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Too much distress – Outlet valve

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Non è assolutamente un disco che si decifra al primo ascolto: forse per  la mancanza del basso, forse la peculiarità di canzoni spesso troppo brevi (la metà dei brani non supera i 2:30) e i testi  semplici, potrebbero far credere ad un disco banale. Invece i testi semplici risultano anche essenziali, senza fronzoli, e il basso è ben sostituito da virtuosismi impercettibili, come l’uso di quella blue note che fornisce il ritmo, tempo e completezza all’intero album.  Queste caratteristiche rendono Outlet Valve dei Too much distress un disco leggero  e alla lunga assolutamente piacevole, come un diesel che ci mette un po’ a carburare ma una volta ingranata la quinta ha sicuramente un lungo rettilineo da percorrere.

Vario nella sua struttura, ascoltiamo in alternanza brani strumentali (Outlet valve su tutte, dove il suo inizio arpeggiato mi ricorda le sonorità dei Metallica) ) e testi interessanti. Primo singolo è Drunked blind, italianizzazione di blind drunk che significa ubriaco fradicio, che già dal titolo rende l’idea di quanto siano diretti i testi.
Questa “troppa angoscia” che caratterizza il nome della band, non mi pare condizioni questo progetto di Stefano Serra (batteria) e Fabio Orrù (chitarra/voce) che appare invece già maturo da un punto di vista di complicità musicale  e ancora un po’ acerbo nelle sonorità; Il suono grezzo, poco pulito, colloca il cd sugli scaffali dell’alternative rock italiano  genere con cui i Too much distress rappresentano la Sardegna in modo più che dignitoso.

Curiosità: prima di essere i Too much distress, Serra e Orrù suonavano già insieme nei Coleman prima, Second self e Shell to tell poi , con una formazione più ampia. Nel 2010 diventano ufficialmente TmD attestandosi come duo e iniziando a lavorare per Outlet valve, in uscita a febbraio 2012.

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Traffic Lights Orchestra – Verde Yellow Rouge

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Chiamarla indie rock è decisamente fuorviante a volte ma è un po’ il modo più generico e facile di indicare tutta quella roba che semplicemente se ne va per i fatti suoi senza seguire canoni e stili attesi. In questo caso forse il modo migliore per afferrare il concetto è semplicemente guardare il nome in cui compare quell’ “orchestra” che spiega tutto. Mille strumenti per mille lingue tutto insieme a generare una sorta di caleidoscopio colorato più che un album. Undici canzoni in cui si può trovare tutto e il contrario di tutto ma una certezza appare subito lampante ascoltando questo Rouge: questi ragazzi suonano e suonano come si deve! Creativi fino alla nausea, giocano e si divertono a spiazzare continuamente muovendosi con la disinvoltura del Capossela più maturo tra pianoforti, contrappunti elettrici, archi, vibrafoni e percussioni di ogni genere. “Devil” e “Two Times” (accompagnata da un video alquanto riuscito nel tentativo di tradurre in immagini l’arte della band) sono semplicemente stupefacenti in questo senso. Tutto il disco è pervaso da quel gusto per il trasandato e sound polveroso alla Waits, aperto a ogni soluzione sonora e costantemente alla ricerca della chicca da piazzare in ogni brano, sia essa legata ad un qualche strumento in particolare o ad una scelta per un cantato sempre incostante e variegato o per ritmi cadenzati mai scontati. Non stancano mai i brani e anzi il disco lascia parecchio spazio all’immaginazione di chi ascolta fino a lasciare la sensazione che molta roba, magari, la banda l’abbia lasciata in studio e abbia raccolto solo una parte delle idee che vagavano per le teste dei suoi autori.

Professionali. Forse troppo. Ecco magari l’unico difetto dei TLO. Da un primo disco magari ci si attende anche quell’acerba immaturità che lo rende imperfetto e al tempo stesso gemma unica e originale nella carriera di un artista. E invece dopo un po’ di ascolti ti rendi conto che Verde Yellow Rouge suona fin troppo perfettamente coincidente con le intenzioni di chi lo ha suonato, che mai si è concesso errori e non si è mai fatto distrarre da contaminazioni estranee ai propri gusti. Sarebbe bello vederli in preda a follie isteriche degne del miglior Zorn e vista la caratura dei musicisti probabilmente il risultato sarebbe scioccante. …gente ferma al semaforo, bambini che salutano appiccicati ai finestrini, tergicristalli che alle volte vanno a tempo con la radio… un’arte fatta di poesie e lucidi sognatori quella di questi Traffic Lights Orchestra.

