Yo La Tengo Tag Archive

What’s up on Bandcamp? [giugno 2019]

Written by Articoli

I consigli di Rockambula dalla piattaforma più amata dall’indie.
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Chi suona stasera? – Guida alla musica live di maggio 2018

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New Order, Angel Olsen, Father Murphy, Yo La Tengo, June of ’44… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Tortoise – The Catastrophist

Written by Recensioni, Senza categoria

E così dopo sette anni, pubblicando un lavoro che ha radici più lontane di quanto si possa pensare, ritornano i Tortoise. Correva infatti l’anno 2010 quando Chicago, la città dei nostri, commissionò al gruppo la realizzazione di una suite che rispecchiasse l’identità Jazz del luogo; furono così composti cinque temi (una suite in cinque movimenti) su ognuno dei quali lavorò un diverso ospite dell’ambito jazzistico del posto. Quei cinque temi, che erano poco più che bozze a cui aggiungere improvvisazioni, si sono col tempo trasformati ed evoluti (il tutto rivisto in chiave, e quindi complessità, Tortoise) in buona parte dei brani che compongono The Catastrophist. Si tratta di un lavoro che per certi versi potrebbe arrivare da ancora più lontano; il disco, infatti, seppur con qualche novità anche totalmente inattesa, sembra uscire dal periodo che trascorse tra TNT (1998) e Standards (2001) e, per quanto risulti leggermente inferiore al primo, suona nettamente meglio del secondo. Le novità inattese sono due brani cantati, anche se in realtà il canto dalle parti dei Tortoise era già passato con due dischi (The Brave and the Bold con Bonnie ‘Prince’ Billy, ed In the Fishtank 5 con The Ex, entrambi registrati in tre giorni), ma è la prima volta che lo troviamo in un lavoro firmato esclusivamente a loro nome, e soprattutto è la prima volta che funziona, sarà che per la precisione certosina dei nostri registrare in qualche anno anziché in qualche giorno fa una certa differenza. Il primo dei due brani in questione è la cover di “Rock On” di David Essex, brano del 1973, un Dub Rock piuttosto minimale e particolare vista l’assenza della chitarra, che in mano ai ragazzi di Chicago, seppur rimanendo molto fedele all’originale, diviene ancor più ipnotico grazie ad una godibilissima sezione ritmica; a dare voce al pezzo troviamo Todd Rittmann degli U.S. Maple. L’altro cantato presente è invece un brano originale, “Yonder Blue”, nel quale alla voce troviamo Georgia Hubley degli Yo La Tengo, e qui i Tortoise ci spiazzano ancor di più perchè questo brano è addirittura una ballad, una crepuscolare ballad Lo Fi, al forte profumo di Pop datato, il cui ascolto ideale si avrebbe in un fumoso bistrot parigino. La prestazione del combo è più che soddisfacente anche in “Shake Hands with Danger” dove sembra si incontrino un’orchestra gamelan ed un gruppo Fusion, l’arrangiamento è come sempre perfetto, la classica tensione Tortoise, che spesso risulta essere troppo statica e di maniera qui riesce a trovare una buona visceralità. Altri brani ben riusciti sono “Gesceap”, primo singolo estratto, ascoltabile da un paio di mesi abbondanti, brano narcotico, quasi dissonante, minimale, nel quale vediamo la musica d’avanguardia abbracciare le armonie degli Stereolab e dei Broadcast (presenze percepibili anche in altri brani), “The Clearing Fills”, un’ipnotica sospensione Ambient Jazz con finale dronico, “Hot Coffee”, un Funk rallentato e sintetico, dove oltre ad un’ottima linea di basso si trovano godibili graffi chitarristici, e la conclusiva “At Odds with Logic”, desertica e cinematografica. Come sempre, escludendo i primi due meravigliosi lavori della band, non mancano brani che soffrono troppo di manierismo, di immobilità, brani nei quali la tensione creata riesca a liberarsi portandoci la scossa, il graffio, la visione. In ogni caso, dopo i primi due lavori non proprio eccelsi degli anni zero, i Tortoise confermano i progressi che già sul precedente Beacons of Ancestorship si erano fatti sentire, probabilmente migliorandoli ancora, con un disco che ha sicuramente bisogno di più ascolti e come sempre, trascendendo i generi, si sottrae a facili catalogazioni.

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MUSICA E CINEMA: Che Film Ascoltiamo Stasera?

