La Notte Della Locusta

Written by Live Report

Nonostante la neve per le strade di Torino, questa sera l’Hiroshima Mon Amour è gremito. Non solo in platea, plasmata da ragazzi più o meno giovani, ma anche sul palco. Anche qui, più o meno giovani. Tutti però pronti a sfoderare un grade repertorio musicale per debellare il sintomo di una musica popolare morente.
E questa è la nostra musica popolare, proprio come quella dei cantautori seduti nei teatri, di Radio Italia e di Sanremo. La troviamo pure nei club e non è neanche una novità, inutile fare gli snob. Se “Andate tutti affanculo” è finito tra i primi 100 dischi italiani di sempre per Rolling Stones (insieme per altro a Africa Unite e Perturbazione), non è solo una questione di stupide classifiche o di colpo trasgressivo sparato alto da un giornale mainstream, ma forse è un segno di un vero fenomeno di costume che dovremmo accettare: la “musica alternativa” ci appartiene e forse è anche riduttivo continuare a definirla “alternativa”. Fuori dal circolo, con quell’etichetta che ha tutta l’aria di chi in estate va al mare ma preferisce arrampicare le montagne alle spalle piuttosto che stare in spiaggia a godere del sole e della salsedine. Qui, oggi di questi semplici doni della natura godiamo eccome, anche se in questa atmosfera colabrodo i raggi ultravioletti ustionano la nostra pelle e il mare è mosso, pieno di rifiuti e meduse pronte all’attacco. Tutto questo rende la musica più vera e reale. Proprio come la vogliamo noi.
E così anche la musica “alternativa” si posa in spiaggia senza però smettere di far lavorare il cervello. Sta un po’ coperta sotto l’ombrellone e guarda in cagnesco i vicini che si differenziano tra veline dalla voce di plastica e bellimbusti ben pettinati. Rimane comunque ferma li a pavoneggiarsi, a godere e farci godere della sua nudità, della sua incredibile forza e qualità artistica. Certo l’occasione è ghiotta per mostrarsi, La Notte Della Locusta ci propone nella stessa sera due acclamatissimi “big” come Il Pan del Diavolo e Zen Circus.

 
Ad aprire le danze ci sono Flora e Fauna: toscanacci e attivi dal 1991 al 1999, riuniti proprio in questo 2012 per supportare gli Zen Circus in tour. Il trio sprigiona post-rock stortissimo intriso del riflesso americano dei gloriosi anni 90, suonato con minuziosa precisione, senza mai disperdersi in freddi tecnicismi.
In poco più di mezz’ora di set (in gran parte strumentale) ne escono angoscia, rabbia, claustrofobia e vertigini. Inizio spietato affidato a chi di palchi marci ne ha visti fin troppi e questa sera si mette in tiro per l’occasione. Sembra quasi la celebrazione di una band che nonostante i vent’anni alle spalle suona incredibilmente moderna e grida ancora a gran voce il suo disagio e la sua voglia di libertà.
Pare un po’ meticcia, ma anche questa è musica italiana.

 
Dopo l’uragano scatenato dai Flora e Fauna veniamo lentamente risucchiati nell’inferno. Il Pan del Diavolo sale sul palco e due chitarre acustiche ci fanno sprofondare a suon di blues antico, oscuro e mostruosamente scandito. Come un’inesorabile e apocalittica clessidra.
Il duo palermitano parte a razzo con “Coltiverò l’ortica”. Le narrazioni di Alessandro Alosi e le pennate composte (più composto ancora è il suo ciuffo) di Gianluca Bartolo ci schiacciano il viso al pavimento. La forza di gravità aumenta in modo esponenziale finché non perfora il suolo e veniamo assorbiti nelle fiamme durante la canzone perfetta per questa festa: “Il centauro”.
Il fuoco ci colora gli occhi e il fumo esce dalle mani dei ragazzi che colpiscono la chitarra come i demoni tagliano le teste (“taglia la mano come la lama” dice “Scimmia urlatore”). Il set rimane minimale nonostante l’uso di basi e nonostante la grancassa percuota le mura del club torinese invocando scenari catastrofici.
Il Pan del Diavolo non è una band innovativa e lo sapevamo, niente di trascendentale. A dire il vero il set di un’ora risulta essere anche leggermente ripetitivo. Ma questo è il solito e vecchio inferno dantesco, un poco rivisitato ma che ci brucia ancora la pelle e il cuore.
I peccati della nostra sorda società ci sono tutti e i due ragazzotti siciliani li elencano con meticolosità in tutto il loro repertorio. Su tutti la frenesia e la futilità del raggiungimento della vetta in “La velocità”. Altro che vetta qui sprofondiamo sempre di più, fino alla chiusura, affidata all vortice “Farà cadere lei”. Ora siamo proprio in fondo. In faccia ai nostri demoni e all’ultima nota restiamo davanti a loro per farci quattro chiacchiere mentre aspettiamo di risalire un poco in questo ultimo atto della notte.

 
La salita però si fa attendere e viene subito rimandata a domani. Sul palco attaccano gli Zen Circus con un primo set semiacustico: “Vent’anni”, “Atto secondo”, “I just wanna live” e “Andate tutti affanculo”. Direi che accendiamo una sigaretta, ci sediamo di fronte ai nostri amici demoni che di chiacchiere per esorcizzarli ne dobbiamo fare ancora un po’.
Del trio pisano Rockambula è grande fan, inutile nasconderlo e di parole spese ad elogiarli ne sono già state versate a fiumi in questo 2012.
Oggi Appino nella prima parte pare non essere in forma perfetta, forse la pausa pronunciata fino al 2014 è dovuta, necessaria nonché meritata. Certo dettagli, gli Zen Cirus rimangono a mio avviso la migliore live band italiana: muscoli e offese, mai troppo celate e comunque costruttive, sparate a raffica nel loro più completo greatest hits. Grande gioia per tutti noi fan.
E allora poche sorprese (una è sicuramente il punk finlandese con la cover “Poliisi Pamputaa Taas” da “Metal Arcade”), e tanti canti corali insieme a un pubblico caldo e un po’ intristito dal vuoto che gli Zen lasceranno nel prossimo anno. Si alternano “L’amorale”, “Gente di merda”, “L’egoista” e una simpatica e intelligente serie di “canzoni a coppie”. Così la “Ragazza eroina” direttamente dai ‘60s se ne va via a braccetto con il “Ragazzo eroe” elogiato dalla grattugia di Karim Qqru (incredibile come riesca a pestare anche con quel trabiccolo al collo!).
Non mancano ovviamente le burle narrate da Ufo (sempre spassosi i suoi siparietti), l’inno natalizio di “Canzone di Natale” e la fatidica domanda finale: siamo “Nati per subire”? La loro risposta è no! I tre bischeri ci lasciano con un barlume di speranza e il cuore infuocato di rabbia e ribellione. Come se in questa gelida notte di neve non fossimo già roventi grazie agli episodi precedenti.

 
Fine. I nostri eroi si alzano dalla spiaggia belli abbronzati, si scolano il cocktail ancora fresco e ne fanno carburante.
Si ritorna sui monti circostanti a rintanarsi per un po’. A scalare qualche altra vetta, per rinforzare i muscoli di una musica che comunque oggi ci dimostra di essere bella tonica e prestante. Un bel fisichino che non sfigura mica sotto i riflettori.

 

 

Last modified: 28 Dicembre 2012

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