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Mark Lanegan Band – Blues Funeral

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Ci aveva lasciato con Bubblegum nel 2004, otto anni d’altro in cui Mark Lanegan ha frequentato altre piste sonore, si è dato a nutrire amicizie collaudate e collaborazioni musicali lasciandosi alle spalle le sue ombre, l’alito alcolizzato ed il puzzo di nicotina come preso da un’ossessione di uscire dal seminato per far perdere le sue tracce da uomo dannato; poi il ripensamento, la voglia di tornare a scrivere di pugno la summa di queste nuove esperienze e le circoscrive in Blues Funeral, l’album del ritorno sulle scene nella morfologia come lo avevamo conosciuto, bello e dannato con i suoi fantasmi blues, le nevrosi rock e appeso ad una voce che fa salire e bollire il sangue come in un tino di mosto eccellente.

Nessuna trasformazione, nessuna sopravvivenza al tempo che scorre, solo un’ombra che si riforma per seppellirti d’eccellenze musicali floreali (già la cover è un preludio al divino fango in cui quei fiori hanno gli steli infilzati) e per condurti nel fondo delle sue stanche umane, senza maschere, parti o copioni da riassumere, Lanegan ama sempre la sua solitudine ma ha imparato a spalancare i suoi vizi al mondo, ci aggiunge un’ elettronica dosatissima e ci ospita  negli androni delle sue storie affaticate e splendide; un artista che è uscito dagli anni novanta col coraggio, da sempre nella maledizione umana delle grandi firme americane e presente nell’oggi con una forza malata che lo contraddistingue tra le poetiche più diverse e lo trascina a rappresentare ovunque quell’anima selvaggiamente irsuta che commuove e fa incazzare.

L’ex voce degli Screaming Trees, accompagnato da Greg Dulli, Josh Homme e Jack Irons e prodotto dal californiano Alain Johannes, srotola ben dodici tracce avvinazzate, laide di poemi e sguardi in tralice che tradiscono una vena – non più sclerotica – che pare sorridere sotto i baffi durante i resoconti sonori che passano uno dietro l’altro; orecchie dritte sui paesaggi oscurati che cadono in “Gray goes black”, sopra la magrezza intima ed acustica di “Deep black vanishing train”, il mantello wave che ricopre “Ode to sad disco”, i riff roboanti che graffiano “Ryot in my house”, “The gravedigger’song”, ed il blues denutrito ed impossessato che  si fregia in “Bleeding Muddy Waters”.  

Tutto quello che rimane intorno è vita vissuta fino alla ghiandole dello spirito, un Lanegan che muore e rinasce nello stesso momento che un brano finisce ed un altro che si fa avanti senza chiedere mai permesso.  

 

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Onirica – Com’e bella la mia gioventù

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Una piccola boccata d’ossigeno, finalmente una disco pop-rock che suona e parla “serio” nell’indie con un calore tutto vintage, profondo e libero da tutti quegli amori sfigati, di quelle belle che gira gira comunque non te la danno o appuntamenti buca con incazzatura inclusa, un disco che man mano srotola la sua tracklist rilascia storie, parole, ritmi nell’onestà di nessun costrutto strategico, con nessun abile sotterfugio che tenti di toccare le corde della mediocrità, ma una serena accettazione riflessiva di quello che succede o succedeva dietro gli angoli di vita.

Com’è bella la mia gioventù” è l’esordio dei campani Onirica, disco di suggestioni e pezzi di vetro che arrivano e si conficcano nell’animo come confidenze di un miglior amico, ricchissimo di pathos e straordinariamente bello nel tono da “ti racconto io com’è la vita”, quel simbolismo che raggiunge livelli alti come un depositario delle verità intime, umane.

