In tempi solitari, si torna alle community – Intervista agli Ulrika Spacek

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Abbiamo fatto quattro chiacchiere con la band inglese in quel di Manchester, in occasione di una delle date del tour promozionale a supporto del nuovo album uscito nel febbraio di quest’anno.

[Foto in copertina © Eve Alpert]
[Foto all’interno dell’articolo © Ollie Thomas]

La cornice è Salford, a Manchester, appena fuori dal centro. Nell’aria si respira la storia di questo posto, nonostante sia tutto un po’ grim: mi trovo al buio, circondata da capannoni, divani e mobili abbandonati, sporcizia per terra. Per fortuna sto per incontrare gli Ulrika Spacek, una band che seguo da tanti anni.

Con la mente torno indietro ai miei primissimi tempi a Londra, alle serate tra le venue di Hackney e Dalston, come il The Shacklewell Arms, dove i vari membri della band gravitavano, suonando in altri progetti, prima ancora che gli Ulrika prendessero forma. Penso ai Tripwires, di cui mi innamorai follemente – la band di cui facevano parte alcuni dei membri degli Ulrika. Shoegaze e dream pop at its finest. O ai loro progetti solisti, emersi anche parallelamente negli ultimi anni, come Yore, quello del batterista Callum Brown (l’album omonimo che ha pubblicato nel 2020 ha delle belle chicche).

Il locale di stasera è il White Hotel, un ex capannone dove passano DJ e band internazionali. Ne ho sentito molto parlare. Raggiungo la band col mio caro amico Ollie Thomas – che ha ripreso l’intervista e scattato qualche foto al live – subito dopo il loro soundcheck. Vedo Syd, il bassista, vicino all’ingresso. Lo conobbi, appunto, nel lontano 2014 a Londra, ma ci siamo “ritrovati” solo di recente, grazie ai social.

Entriamo nel locale. C’è un’energia incredibilmente calma; i ragazzi si godono un momento di pace, il primo da quando hanno cominciato il tour, mi dicono. Per inciso, questa piacevole pausa la allunghiamo pure io ed Ollie mentre cerchiamo di collegare il microfono al mio telefono. Alla fine, con un po’ di pazienza e una mano da Syd, ce la facciamo.

Appoggiati su una panchina di legno ed un fusto di birra vuoto, eccoci qua: io e gli Ulrika.

O meglio, Rhys Edwards (voce, chitarra, piano/tastiere, sampler), Joseph Stone (piano/tastiere, chitarra, sampler, sax) e Syd Kemp (basso, sampler). Gli altri – il chitarrista Rhys Jenkins e il batterista Callum Brown – li saluto velocemente, ma avrò modo di farci belle chiacchiere dopo, per un boccone prima del concerto.

Siamo alla sesta data del giro che vedrà la band tra il Regno Unito e l’Europa fino a fine ottobre. Si tratta del primo vero e proprio UK/EU tour dall’uscita del disco, fatta eccezione per alcune tappe a festival come il Green Man e La Route du Rock la scorsa estate ed un lungo tour negli Stati Uniti, appena dopo la release. “È strano portare i pezzi del disco dal vivo solo adesso – mi dice Joe – dopo così tanti mesi dall’uscita di EXPO. La gente lo ha ascoltato e si percepisce.”

EXPO, l’ultimo lavoro della band pubblicato lo scorso febbraio da Full Time Hobby, arriva esattamente a dieci anni da The Album Paranoia (2016, Tough Love Records), che sancì l’inizio del progetto Ulrika Spacek. L’album è stato definito da molti come un punto di svolta per la band, soprattutto sul piano sonoro. C’è chi ha paragonato questo cambio di rotta a favore dell’elettronica a quello che hanno fatto Radiohead e Tame Impala. Io ho trovato il passaggio dal lavoro precedente Compact Trauma (2023, Tough Love Records) molto naturale.

C’è sempre un grado di familiarità in tutto quello che gli Ulrika pubblicano; so che mi piacerà, perché ci sono elementi costanti e riconoscibili che adoro, ma nel caso di EXPO ho sentito che non sapevo dove sarei stata trasportata – una bella sensazione. Le tracce continuano a scoprirsi ad ogni mio ascolto – ci sono tanti strati, molti elementi a cui prestare attenzione. 

Come conferma Rhys, “EXPO combina i nostri due mondi, uno elettronico e l’altro da guitar-band. Stasera siamo in un vero e proprio club.” Poi aggiunge: “Sarà bellissimo presentare gli elementi elettronici dell’album attraverso un impianto del genere.”

Ma quali sono le sfide che si incontrano quando si vuole portare un lavoro molto stratificato dallo studio al live?

