Nature’s Pill, secondo album della band dell’Indiana, si muove tra la ricerca di identità e una voglia di disperata spensieratezza.
[02.10.2026 | Winspear | indie rock, jangle pop, shoegaze]
Una domanda risuona costante nell’ascolto di Nature’s Pill, il nuovo e secondo album dei Whishy: “Quante volte l’amore inghiottirà la tua vita?”. Non so se vi sia mai capitato di sprofondare lentamente nella disperazione. Ripensandoci, in quei momenti avreste voluto qualcuno accanto che vi accarezzasse la testa e vi dicesse che tutto si sarebbe sistemato oppure qualcuno pronto a prendervi a schiaffi per farvi reagire? Probabilmente, quando si sta così, di persone vicine non ce ne sono molte. Ci sono però i dischi, e i dischi sono proprio quelle persone capaci di darvi schiaffi o carezze. E siamo noi a sceglierli, anche nei momenti di merda vera.
Il nuovo lavoro del quintetto di Indianapolis fa perfettamente al caso nostro, anche se con qualche differenza rispetto a quanto detto sopra. Te ne stai lì, bello depresso, a cercare di capire dove cazzo hai sbagliato nella vita, e parte un ritornello tutto allegro che ti accompagna fino al prossimo crollo. E, invece di deprimerti ancora di più, ti ritrovi a fischiettare.
Nature’s Pill si muove in quel territorio dove l’indie pop americano incontra lo shoegaze, il jangle pop e le vecchie ossessioni chitarristiche degli anni Novanta. Un posto in cui le melodie sembrano uscite da una giornata di sole ma i protagonisti delle storie hanno le occhiaie nere, problemi esistenziali e poca voglia di vivere. Un contrasto che diventa il vero motore dell’album, con canzoni che sorridono mentre raccontano persone impegnate a fare i conti con sé stesse.
Il problema è capire fino a che punto questo contrasto finisca per ostacolare la percezione delle emozioni, impedendo loro di diventare qualcosa di personale per chi ascolta. Confezionare una bella melodia non è semplice, ma lo è ancora meno darle un motivo per restare in testa quando la musica finisce, al di là della sua orecchiabilità. I Wishy ci riescono in diversi brani, ma non è una costante della tracklist e questo è un bel problema.
Più guitar pop che shoegaze.
Il punto di partenza è una formazione di Indianapolis guidata dalla coppia creativa Kevin Krauter e Nina Pitchkites, affiancata da Dimitri Morris alla chitarra, Mitch Collins al basso e Conner Host alla batteria. Dopo Triple Seven (2024) e l’EP Planet Popstar (2025), il gruppo arriva al secondo album con un’identità più definita e un obiettivo piuttosto evidente: portare le proprie canzoni fuori dalla nebbia shoegaze e renderle capaci di stare in piedi anche quando la coltre di riverberi si dirada.
La differenza rispetto al debutto non riguarda soltanto la quantità di melodie immediatamente riconoscibili, ma anche un approccio più collaborativo alla costruzione degli arrangiamenti. I brani cercano di riempire ogni spazio senza affidarsi necessariamente alle tipiche muraglie sonore del genere dei guardascarpe. La leggerezza del guitar pop incontra le inquietudini dello shoegaze, la spontaneità del jangle si affianca alle esplosioni del rock alternativo.
E poi ci sono gli anni Novanta. Non che ci sia nulla di male nel guardare indietro, anche perché la storia della musica popolare è una gigantesca catena di appropriazioni indebite. Lo era prima, figuriamoci adesso. Il guaio arriva quando questo sguardo al passato trasforma i brani in qualcosa di prevedibile. I Wishy conoscono il valore di un ritornello e sanno come costruire un crescendo, ma non sempre riescono a trasformare queste qualità in una personalità abbastanza forte da sottrarre le canzoni al rischio di diventare prevedibili.
In bilico tra luminosità e instabilità.
All the Rage è il biglietto da visita più eloquente. La fine di una relazione, i vestiti per terra e i piatti da lavare diventano i simboli di una resa, mentre la depressione viene raccontata senza grandi dichiarazioni esistenziali. Il tutto mentre le chitarre spingono verso una leggerezza quasi assurda. È una soluzione che funziona proprio perché non cerca di nobilitare il disagio, eppure arriva esattamente dove deve.