Dieci istantanee che fulminano le immagini, uppercut e carezze, lividi ed ironia sono le casse di risonanza di un registrato che arriva anche ad emozionare in certi picchi lirici come lo squarcio su PasoliniGiulia GT” o il ricamo di corde acustiche che cade sul buio di una generazione e i veleni di Sindona e Gelli Canzone per papà”; un album che raccoglie in se un universo sonoro variegato, ma mai confuso, con un unico comune denominatore; raccontare immagini e realtà di ieri che poi sono quelle d’oggi e di domani, canta d’idee e occhiate che spesso vogliamo nascondere come il controtempo che beccheggia sulle differenze razziali “Pied-noir”, il ritmo carrettero che sottolinea i problemi delle morti sul lavoro “Macchine”, il No alla guerra “La preghiera del presidente” e i ricordi della guerra che poi in verità non è mai finita, seguita a vomitare ingiustizie, odi e rancori come una porta socchiusa ma mai chiusa del tutto “La guerra è finita da vent’anni”.        

Canzone d’autore e pop si mischiano in continuazione, elettricità e acustico danzano insieme in questa bellissima rappresentazione di “bellezza” suonata, sempre in sintonia tra realtà e grammi d’immaginario che – una volta assemblate insieme –  si fanno chiodo fisso di un benessere che ti entra in circolo e ti fa suo per una giornata intera “Una coppia”.

Onirica: non lasciamoceli sfuggire. 

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Psiker – Genial

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Ho ascoltato Genial la prima volta ed ho avuto paura. Paura di quello che sarebbe stato il mio giudizio perché è dura scrivere recensioni, giudicare, mettersi su di un piedistallo di cartone e non cadere nella propria coscienza. Estremamente bello e fastidioso.

Difficile parlare male di chi si dedica totalmente alle proprie passioni, lavorando e sudando nella speranza di avere qualche considerazione positiva. Difficile soprattutto pensando a chi raggiunge il successo senza fatica, senza veri meriti.

È difficile parlare di musica. Si può fare in maniera distaccata, fredda, anche superficiale se volete. Come se al mondo non esistesse nessuno al di fuori di voi che scrivete. Si può fare in maniera prettamente tecnica oppure si può guardare soprattutto alle emozioni suscitate dall’ascolto. Si possono fare paragoni col passato o inserire la band che ascoltiamo in una sorta di contenitore fuori dal tempo e dalla storia.

Sono infiniti i punti di vista dai quali guardare la musica, infinite le sfaccettature del giudizio, mutevole il rapporto che si crea tra un brano e l’ascoltatore che diventa la parte soggettiva di tale legame. Quello che oggi è merda, domani potrebbe diventare la colonna sonora della vostra vita. Tante volte è successo a me e a voi, immagino. La prima volta che ascoltai quello che ora considero uno dei dischi più belli mai realizzati (per la cronaca Red House Painters – Down Colorfull Hill), influenzato dalla mia condizione emotiva, mi sembrò una palla totale.

Per tale motivo ho ascoltato Genial più volte ed ho scritto due recensioni. Mescolatele, tagliatele e ricomponetele, buttatele nel cesso entrambe o solo una. Scegliete voi.

Il brano, il disco, è sempre lo stesso. Io sono diverso. Ogni giorno diverso.

Recensione 1 Giorno X

Genial è il primo lavoro contenente brani in lingua italiana dell’artista milanese nato trent’ uno anni fa, più o meno quando il Post-Punk si alzava dalla sua poltrona per cedere il posto al Synth-Pop. L’elettronica di Psiker si lega tanto a quel periodo, lasciando da parte gli aspetti più danzerecci e rivolgendosi anche all’oscurità del genere in continua simbiosi col fenomeno New Wave.

L’album mette in mostra tutta l’intelligenza dell’autore, capace con sarcasmo e disillusione di fermare ogni sorta di giudizio negativo con le sue parole cariche di buona superbia che sembra menefreghismo, ma in realtà è voglia di andare avanti contro tutti.

Le parti strumentali, flauti, campane e schitarrate suonano tanto false quanto funzionali ai brani che siano essi carichi di rabbia oppure comici o ancora pseudo impegnati se non intimi, esaltando le parole di Psiker che con la solita ironia cerca la sua rivincita sulla critica e sulla società attraverso le sue parole pungenti.

