiave: infinite source, milk of the madonna, departing the body.

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Last modified: 3 Ottobre 2025