Lovesick insiste sulla fragilità dei rapporti sentimentali, affidandosi a un pop chitarristico che guarda alla tradizione indie britannica senza rinunciare a una maggiore corposità sonora. La voce di Pitchkites contribuisce a spostare il baricentro emotivo, dando alla canzone una leggerezza che non coincide necessariamente con la serenità. È proprio qui che emerge una delle caratteristiche principali del disco: la capacità di far convivere la luminosità della musica con l’instabilità di chi la abita ed è così che torniamo all’inizio.
Anche Covergirl si muove nel territorio delle melodie luminose e del desiderio, mentre Kiss Kiss Kiss spinge la band verso una dimensione più instabile. È uno degli episodi in cui la voglia di sporcarsi le mani produce risultati più interessanti. Sensational segue una strada diversa, spostando l’attenzione verso il ritmo e un rock più nervoso.
È proprio in questi momenti che i Wishy dimostrano di poter essere qualcosa di più di un gruppo abile nel recuperare formule consolidate. Quando alterano gli equilibri, quando lasciano che una canzone perda momentaneamente il controllo, quando la melodia smette di essere un servizio offerto al consumatore e diventa parte di un conflitto, il loro linguaggio acquista spessore.
Confessioni in superficie.
Peccato che, per ora, questa sia più un’eccezione che una regola, anche se la stessa tensione riaffiora, in forme diverse, in Shift e Blitz, gli episodi più diretti e muscolari del disco. Freak 99 introduce invece dissonanze che possono richiamare il rock obliquo dei Sonic Youth. Il problema è che, in un album così ricco di riferimenti, non tutti gli episodi riescono a trasformare il materiale di partenza in una prospettiva personale. Il contrasto tra musica e liriche, a volte, finisce per confondere le acque, e qualche problema riguarda proprio i testi.
Liquidarli come completamente vuoti sarebbe ingeneroso: nei frammenti quotidiani, nelle relazioni sbilenche e nell’incapacità di gestire la propria esistenza c’è una coerenza tematica che contribuisce a dare al disco una sua identità ma la scrittura preferisce spesso l’impressione immediata all’approfondimento. È una scelta comprensibile per una band che punta sulla spontaneità e sull’efficacia pop, ma che talvolta lascia la sensazione di aver ascoltato una confessione rimasta in superficie.
In questo senso, l’album si trova in una posizione curiosa. I Wishy mostrano di essere cresciuti rispetto all’esordio, ma una scrittura fin troppo accomodante continua a limitarne le ambizioni. Si può allo stesso tempo riconoscere l’evoluzione di un gruppo e chiedersi se abbia davvero sfruttato tutte le possibilità che quella crescita gli mette a disposizione.
La conclusione affidata a Party World riassume la filosofia del disco. La pillola naturale non è una cura miracolosa, né una formula per raggiungere una serenità duratura. È una dose di musica, melodie e rumore da assumere quando il mondo reale diventa troppo pesante. L’effetto collaterale è che, una volta terminato il disco, ci si ritrova esattamente dove si era prima.
E quindi?
Nature’s Pill è un album gradevole, spesso brillante, talvolta persino capace di sorprendere. I Wishy hanno imparato a maneggiare il proprio arsenale e a costruire canzoni che funzionano anche al primo ascolto, senza rinunciare del tutto alle asperità che rendono interessante il loro approccio. Quello che ancora manca è una selezione più severa delle idee e, soprattutto, la capacità di distinguere una melodia efficace da una canzone davvero necessaria.
Non tutto deve cambiare la storia del rock, sia chiaro, ma in un’epoca in cui basta aprire Bandcamp per trovare altre cento band capaci di confezionare un ritornello shoegaze con la giusta dose di malinconia, tutto questo non basta più. Serve qualcosa che renda riconoscibile anche il proprio modo di sbagliare.
Adesso resta da capire se la band dell’Indiana saprà trasformare queste intuizioni in qualcosa che non si esaurisca con il ritornello. Perché va bene fischiettare mentre si passeggia sulle macerie della propria esistenza ma, prima o poi, sarebbe il caso di costruirci qualcosa, con quelle macerie. Qualcosa che abbia il proprio nome sopra.
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Last modified: 17 Ottobre 2026