Il sound dal quale Psiker prende tutta la sua carica è quel Pop – elettronico anni ottanta che in Italia ha avuto tanta fortuna creando miti oggi oggetto di rivalutazioni revival ma anche mostri (in senso negativo) immortali. Pop sintetico e allegro misto alla Wave cupa e introspettiva. All’estero gli ovvi paragoni (almeno nei loro momenti più interiori) sono con Depeche Mode, New Order, Tubeway Army, Simple Minds, Pet Shop Boys o, volendo essere più attuale, The Knife. Ovviamente le distanze dai grandi nomi del passato sono enormi ma dalla sua, Massimo, ha la possibilità di cantare nella nostra lingua e quindi di ampliare quelle che sono le percezioni emotive generate da una musica spesso troppo rigida.

Le ballate elettriche e visionarie, che rappresentano il cuore di Genial, rallentano il ritmo a fasi alterne, senza però diminuire mai la tensione, senza spegnere l’energia o attenuare l’ironia, mantenendo intatta la grinta di Psiker e anzi aumentando la portata emozionale dell’opera.

Genial è un buon lavoro, coraggioso e soprattutto difficile da realizzare con credibilità e semplice da ascoltare.

Recensione 2 Giorno X+7

Spiegatemi perché dovrei ascoltare un album Synth-Pop nel 2011, suonato e cantato come se la musica elettronica in Italia si fosse fermata a dieci o vent’anni fa. Ho sempre odiato il sound stile Hit Mania Dance, la Disco-Music o il pop orecchiabile (quanto le urla di un porco sgozzato) di Scialpi o Mango. Perché dovrei apprezzare questo lavoro? La musica è vecchia, banale, ripetitiva, poco ricercata, impossibile da ballare, snervante da ascoltare in pieno relax. Arrangiamenti che sembrano appena abbozzati e finti, voce commerciale e inespressiva, con un timbro inutile e capacità limitate. Testi banali, semplici, falsamente ironici. Non si riesce a ridere, non si riesce a ballare, non strappa un’emozione. Come ascoltare Immanuel Casto spogliato della sua sensualità, di una buona voce e con testi che invece di parlarmi di sesso anale, orge, ed escort, sembrano invece farmi la morale. Perché dovrei ascoltare Genial?

Ora.

Genial “è un invito a tirar fuori il meglio di noi. Non è una posizione di prestigio o un nuovo abito che fanno una persona speciale perché il vero genio sta dietro le quinte”.

Oppure…

Genial è un’elettronica e popolare Corazzata Potemkin!

Scegliete voi!

 

Bio (parole di Psiker)

2001: PSIKER diventa il nome d’arte di un giovane cantautore classe 1980. Lo PSIKERstudio il luogo dove nasce la sua musica.

2002-2007: Inizia lo PSIKERproject: l’obiettivo di Psiker è prepararsi artisticamente, per presentarsi all’industria discografica. Un percorso lungo ma appagante in cui Psiker sviluppa un interesse che unisce suono e immagine. In questi anni Psiker scrive molte canzoni che raccoglie in tre album autoprodotti e senza distribuzione: Delivery, Daydreams, Artismo. Prezioso è il supporto di molti che, credendo nel progetto, suonano nei dischi e nei live, partecipano nella realizzazione degli artworks e contribuiscono al progetto artistico.

 

2008: Psiker firma con l’Universo (Lunapop, Zeroassoluto etc.) il suo primo contratto discografico. Il singolo d’esordio, LOGIC, è pubblicato l’1/07/2008 e distribuito online su iTunes, Nokia Store e tutti i principali store digitali. L’omonimo album, scritto interamente in inglese, è pubblicato per il digital download dal 22/12/2008.

 

2009: Psiker pubblica un singolo dal sapore estivo, INSALATA DI RISO, scritto per gioco sette anni prima. Il brano è a oggi il più conosciuto e discusso dell’artista. 2010: GENIAL è il nuovo singolo, pubblicato il 26/03/2010 su iTunes, Nokia Store e tutti i principali store digitali. Da settembre Psiker distribuisce attraverso la piattaforma Sounday.

2011: Il 15/04/2011 viene pubblicato GENIAL remixes, versione arricchita da remix e radio edit, del singolo pubblicato in anteprima l’anno precedente. Il nuovo disco d’inediti GENIAL è pubblicato il 20/05/2011. Singolo e album sono distribuiti su iTunes, Amazon, Ovi, Zune e tutti i principali store digitali.