Si tratta sicuramente di un territorio nuovo per la band. “Ci piace il rischio”, mi dice Joe, “ad esempio, A Modern Low è il pezzo che preferiamo suonare dal vivo, perché lo approcciamo in maniera molto diversa da come abbiamo sempre fatto, usando sampler e pad. I sampler sono perfetti per ricreare le atmosfere del disco dal vivo. Sono degli strumenti meccanici che permettono a quei due universi di incontrarsi”, aggiunge Rhys.

La direzione sonica di EXPO non è stata decisa a tavolino, ma è emersa dall’approccio che la band ha voluto adottare per il processo di songwriting, spinta anche da cause di forza maggiore come la distanza fisica (Rhys E. vive a Stoccolma, mentre gli altri membri della band vivono nel Regno Unito). “La maggior parte dei pezzi è nata da sample che ci hanno portato ad un suono più elettronico”, mi dice Joe. Il risultato? Chitarre ancora più taglienti e frastagliate, synth molto incisivi.

I brani di EXPO sono venuti alla luce in momenti e luoghi diversi. Lo si sente, si percepisce. Ci sono richiami orchestrali, quasi cinematici (Weights & Measures), ma anche chiari omaggi al trip hop (Build a Box Then Break It).

Un album partorito senza pressioni.

E sono tutti frutto del sampling; non di altre band o artisti, ma degli Ulrika stessi, un modo di operare che ha permesso alla band di lavorare al disco quasi senza accorgersene, senza la pressione che si prova a entrare in uno studio con l’idea di scrivere un album. “Abbiamo scritto e composto in assoluta libertà, registrando qualunque piccola idea, anche i momenti in cui ci sedevamo al pianoforte a strimpellare – in modo organico.”

“Avevamo una cartella condivisa su Dropbox dove via via caricavamo i vari file che registravamo. Il beat trip hop di Build a Box viene da un file che ha registrato Callum per conto suo. Lo abbiamo incastrato con altre idee ed è poi nato il brano, in una sorta di puzzle schizofrenico”, mi dice Rhys.
Questa tecnica si è rivelata efficace per il gruppo ed ha aperto la porta ad un nuovo modo di lavorare insieme, seppur non nello stesso spazio fisico. “In quel momento ascoltavo molto Wixiw, l’album dei Liars, che ho ripescato dopo dieci anni. Ricordo che pensai che avrei voluto che il nostro nuovo disco fosse un “night time record”, un lavoro che si prestasse alla notte.”

Eccome. Ci sono momenti calmi che ti cullano, ma anche sensazioni di ansia, come nell’incipit dell’album. Comincia con le sirene e le voci di Intro, a cui segue la chitarra acida che apre Picto, uno dei singoli del disco. 
“I suoni che senti in Intro sono stati registrati a Brighton. La voce è presa da un documentario sulla solitudine. Picto arriva subito dopo, molto naturalmente; ha tutti gli elementi della sonic palette che poi abbiamo esplorato nel resto dell’album: le chitarre, le sequenze che portano agli arpeggi…”


EXPO è un album che racconta emozioni contrastanti, sia dal punto di vista sonico che nei testi.

La band lo ha definito come un antidoto alla dimensione iperindividualista che stiamo vivendo, al mondo in cui ci si esibisce e ci si mostra online, per essere visti e ascoltati dal “pubblico”, ma si resta isolati.

L’arte è collettiva – quella degli Ulrika lo è. Il tornare ad un senso di community è un atto di resistenza che i vari membri portano avanti insieme – “It’s back to strength in numbers, count in fives”, come cantano in Picto – con progetti come Oysterland, la serie di eventi che la band organizza da dieci anni a questa parte ospitando artisti di varie discipline in live music venues, e anche individualmente, come nel caso di Total Refreshment Centre, lo studio di Syd dove la scena jazz locale incontra quella internazionale. Senza contare le innumerevoli collaborazioni con altri musicisti – caroline, DIIV, Holy Wave e Slowdive, per citarne alcuni.

“Quest’album è una sorta di autocelebrazione. Siamo cinque individui con abilità e cervelli diversi. Portare questi pezzi in giro, poterli suonare live lo è. Lavorare insieme non è facile, ma non lo è nemmeno farlo in autonomia. Con gli altri c’è sempre un modo di arrivare a una soluzione e, soprattutto, collaborare ti ricorda di tenere i piedi per terra – nessuno è un genio.”

Proprio da questo nodo è nato l’album. Così come per la visione musicale, anche quella dei testi e dei temi si è sviluppata naturalmente, senza un desiderio di statement politici, quanto dai sentimenti di unione e di genuine excitement che la band prova a trovarsi e ritrovarsi insieme, negli anni, a fare e condividere musica.

Per quel che riguarda il futuro, la band ha piani per l’inizio del nuovo anno. Quali? Non me li hanno potuti dire, ma io li aspetto a gloria.

[Grazie ad Ollie Thomas per l’aiuto con l’intervista]

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Last modified: 2 Novembre 2026