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Acquaintances – Acquaintances

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Non confondete questi cinque gentiluomini che di gentile non hanno proprio nulla con una sconosciuta band svedese anni Settanta dal nome in sostanza identico, se non fosse per quella “s” finale. Nel loro album d’esordio omonimo non c’è niente che richiami i seventies e non c’è niente di delicato nella loro musica. I cinque Acquaintances sono Jared Gummere (chitarra e voce), Patrick Morris (basso), Stephen Schmidt (chitarra e voce), Justin Sinkovich (chitarra, organo e voce) e Chris Wilson (batteria), nomi tutt’altro che ignoti della scena statunitense alternativa che avranno fatto saltare dalla sedia i più devoti fan di Don Caballero, The Ponys, Bare Mutants, Chino Horde, The Poison Arrows, Thumbnail, Avenue Boulevard, Atombombpocketknife, Ted Leo and the Pharmacist e Shake Ray Turbine, le cui vite coincidono, collimano, si mescolano e danzano attorno a quelle dei cinque Acquaintances. Acquaintances è il nuovo album dell’ennesima band nata dal combinarsi di cinque teste, musicisti di band diverse eppure, chi più chi meno, perpetuamente in contatto diretto tra loro. Undici tracce di un Rock nudo e pungente, che mette a frutto le traversie soniche degli specifici esecutori per esplodere in un panegirico di note, forse non eccezionalmente giovane ma evidentemente d’interesse considerevole, vista la prestanza e la gagliardia di cui si fregia e che spesso, troppo frequentemente fa difetto alle band di ultimissima generazione, in eccedenti circostanze incapaci di seguire strade poderose, energiche e vitali senza scadere nel qualunquismo e nel pressappochismo imitativo.

La fortuna dei cinque Acquaintances sta tutta nella possibilità di fondere le esperienze disuguali, di strutturare e di costruire uno scheletro sonoro su ritmiche che alternano precisioni e crescendo strumentali di stampo Math e Post Rock a dinamiche più immediate proprie del Power Pop, tutto in chiave moderna e Indie, se cosi si può definir quel certo modo di percuotere basso e batteria, di talune band di nuovo millennio.  Su queste armonie e sul miscuglio stilistico si dilatano ossature che danno poi corpo a tutta la proposta targata Acquaintances e che si personalizza in primo luogo nel modo atipico di dirigere la vocalità nei brani, che non è ricondotta a un unico “leader”, ma è consegnata di volta in volta ai tre Gummere, Schmidt e Sinkovich. Questo crea delle eufoniche alternanze tra periodi più risoluti, ostinati, ricchi di distorsioni e ripetizioni ritmiche di stampo Post Hardcore (“Paramounts”) ma anche Noise e Neo Gaze (“Skin”, “Got it Covered”) e altri più attenti invece alle melodie, alla musicalità e alla solerzia dei giri di chitarra o dei ritornelli (“Ghosts”, “Lower your Expetations, Increase your Odds”), in chiave se non proprio Pop, comunque neanche eccessivamente noisy, quasi a rammentare un certo Alt Rock stile Yo La Tengo (“This Night Is a Trick”). Questa spaccatura retorica non si fa tuttavia mai intemperante, e, anzi, le tracce si intercalano confondendosi l’una nell’altra specie quando i cinque arrivano a mettere insieme i diversi assetti e le dissimili impostazioni per attuare un sound di forte matrice anni Novanta, quasi a ricordare certi Nirvana (“Learn to Let It Go”), eppure grandiosamente moderno, nel suo essere esempio di associazione fra tradizione Garage e giovane grazia (“She Never Sleep”, “Bachelor’s Groove”, “Say All The Right Things”, “Thinking We Are Done Here”).

Progresso dunque che incontra la tradizione del Rock alternativo statunitense, melodia che danza con il rumore e le distorsioni e undici tracce sorprendenti che hanno il malinconico sapore dell’occasione persa perché sospetti che potevano essere parte di un vero capolavoro; alla fine, nonostante tutto quello che di positivo è nascosto dentro Acquaintances, deponi le cuffie convinto che manchi comunque qualcosa, anche se non sai di preciso cosa. Ti chiedi perché tre voci ma nessuna capace di trascinarti davvero, ti domandi come mai certi feedback soffocati e contenuti quando avrebbero dovuto sfondarti i timpani. Un disco che per quanto eccezionale ti abbandona con quella frase un po’ sempliciotta nella testa: “Ah, se solo avessi potuto parlare con loro”.