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Mandrake – Zarastro

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Mandrake illusionista della musica del nostro tempo strappa pensieri come fossero petali gettati al vento gelido di questa giornata, “Zarastro” è il suo lavoro ultimato e presentato da Forears. Ma Mandrake non è il personaggio ideato da Lee Falk ne il giocatore burlone del film di Steno, Mandrake è una band livornese rockeggiante come la pettinatura di un Tim Buckley in cerca d’autore, come una Great Britain degli anni 60, come la musica impegnata ai tempi della crisi economica. Possiamo scrivere di musica fino allo sfinimento, Mandrake presenzierà in tutti i dettagli come il più feroce dei diavoli (The evil meeting). Viola, violino, tromba, lampi, tuoni e saette per un disco senza calo di pressione, un ritmo social popolare come il migliore degli artisti destinati alla dannazione eterna, una band che prende le sembianze di un singolo. Un miscuglio generazionale incontrollato fonde punte di musica tradizionale a soluzioni attualissime, l’indie rock piace perché vario e senza freno. Undici pezzi ben assemblati che danno vita alla primissima produzione dei Mandrake, in alto nel cielo hanno occhi a loro favore, le note si accompagnano di delicatezza innata. E’ pieno inverno, carichiamo i gelidi polmoni con “The Copelands”, il vento taglia i nostri zigomi con inatteso piacere, poi “Nothing is predictable” mi rende nervoso ma bello, “Soft Temple” incide pericolosamente le arterie.

Non c’è bisogno di pensare per ascoltare questo lavoro imparentato con la musica classica, il rock impegnato alla ricerca di coscienze tutte ancora da sporcare, la linea sottile tra il bene e male. Mandrake piace per quello che letteralmente vorrebbe apparire, l’inganno potrebbe esserci ma non si vede, l’illusione lasciamola a chi di musica non ne ha mai capito una mazza. “Zarastro” scoppia nel petto come una bomba senza controllo, tassello irremovibile della musica indipendente italiana.

…e non mi sembra poco…mi sembra veramente bello…

 

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Fabrizio Cammarata & The Second Grace – Rooms

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Per una volta tanto gli Americani potrebbero invidiarci e mordere il gomito quando si ha dentro le orecchie un disco come questo “Rooms” di Fabrizio Cammarata & The Second Grace, l’artista palermitano che, col suo progetto TSG dentro questo nuovo lavoro discografico ricamato di pregevole nu-folk meticciato, apre definitivamente le ali e intraprende – come un novello Lindbergh – le direttrici sonore dell’Alt America, lasciando qua e la  qualche pulviscolo mediterraneo tanto per ricordarsi la base di partenza, la radice profonda che lo ha visto diventare artista.    

Prodotto da JD Foster, registrato tra Sicilia, New York e Portland e che vede la collaborazione di Jairo Zavale e Joey Burns – voce e chitarra dei Calexico – il disco è una meraviglia d’intenti e sensazioni, che vive al di la dell’oceano, lungo gli sterrati amarodolci della provincia americana tra West e allucinazioni , carribotte e saguari ingialliti, tracce che ti rigano il plesso solare e t’innalzano la frenesia di possedere questi “frammenti aperti” che Cammarata evoca, doma e regala; via le mezze misure, si può parlare liberamente d’incanto, si incanto spalmato su undici tracce dalle molteplici direttrici ed equilibri poetici, “stanze” che si aprono e chiudono come mantici d’anima  e storie polverose.

Un disco che è omaggio alla magia della scrittura e del talento immaginario, Cammarata strega a tutti gli effetti con una chitarra e mille ispirazioni di gruppo, forte della sua non locazione artistica e guerriero tra gli interstizi dell’umanità di seconda; e aspettando che l‘intero lotto prenda la strada alta di un futuro prossimo, andiamo incontro a queste eccellenze di linguaggi che si portano avanti con il dondolante macramè esotico di “Alone & alive”, arrivano dal cuore strappato dal petto dalla ballata “Aberdeen Lane”, si nascondono tra  archi e Donovan che languiscono tra le schiume calme di “Down down”, rinvengono nella beatlesiana risonanza di “Pole kitoto” o nell’ubriacatura tubolare che stringe il cielo e lo trasferisce in climax mex-carribean “Highlake Bay”, il tutto senza mai approfittare di vuoti e silenzi.

