Black Country, New Road – Ants From Up There

Written by Recensioni

Cambia rotta e cambia stile la più promettente band alternative londinese.
[ 04.02.2022 | Ninja Tune | art rock ]

Passato solo un anno da quando vi parlavo con moderato entusiasmo dei Black Country, New Road ed eccoci già qui a tirare le prime somme su quanto l’entusiasmo fosse giustificato. Dalla prima volta che mi imbattei in Isaac Wood e soci, il loro nome è diventato uno dei più chiacchierati nell’ambiente alternativo ma frenate l’entusiasmo e tornate con i piedi per terra.

Prima brutta notizia per chi li aveva decretati frettolosamente paladini della rinascita post-punk: questo disco non è post-punk affatto. Seconda brutta notizia: se avete amato la voce in For the First Time, sappiate che Isaac Wood ha annunciato l’abbandono della band quattro giorni prima dell’uscita di Ants From Up There per problemi di salute mentale.

Viene da sé la terza brutta notizia, perché ad ora non pare ci possa essere nessun tour, come dichiarato dalla stessa band, per rispetto al loro cantante considerato idealmente ancora come la voce della band londinese. Ma per alcuni ce n’è persino una quarta: sono gli stessi membri della band ad affermare che il prossimo disco potrebbe avere una forma tutta nuova, anche riguardo a questo che già possiede una foggia difforme rispetto all’esordio.

Mettetevi l’anima in pace, voi che cercavate una straordinaria nuova band ordinaria del panorama indie perché i londinesi non vi renderanno la vita facile, incasinando le vite degli anticonformisti no mainstream profondamente convenzionali anche nello scegliere l’alternativo.

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Ants From Up There è una profonda revisione stilistica di For the First Time eppure, al contempo, una naturale evoluzione della loro estetica bizarra; mantenendo inalterati tutti gli aspetti dell’art rock presenti nell’opera prima e perfezionato il post rock e lo chamber pop che finalmente giustifica la presenza di tanti musicisti e strumenti tra cui sassofono, piano e violino in una sorta di progressive e math jazz, i BCNR guardano nuovamente al passato ma piuttosto a quello del mondo indie che fu di Neutral Milk Hotel, Modest Mouse e simili, specie nelle composizioni più brevi, oltre che a certo midwest emo. La performance di Isaac è qualcosa di strepitoso che va oltre il semplice canto, travolgente, malinconica, passionale, sentimentale, carica di pathos, coinvolgente e stavolta ben più musicale e coerente con le parti strumentali orchestrali.

Le lunghe suite che li avvicinano a certi Arcade Fire mischiati a Destroyer mettono in mostra le ambizioni della band ma anche la grande capacità di costruire canzoni le quali, a differenza di come spesso avviene nel genere, raramente sfociano in esplosioni soniche lussureggianti quasi liberatorie, tenendosi piuttosto su un clima di sommessa sofferenza interiore.

Prima del sopravvento della voce poetica e teatrale, già nell’intro possiamo apprezzare le agrodolci stravaganze strumentali, con il loro fare bizzarro e suoni esotici che già nell’opera prima si traducevano in cenni klezmer ed ora ci introducono alla prima vera canzone di questo pseudo concept sull’amore, Chaos Space Marine miscela perfetta di musica da camera e barocchismo stile Arcade Fire.

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Con Concorde e Bread Song i cenni speranzosi della prima parte del disco lasciano spazio alla cupezza, ad una sorta di solitaria alienazione perfettamente tradotta in musica; in Concorde è protagonista la chitarra e i riferimenti evidenti sono al midwest emo quasi tragicamente epico. Degno trampolino per uno dei brani più riusciti della band, Bread Song appunto, in cui ogni strumento è capace di colmare il vuoto che gli spetta con una delicatezza senza uguali, tanto calda quanto astratta nei suoi deliri.

Good Will Hunting è il pezzo che più di tutti fa da ponte con l’esordio, in grado di evocare agilmente atmosfere inquiete pur presentandosi come vero e proprio elemento di unione/rottura nell’evoluzione tra le due opere, coi i suoi arrangiamenti stravaganti e l’uso improprio del tempo. Con Haldern e Mark’s Theme raggiungiamo il picco di suspense del disco: la voce ben impostata e le liriche decadenti, depresse ed esistenziali insieme ad una padronanza strumentale strepitosa, permettono ai BCNR di raggiungere livelli di suggestiva angoscia come mai prima.

The Place Where He Inserted the Blade è la prima e unica traccia che potremmo considerare quasi commercialmente vendibile, potente e con un ritornello che si ficca nel cranio, nonostante l’intensità e la pesantezza (in senso positivo) del brano nel complesso.

Chiudono il disco Snow Globes e Basketball Shoes. La prima rappresenta l’ideale e criptico messaggio d’addio di Isaac mentre la conclusiva è anche uno dei pezzi più intriganti; brano non troppo ostico all’ascolto, ricco di armonie, con arrangiamento perfetto e voce intensa a completare un gioiello.

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Non è facile realizzare un gran disco d’esordio; non è facile farlo scegliendo generi e riferimenti di tanti anni fa. È ancor meno facile, una volta sulla bocca di tutti, una volta che si è diventati uno dei nomi più importanti del panorama alternativo mondiale proprio grazie a quell’esordio, virare completamente e prendere una strada diversa. Non è facile non accontentarsi del successo, non accontentare il tuo pubblico, rischiare di perderlo. Non è facile urlargli contro quanto siano tutti uguali nel desiderio di sembrare diversi. Non è facile essere te stesso. Eppure è una cosa che arriva con straordinaria naturalezza quando parliamo di talenti puri e cristallini.

C’è solo desiderio espressivo in questo disco, nessun calcolo, nessuna voglia di sfruttare la notorietà data dalla musica prima e dagli eventi avversi poi. Sarebbe banale definire folli le scelte di Isaac e soci; banale e di cattivo gusto viste le vicende personali. Ma la loro follia è quella di chi invece di fare un passo indietro, di lato o in avanti fa un grande salto senza sapere dove pianterà i piedi. Dove qualcuno vede il gesto folle e senza senso, qualcuno vede voglia di spiccare il volo. Oppure, semplicemente, non c’è nulla da vedere perché non deve esserci per forza una ragione da dare ad ogni cosa.

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Last modified: 4 Aprile 2022

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