Thurston Moore Tag Archive

‘Chi Suona Stasera?’ – Guida alla musica live [maggio 2019]

Written by Eventi

Built To Spill, Zu, Fennesz… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.
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Chi suona stasera? – Guida alla musica live di maggio 2018

Written by Eventi

New Order, Angel Olsen, Father Murphy, Yo La Tengo, June of ’44… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di novembre 2017

Written by Eventi

Sun Ra Arkestra, Kraftwerk, Nick Cave & The Bad Seeds… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Lettere da Barcellona | Primavera Sound Festival 2017

Written by Live Report

Anche questa edizione appena trascorsa ha confermato il Primavera Sound Festival come il punto di incontro fondamentale per gli amanti della musica da oltre 125 paesi. Si stima che gli spettatori di questa diciassettesima, tra i concerti al Parc del Fòrum e le performance collaterali in centro città, siano stati oltre 200 mila. Ai 346 live in cartellone se ne sono aggiunti una ulteriore quindicina, annunciati a sorpresa durante i tre giorni della kermesse. Ma basta ragionare in numeri, che non sono mai lo strumento migliore per dipingere atmosfere.

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Cloud Nothings – Life Without Sound

Written by Recensioni

Un po’ di foto dal Siren Festival 2016

Written by Live Report

In attesa di potervi raccontare tutti i dettagli della splendida terza edizione del Siren Festival di Vasto appena conclusasi, eccovi un po’ di scatti della due giorni musicale più intensa dell’Adriatico.
Enjoy!

(foto di Francesca Santacroce photography | fsantacroce@tiscali.it)

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Deison & Mingle – Everything Collapse[d]

Written by Recensioni

I, I’ve been lonely
And I, I’ve been blind
And I,. I’ve learned nothing
(M. Gira)

Sono due o forse tre o più settimane che non riesco a sfilare dallo stereo questo disco del duo Cristiano Deison (electroning e processing), Andrea Gastaldello (piano, electronics) e non è precisamente perché di una qualità oltre la norma. Il dubbio è che faccio una fatica pazzesca a capire quanto mi piaccia davvero Everything Collapse[d] e quanto, invece, non lo faccia correre via nelle mie giornate con apatia, quasi senza forze, consapevole che potrà accompagnarmi fino alle ore del sonno senza tediare troppo la mia vita.  La prima notizia positiva, però, è che, a dispetto di uno stile non proprio tradizionale tra i nostri confini, Deison & Mingle è prodotto tutto italiano e lo avrete capito dai nomi di battesimo delle due anime che stanno dietro al progetto nato nel nord-est solo nella scorsa estate. Da un lato un navigato del settore sperimentale, Ambient ed Electronic Minimal, Deison, che già si è ritrovato negli anni a collaborare con mostri quali Lasse Marhaug, KK Null, Teho Teardo, Thurston Moore, Scanner. Dall’altro Mingle, alias Andrea Gastaldello, eccelso compositore minimale già al lavoro su svariati documentari. Non passa molto dalla collisione tra queste due inclinazioni e la nascita di Everything Collapse[d], album che trova la sua energia, il suo asse portante, la sua ragion d’essere nell’analisi psicotica dell’inquietudine e della disperazione umana, senza per questo non palesare momenti di speranza (“Optokinetic Reflex (Glassy Eyes)”) difficile da comprendere quanto illusoria e quanto reale.

Otto tracce che si plasmano e collassano, si amalgamano e si mettono in mostra attraverso droni disturbanti, field recordings, processed loops, ritmiche amorfe, armonie eclissate, soffuse e dilanianti, tutto appesantito da note di piano tormentose. Quarta opera di una collana che vede collaborare l’etichetta Aagoo Records con i Rev Laboratoires e che, in precedenza ha visto l’uscita delle sperimentazioni di Marcus Fjellstrom, Murcof & Philippe Petit e Connec_icut, già trattate sulle nostre pagine dal qui presente. L’opera è inquietante ma non troppo greve, multiforme ma con momenti di sana distensione e a lungo, come accennato all’inizio, mi sono dibattuto inseguendo una chiave di lettura più pertinente, che andasse oltre i concetti palesi e i suggerimenti di un titolo, Everything Collapse[d], tanto esplicito e categorico. Sul finire dell’album, troviamo “Static Inertia”, che, in un’ottica di speranza nella disgrazia si ricollega all’opening track, ma quest’ultimo pezzo non si chiude etereo ed estatico al minuto cinque e venti secondi. Fino a questo momento non c’è stato spazio per la voce, tutto era elettronica fredda. A stringere realmente il cerchio c’è una ghost track cantata da Daniele Santagiuliana (ottima la sua interpretazione). Si tratta di “Failure”, brano degli immensi Swans. Scelta scaltra, vista la nuova rinascita della band capitanata dal gigante Michael Gira ma anche perfetta per incasinare idee e sensazioni, alla fine dell’ascolto. “Some people live in hell, many bastards succeed. But I. I’ve learned nothing. I can’t even elegantly bleed out the poison blood of failure”.