Si, gli Americani  potrebbero una volta tanto invidiarci maestosamente, e la benedizione di Drake aggiunge quel segno in più che serve per estrapolare la sofferenza poetica dal fascino.  Prezioso come pochi.     

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Il Cane – Il Risparmio Energetico

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La musica ormai è ridotta all’osso. Nel vero senso osseo della pochezza d’idee che purtroppo siamo costretti a far passare durante i nostri ingiustificati ascolti giornalieri. Ma ecco che dal pop si ricava una perla, un generosissimo spunto sulla quale improntare tutte le nostre vogliose rivincite generazionali e urlare fieri che ascoltiamo musica degli anni zero. Matteo Dainese in arte Il Cane scava nella semplicità dell’elettro pop contemporaneo per tirarne fuori un disco fresco e intraprendente, parliamo dell’ultima sudata “Il risparmio energetico” uscito per la sua Matteite Records. E lui lo sappiamo, una vita dedicata alla musica con Ulan Bator, Il Moro, Elio P(e)tri, etichetta e tanto rock.  Impressioni positive e poca voglia di sentirsi ingenui nello sparare a zero contro correnti artistiche diverse dall’indie rock, implorando vendetta nei confronti di chi usa testi e cervello nel fare musica. E non mi pare poco visto che in Italia non esiste solo stupidità artistica e hits da bagno turco, esiste soprattutto gente come Il Cane. E di cani ne abbiamo tanti in questa attuale scena cosiddetta alternativa, di nome e soprattutto di fatto.

Il Risparmio energetico” suona meschinità poetiche senza luce con l’intenzione di addolcire una vita inconcludente e beffarda. Registrato tra l’Italia e l’America assorbe tutto quello che nell’aria si respirava in quei momenti buttando nella mischia un cuore elettronicamente grande senza aver paura dell’effetto boomerang. Critica stronza che implode d’invidia. Tanti nomi come Andrea Appino (Zen Circus), Enrico Molteni (Tre Allegri Ragazzi Morti), Franz Valente (Teatro degli Orrori), Enrico Berto (Amari, Sick Tamburo), Lorenzo Commisso (Il Moro e il Quasi Biondo), Fabio Cussigh (Betzy), Ru Catania (Africa Unite, Wah Companion), Manuel Fabbro (Ulan Bator) e Gianluca Liva (Alfabox) nelle collaborazioni. Un disco da prendere di petto e spararsi sulla faccia degustando pezzi come “Il sole e poi la pioggia” e “Risparmio Energetico”, le vostre considerazioni sull’investimento musicale attuale prenderanno una brusca sterzata. Il pop conquisterà il mondo e noi saremo pronti a spappolarci il fegato per vederlo trionfare.

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Piccoli Omicidi – Ad un centimetro dal suolo

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E’ vero, è evidente: come da più parti ho letto in maniera più o meno diplomatica c’è un’affinità spietata fra questa band e ciò che abbiamo ereditato da Marlene Kuntz, Afterhours e compagnia bella… Il primo pungolo che mi giunge è il senso di già sentito, di ripetizione di clichè lirici e musicali già usati (che nemmeno mi sono mai piaciuti così tanto!). Bene, perchè così posso smascherare questo mio limite, invitare chiunque sia affetto da esso a fare lo stesso e cominciare ascoltare Davvero.

E dietro la tendina scopro un paesaggio assolutamente armonioso quanto variegato, un torrente di tracce musicali che scorre ora  ripido e spumeggiante, ora placido e stancamente, necessariamente pungente.
Mai privo di poesia, immune da carenza di passione, il disco richiede un ascolto attivo ed attento per essere goduto fino al fondo dei numerosi e preziosi interstizi che nasconde. Spesso li si riconosce sotto frasi gettate con indifferenza fra le altre, a volte in un abuso di suffissi… frasi penetranti come chiodi, finalmente prive di quella corretta pietà cristiana che appiattisce gli stimoli.
Amabilmente “Ad un centimetro dal suolo” permette di giocare con l’ascolto, a volte pericolosamente, se ti lasci cadere in qualche abisso umano proprio mentre stai galleggiando sulle armonie placide che ingannevolmente lo descrivono.