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Pubblicazione Deluxe per gli Yo La Tengo

Written by Senza categoria

Uscirà il 19 novembre l’edizione speciale di Fade, l’ultima fatica discografica degli Yo La Tengo. Il disco si presenterà come doppio Cd contenente versioni rivisitate dei brani, sia demo sia remix, più una special card con cui i fan potranno accedere al download delle versioni in vinile di Ohm e Stupid Things. Non resta che iniziare il conto alla rovescia.

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Father Murphy – Anyway, Your Children Will Deny It (Remix Series)

Written by Recensioni

Siete riusciti ad ascoltare qualcosa di veramente figo in questo duemilatredici? È dura, lo so, l’anno non è iniziato nel migliore dei modi e neanche i ritorni di Yo La Tengo e My Bloody Valentine sono sembrati degni della nostra esaltazione. Ancor meno in terra italiana, dove piccoli accenni di entusiasmo (me escluso) si sono avuti con i nuovi lavori dei Bachi Da Pietra e dei Baustelle. Veramente poca roba. Tuttavia, solo qualche giorno fa, il quattro Febbraio, i pezzi di una delle più belle realtà italiane (sì, sono italiani), i Father Murphy, contenute nel loro ultimo lavoro Anyway Your Children Will Deny It, messi nelle mani di alcuni dei più grandi nomi della musica Psych-Noise (e non solo) internazionale, hanno visto la luce sotto forma di 7”+ 12” LP. È vero che l’idea di fare dei remix di album editi solo l’anno prima non è certo originale ed è anche vero che il risultato è spesso deludente (vedi i Battles, Gloss Dropp e i remix del 2012 di Dross Glopp). È anche vero che l’album originario dei Father Murphy del 2012 non era stato proprio il capolavoro di una carriera (a proposito vi consiglio piuttosto Six Musicians Getting Unknown e Brigadisco’s Cave #6) anche se per molti questa mia affermazione è una bestemmia. Vero tutto ma vero anche che il risultato che mi pulsa nelle orecchie è ancora meglio dell’originale. Non la penserà cosi chi avrà adorato Anyway Your Children Will Deny It ma come vi ho detto, non è il mio caso. Non v’incazzate, punti di vista.

Il gruppo trevigiano nasce nel 2001 e si sviluppa attorno al cuore composto dal trio Freddie Murphy (guitar, vocals), Chiara Lee (keyboards, vocals, percussion, bells) e Vittorio Demarin (drums, viola, vocals). Il disco da cui i remix prendono spunto, è il quinto lavoro sulla lunga distanza in dodici anni di produzione. Si tratta di un’opera che mescola avanguardie blues, sonorità oscure e agghiaccianti, Neo-Psychedelia, inserti vocali ed elettronici da far tremare l’anima, Folk, Post-Punk e Noise. Un sound assolutamente unico nel panorama tricolore e che ha reso i Father Murphy una di quelle band che fai fatica a renderti conto vivere nel tuo stesso paese. Sono molti i gruppi che scimmiottando le star britanniche giocano a fare gli stranieri ma in questo caso la realtà è ben diversa. I Father Murphy sono una band internazionale perché la loro musica non ha radici terrene.
Il 7” (Two Views) è composto da “His Face Showed No Distorsions” nelle mani degli Indian Jewelry, band che ammetto di apprezzare notevolmente (andate a ripescare i loro lavori e non ve ne pentirete). Un gruppo enorme proveniente da Houston, composto di un numero indefinito di elementi (ci saranno quattro batteristi, tre sassofonisti, diversi chitarristi e poi synth, rumori vari, percussioni, per un totale di membri che supera gli anni della band, nata nel 2001). Il secondo pezzo è “Diggin The Bottom Of The Follow” rielaborato dal francese Philippe Petit.
Il 12” (Heretical View) invece inizia con “How We Ended Up With Feelings Of Guilt” degli Happy New Year e quindi un’altra versione di “His Face Showed No Distorsions”, stavolta degli W.H.I.T.E. (che vi consiglio di cercare senza arrendervi). Segue “It Is Funny, It Is Restful, Both Came Quickly” dei Zulus e ancora “Diggin The Bottom Of The Follow” rivisitato dai danesi Thulebasen. Che cosa è cambiato fino a questo momento, rispetto all’opera madre? Certamente in ogni rielaborazione, i gruppi/artisti hanno messo un pezzo del proprio essere, senza limitarsi a un freddo remix. I brani non si sono certamente trasformati in pezzi da dancefloor, ma hanno acquistato ora pulsante ritmica ossessiva, ora rigonfiamenti lisergici. Diciamo che se l’opera dei Father Murphy è servita a dare conferma della loro grandezza senza aggiungere troppo alla loro proposta, questa diversa visione ci mostra l’inferno sonico dal punto di visto del Demonio e non del dannato. Nella seconda parte troviamo “In Praise Of Our Doubts” di Yvette e “Their Consciousness” di Noel V.Harmonson/Sic Alps. Avrete notato che molti dei partecipanti all’opera fanno parte della scena neo-psichedelica elettronica mondiale ed è proprio questo uno dei diversi punti di riferimento che possiamo trovare all’interno. Inoltre spesso si tratta di artisti non troppo noti al nostro pubblico ma la vera chicca viene con “In The Flood With The Flood” dei grandissimi Black Dice (chiarisco che anche con loro come altri nell’album i Father Murphy hanno condiviso il palco). Attivi dalla fine del millennio scorso, la band statunitense ha sempre proposto una musica dalle mille sfaccettature (cercate l’opera prima Beaches and Canyons), dall’elettronica sperimentale, al Noise, dalla psichedelia al Plunderphonics (genere che si basa sul collage di diverse fonti sonore, col quale si sono cimentati anche i The Residents). Anche in questo caso i Black Dice non si tirano certo indietro per rielaborare alla loro maniera il brano dei Father Murphy. Il disco si chiude con “Don’t Let Yourself Be Hurt This Time” rivisto in chiave EMA.