E intanto continua a girare il disco nel lettore e non ho alcuna voglia di toglierlo e forse inizio a comprendere che Deison & Mingle hanno colto perfettamente nel segno, pungolando la parte più oscura e disturbata della mia anima. Mi hanno fregato, con furbizia e malizia ma ora non ho le forze per reagire, ho solo voglia di farmi fottere ancora.

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Le Superclassifiche di Rockambula: Top Ten anni Novanta

Written by Classifiche

La Band della Settimana: OvO

Written by Novità

Il duo ravennate Bruno Dorella (floor tom, snare, ride), Stefania Pedretti (voice, guitar, bass) autodefinitosi band Minimal Extreme Metal non è certo una realtà emergente eppure non sono moltissimi a conoscere il nome OvO al di fuori degli ambienti Noise e Metal. Attivi da inizio millennio con l’album Assassine (Bar de la Muerte) hanno realizzato diversi album, anche con l’etichetta Load, fino a giungere ad Abisso, il disco di quest’anno, edito per Supernatural Cats. Tra le loro peculiarità, oltre a quelli che sono gli aspetti prettamente musicali, c’è una grandissima internazionalità, soprattutto a livello pratico, che li ha portati a suonare, sugli stessi palchi o negli stessi dischi di KK Null, Thurston Moore, Jim O’Rourke, Lightning Bolt, A Hawk and a Hacksaw e tanti altri. E la cosa è ribadita dalle tante date estere del loro tour.

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Connect-icut – Crows & Kittiwakes & Come Again

Written by Recensioni

L’uomo che si annida dietro lo pseudonimo Connect-icut altri non è che un produttore di musica elettronica di Vancouver, non nuovo ai cultori del genere più attenti alle uscite del sottobosco underground e poco devoti alle facilonerie del mainstream. L’artista canadese è una new entry in casa Rev Laboratories ma non è in ogni caso un esordiente, avendo già pubblicato, per vie diverse, Moss del 2005, poi LA (An Apology), They Showed Me the Secret Beaches e Fourier’s Algorithm, quest’ultimo tre anni fa. Se, come abbozzato, non è certo il pubblico ad aver sancito il successo di Connect-icut, non sono mancate lodi da parte del mondo Alternative, su tutte quelle di Thurston Moore dei Sonic Youth.

Cosa c’entra un produttore/compositore di musica elettronica con le guide spirituali del Noise Rock è presto detto. Se il punto di partenza e lo scheletro che poi sostengono tutto l’impianto sonico di Crows & Kittiwakes & Come Again è il Glitch, a metà tra Fennesz, Murcof e soprattutto Oval (“Imperial Alabaster”, “Port Shale”), queste deformità tecniche del suono sono talvolta esasperate in chiave rumoristica, quasi Noise appunto, ma con una naturalezza irreale, del tipo che, nel corso degli anni, abbiamo apprezzato ad esempio nello Shoegaze, specie strumentale, dei My Bloody Valentine (“Fading Twice”). Una mistura di brividi elettrici, rumore, vibrazioni, martellamenti, esplosioni soffuse che invece di plasmare suggestioni industriali e apocalittiche concepiscono un flusso naturale, suonando con la stessa genuinità dell’esistenza. Rumore ed elettricità che divengono sinonimo di paradisiache atmosfere eteree.