Musica che “denuncia” e “stimola” con equilibrio fra ironia e rabbia, con alterna efficacia a seconda delle indoli ascoltanti  (gran bel segnale questo!), ma sempre con quell’onestà di approccio che non può mancare di offrire terreno fertile a quanti sappiano e vogliano godersi le cose.

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Nordgarden – You gotta get already

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Tarje Nordgarden è l’artista Norvegese che a trovato l’America in Italia; non è un’illazione progettata ma pura e veritiera constatazione giacché il cantautore ha sempre mirato le sue coordinate vitali nel nostro paese ed oramai fa parte quasi dell’architettura artistica adottiva che l’underground nostrano da tempo va effigiandosi orgogliosamente; “You gotta get already” è la nuova macchina sensoriale che l’artista mette in campo, un  immaginario di folk umorale, soul looner e romanticismo decadente che si pasce deliziosamente di un’Americana slowy che è – in definitiva –  una scelta artistica ben definita, quel candidamente “sorpassato” che fa tanto, ma tanto freschissimo e di primo taglio.

L’artista gode ormai di un nutrito seguito, moltissimi godono del suo suono e della sua timbrica “di frontiera”, del suo accattivante “comunicare” in espansione, un mestiere – il suo – costruito dopo innumerevoli viaggi, sogni e concretezze, e le sue composizioni,   anche se potrebbero suonare uguali, nell’insieme funzionano a meraviglia, e quindi, il problema che certi detrattori cercano di lanciare non si pone minimamente; dieci tracce che posseggono quella bella liquidità stilistica che certamente non si confà per orecchie blindate, leggeri tocchi easy di chitarra sausalita “Leaving”  contornano quella dolce propensione all’essenzialità, fuori dei marchingegni complessi  e dentro quella forbita capacità di andare a “zonzo” per stili e modulazioni, vicino al blues, al fianco del country carrettero “Schiphol blues” ed un passo avanti del soul “Fool to let you go” e del rhythm & blues “You gotta get ready”.

Un disco che ha la faccia a metà tra il nero ed il bianco, senza dualismo, in perfetta armonia e sincrono con lo spirito acustico di chi viaggia col corpo e con la mente, con derive nel musical step “These lovesick blues” e magnifici atterraggi sopra le ali della solitudine SpringsteenianaSome work on you” e delle lacrime Southern Hiattiane che in “Why would she go” lasciano il segno della vertigine; Nordgarden  anche in questo giro da una grande lezione d’arte cantautorale, arte che fa nascere e mantiene in vita tra le trappole dell’esperienza come un coyote solitario, slide e arpeggi, dondolii e armoniche, piani cristallini e il tremore ricostituito di Buckey Jr fanno compagnia a questa poesia composita racchiusa dentro un cerchio plastificato, dentro un cd innalzato a capolavoro dal sangue vintage.

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Ass-OlO – La Pinacoteca Invisibile e Altre Schifezze

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Per molti aspetti non ritengo di essere un tipo particolarmente coraggioso. E non lo sono sicuramente nella adolescenziale attività di guardare film dell’orrore.
Mi fa senso uno schizzo di sangue, mi fanno paura le visioni oniriche, provo ribrezzo per i denti gialli dei “mostri” e sono terrorizzato dagli artigli, persino quelli del docile Edward Mani di Forbice non mi fanno tuttora dormire la notte se imbecco il suo trailer in televisione.
In sostanza sono un infimo cagasotto, quelli che vengono presi spaventosamente in giro alle scuole medie. Ma nonostante ciò, dopo qualche frustrazione giovanile, ora espongo con fierezza questa fifa, e direi che ci vivo benissimo stando alla larga dalle varie “attività paranormali” e da streghe che scorazzano nei boschi.