La musica dei Father Murphy è violenta ma non aggressiva, inquietante ed esoterica, precisa e deforme. Un continuo divenire tra industrial, psichedelia, neo-folk e tutto quanto ci sia di più lontano possibile dagli ascolti di uno spettatore italiano medio (non è un caso che abbiano firmato per l’etichetta statunitense Aagoo). Forse non vi ho detto tanto ma come la loro musica è avvolta in un oscuro mistero, voglio lasciarvi anch’io con la voglia di scoprire i pezzi, uno per volta, scovarne i demiurghi e i loro sofisticatori. Spogliarne i segreti e centellinare con stupore le differenti scie emozionali che vi lasceranno gli ascolti. Se si poteva aggiungere qualcosa, dare nuova linfa ai brani di Anyway, Your Children Will Deny It, aumentarne la potenza, questa è la reazione pragmatica.

 

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Yo La Tengo – Fade

Written by Recensioni

Dopo anni passati ad ascoltare il rumore degli amplificatori e portarne – poi dopo – i segni indelebili in ogni dove, le nuvolette indie pop dei statunitensi Yo La Tengo sono un beneficio quasi “biologico” che arriva a lenire stress e logorii “della vita moderna” e che va a rivoluzionare pressappoco quel bisogno di intimità e solitudine che ogni tanto fa bene e rigenera il plesso solare.
Fade” è il nuovo della band del New Jersey, ed è difficile includerlo tra quei lavori che sanno troppo di terra e di cavalcate quotidiane in calcomania con giornate avulse e frenetiche, piuttosto uno di quei dischi che pare calare dall’alto, che cade appunto “dalle nuvole” per coccolarci, viziarci e farci prendere tutto il tempo per pensare, sentire, in somma riappropriarci della nostra “deliziosa parentesi oziosissima” nell’emisfero di sogni e affini; dieci “piani di delicatezza” che si ascoltano come un balsamo tenerissimo, dieci brani che escono come da uno scrigno custodito chissà dove e che si apre, accorto, come una medicina di bellezza per le nostre – di tutti – necessità di bellezza.
Tutto è sussurrato e confidato, un pop altolocato che gira armoniosamente al pari di una pastorale, di una semplicità esecutiva che innalza e fa sognare ad occhi spalancati e che non può fare assolutamente a meno di dilatarsi e viaggiare ai bordi smussati dell’immaginazione; con quell’afflato evanescente, quasi incipriato d’aria fine, che sa di Galaxie 500 e tattiche ispirate alla Sebadoh, gli Yo La Tengo si possono permettere tutto, andare controvento “Is that enough”, “Paddle forward”, lasciarsi sprofondare in un ancient bucolico di gemme e resine profumate di AppalachiI’ll be round”, o perdersi tra le sensazioni ovattate di GarfunkelCornelia and Jane”, “The point of it”, ma è con la stupenda architettura di “Ohm”, un ciocco schitarrato di fumo andato in circolo (che tra l’atro avvia il disco alla sua funzione di giro) che il cuore ai aggiorna e la mente emigra in un altro sistema  più su del nostro.
Maneggiare con cura, indie-pop fragilissimo e innocente.

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