Certamente non scarseggiano passaggi di Minimal Synth e Ambient (“Carrion Pecking”) densi di tenebre, foschi, inquietanti, che tuttavia non fanno altro che dare ancor più vitalità all’opera, come fossero il fianco oscuro dell’esistenza, orribile ma inevitabile, e, allo stesso modo, Connect-icut utilizza gli strumenti della Drone Music (“Pratice Rot”) per squarciare l’impianto emozionale tirato su dall’ascolto della prima parte del disco. Tutti gli ingredienti sottolineati non devono tuttavia essere intesi come spaccature nette tra i brani, in quanto ogni materia che da forma alle canzoni è presente in ognuna di esse anche se in modo diverso, con difforme intensità. Ciascuno dei sei brani, compreso il conclusivo minimale “Again Now (For Matt)”, esalta l’impianto Glitch, le atmosfere Ambient e le pulsioni Noise, evocando apparati scenici irreali ed estatici su orizzonti neri e da incubo. Non c’è mai, in nessun momento di Crows & Kittiwakes & Come Again una precisa linea di demarcazione tra quello che è il bene, evocato dalle note più solerti, e quello che è il male ma tutto si confonde, si miscela, ora smascherandosi ora celandosi in una sonora ed estatica trasposizione occidentale dello yin e yang.

Un album inappuntabile per chi volesse immergersi totalmente nel fluire della propria coscienza, per chi cerca strumenti leciti e sani per valicare le barriere dei sensi. Un album ineguagliabile per chi volesse cimentarsi a dovere con un’elettronica da ascolto di spessore, ma non è mai riuscito ad andare in fondo ad un lavoro del precettore Oval o si annoia dopo cinque minuti di droni ronzanti nella testa. Un disco perfetto per iniziare ad ascoltare musica elettronica di qualità senza il timore di dover abbandonare per manifesta incapacità di ascolto.

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“Diamanti Vintage” Sonic Youth – Daydream Nation

Written by Articoli

Molto probabilmente una delle pietre filosofali del rock d’ogni tempo, il rock di quei tormenti e ossessioni che sa come farsi amare nonostante i bocconi amari che comporta, il rock che combina rumore, rabbia, purezza e amore senza nascondersi dietro artifizi o perlomeno trucchi discografici di bassa lega; Daydream Nation della band newyorkese dei Sonic Youth, è il quinto disco della formazione capitanata da Lee Ranaldo, ed è il disco forse più consapevole, più carismatico, in cui la fusione della triade di rumore+furore+tensione corrisponde perfettamente a tutto quello che proprio in quei tempi, con le scorribande Reaganiane in Salvador ed una politica sociale devastante, faceva apparire l’America come il paradiso dell’inferno. Ecco perché c’è una candela bianca in copertina, è la loro protesta al genocidio e la loro presa di coscienza politica.

Di nuovo la “gioventù sonica” detta legge con quei chitarrismi industriali, spigolosità e curve a gomito ritmiche sperimentano nuove necessità modulari, una carica espressiva che contempla decadenza post-punk e percussività urbane nonché una interminabile sequenza di vitalità mai rammaricata di non possedere principalmente quella gentilezza pop che ammorbidisce a volontà qualsiasi ribellione e che molte band – sempre alla fine degli anni Ottanta – si fregiavano di avere e anche per disconoscere un’era refrattaria (in cui avevano magari militato) e far credere di essere rinati come nuovi di zecca. Loro, Lee Ranaldo, Kim Gordon e Thurston Moore, sono tra gli esponenti avangarde di una classificazione ribelle e assordante, un asse in equilibrio che assorbe psichedelia emancipata e svolte impreviste, un gioco sonoro che caoticamente segna le tappe di una straordinaria compattezza che infastidisce e stordisce i benpensanti e guerrafondai yankee come pure i puristi del classic rock.

Dodici trace che friggono, distorsioni valvolari, frenetismi e salive roventi che fanno gruppo sensuale e antagonista, stupende garage-ballad “Hey Joni”, “Eric’s Trip”, più in la chitarre e voci suadenti che sostengono “The Sprawl”, “Kissability”, una smorfiosetta Kim Gordon che fa numeri incalcolabili magnifici “Silver Rocket”, “Rain King” o più sotto le nuvole nere di “Candle” a chiudere un suggestivo album che non è altro che “anticipo” per le grandi registrazioni a venire.

Anche un disco imbrattato di polvere lunare, che sbalordisce e che non rassicura affatto!
http://youtu.be/BKMD8vI1MaM

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