E’ quindi molto difficile ritrovarmi a commentare qualcosa da cui vorrei stare ben lontano e il disco di Ass-OlO, progetto parallelo di Madrasko (tamburi nei biellesi Barbarian Pipe Band, andate a vedere chi sono che meritano), è tutto ciò che io mai vorrei ascoltare nelle casse del mio stereo. In ogni caso il buon “censore” riesce sempre a convogliare in un meandro del suo cervello le emozioni per dare libero sfogo alla razionalità e all’imperturbabile giudizio super partes. Pratica che in genere a me riesce malissimo in genere. Non riesco mai ad ibernare il cervello, isolando questi stramaledetti battiti cardiaci, ma questa volta ci proverò perché penso ne valga la pena.
I brani di Ass-OlO scorrono lenti e pesanti, quasi come fossero per l’ascoltatore un pesante macigno da trasportare. La ricchezza di sonorità è immensa, un’opera omnia di atmosfere tetre e oscure parole. Un horror movie in LP, che parte con la malata e ambigua figura del pagliaccio in “C-l-OW-n-S” e passa in rassegna alieni, robot umanoidi che ballano a tempo di techno (“Io vedo gli Aglieni”) e orge spettrali, per finire con “Amo-Ur” dove pare che un cuore venga tranciato in mille pezzi da una stridula sega digitale.

“La Pinacoteca” è un turbolento mare di suoni che si infrange in irregolari scogli elettronici e il risultato è un fastidioso frastuono sperimentale che ti fa tremare il midollo osseo. E’ una stridula orgia di mistero e di tensione, incontri di boxe tra suoni analogici e suoni digitali, tra realtà e incubo.
Madrasko riesce a creare una forte tensione, un’infinita attesa che si protrae in tutti i 10 brani del disco e non è forse questa la formula vincente dei grandi registi del terrore?
In definitiva questo è un grande lavoro, una sperimentazione malata che scava nelle viscere più buie della mente umana. Un sorriso beffardo e demoniaco.
Ora lasciatemi in pace, estirpo questo disco dalla mia playlist e per seppellire gli incubi mi ascolto la canzone più schifosamente allegra di Wilson Pickett.

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Arturocontromano – Quello che ci resta

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Della serie “come con pochi elementi/ingredienti si può tirare fuori un pranzetto niente male”, dalla Torino dei Murazzi e del coloratissimo Balon arrivano gli Arturocontromano, combo musicale con dodici anni di mestiere musicale sulle spalle, e con loro il terzo disco, sgargiante e meticciato “Quello che ci resta”, dodici traiettorie che spaziano tra rock, pop e un frullato di stilemi che, anche se non inventano nulla, sicuramente non annoiano l’orecchio e tanto meno assillano l’anima, si fanno ascoltare come un bel raggio di sole che fa cucù all’improvviso in una giornata traballante, incerta, uggiosa.

Il sestetto Piemontese cuce un disco che suona come un classico, ma ha un portamento strano, profondo ed impegnato nelle liriche, attraversato non da quei non pensieri “vuoti a rendere” innocui che purtroppo intasano la musica dell’ultima ora, ma da un’autorevolezza intelligente e attenta su quello che vive intorno al giorno, dentro l’anima e fuori, dietro l’angolo, un’inquietudine sana che porta emozione e pathos tra elettricità e cortocircuiti personali. 

Con lo spiritello di un Rino Gaetano che sorride e s’incazza qua e la lungo le ramificazioni della tracklist, il disco scorre limpido e squillante, abbondantemente musicale e vero, una forza interpretativa che abita in un mondo reale, con quella buona salute che hanno solamente quei dischi che “dicono qualcosa” senza perdersi nel nulla; è musica ideale per riflessioni e rotte soniche da attenzionare, come le incandescenze rock sulle pagine di una vita tutta uguale “E’ ancora mattino”, la circospezione di un viaggio irraggiungibile “Mare ovunque”, la funkadelica che sbatte forte nel “Il paese del terrore”, lo swing latin che circuisce movimenti e lontananze “Insegnava a volare”, l’atmosfera urbana che annebbia le tinte pastello della ballata “Tramonto” o, per tornare all’inizio di questa bella storia, i resoconti notturni di chi il sonno lo ha venduto non per soldi ma per bugie “Bugie notturne”.

Si un “pranzetto niente male” quello apparecchiato dagli Arturocontromano, la loro musica che vive di chiaroscuri intriganti  che va molto oltre la giostrina delle somiglianze, e poi perché la semplicità già si premia da se, ma principalmente funziona perché –  a capo di tutto – ci sono due cose molto, ma molto importanti: stoffa e testa!

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