Taxi Driver Records Tag Archive

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #03.02.2017

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Le classifiche del 2016 di Antonino Mistretta

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Fabio Cuomo – La Deriva del Tutto

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La metamorfosi è uno dei temi principali della nostra cultura: da Omero a Carpenter, dalle scienze cognitive all’identità di genere, sembra riesca a rimanere un ambito in continuo sviluppo e lontano dall’essere esaurito (in crisi l’uomo, in ascesa il robot).
La Deriva del Tutto è un complesso lavoro al limite fra il racconto ed il suo effettivo disfacimento, nei giorni del disastro culturale -forse il titolo dell’album è meno retorico di come si possa pensare- la decostruzione e la successiva espansione attraverso raccordi al limite dell’atonale di matrice Ambient sembra funzionare bene. Le due canzoni che compongo questa esperienza sonora sono in realtà contenitori di un sistema che si libera di ogni struttura musicale, privandosi di veri e propri temi ad eccezione di qualche citazione sparsa qua e là. Le stanze rappresentante dal genovese Fabio Cuomo cercano l’asetticità poetica lasciando al fruitore il compito di ricostruire la propria esperienza estetica.
È possibile trovare una cesura nei minuti finali di Bene Gesserit (Dune e la metamorfosi -di nuovo- del nostro pianeta?), dove possiamo effettivamente assistere ad uno stacco quasi cinematografico, collocato e schierato verso una direzione definita; è forse la forma compiuta dell’intero processo di sviluppo dell’album.
Non credo in ogni caso che questo sia una creazione da accostare ad una qualsiasi colonna sonora. La Deriva del Tutto è un ottimo ascolto per capire come certo sperimentalismo si muove e cerca di attingere dall’avanguardia post Eno.
Finisco con una considerazione riguardante il missaggio: avrei preferito un minor volume a vantaggio di una maggiore profondità nel panorama sonoro.

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Morgengruss – Morgengruss

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Morgengruss è il nome dietro al quale si cela il progetto solista del genovese Marco Paddeu (Demetra Sine Die e Sepvlcrvm) che per questa nuova avventura si presenta con un disco, registrato da Emiliano Cioncoloni per Taxi Driver Records, che è un viaggio meditativo e minimale all’interno di sé; l’album, dal cuore Folk Drone, ed all’interno del quale non mancheranno componenti Doom e Kosmic, sarà sorretto da abbondanti dosi di psichedelia.
Morgengruss è anche il titolo di un brano dei Popol Vuh post Hosianna Mantra (dei quali non sarà difficile trovare sentori tra questi solchi), quelli del periodo che lega il loro nome a quello del regista Werner Herzog, il brano è presente nel disco Aguirre colonna sonora del film “Aguirre, Furore di Dio”, nel quale una spedizione spagnola alla ricerca della mitica terra di Eldorado verrà sterminata anche a causa del suo (autoproclamatosi) comandante interpretato dallo straordinario Klaus Kinski, pellicola girata in Perù tra la foresta amazzonica ed alcuni affluenti del Rio delle Amazzoni e capace di emanare una forte connessione spirito/natura, connessione che anche in questo lavoro di Paddeu non verrà a mancare.

Il disco mostrerà i suoi modi già dall’iniziale e suggestiva “Father Sun”, un Folk Drone ancestrale, etereo ed ipnotico, nel quale la chitarra di Paddeu ricamerà, come in buona parte del disco, trame che pur avendo un respiro più ampio rimanderanno agli Earth come agli House of Low Culture, il brano sembrerà cullarci accompagnandoci tra le braccia del sole per poi abbandonarci in un vortice apparentemente freddo ma in realtà dal cuore caldissimo. Più scura e desolante sarà “To an Isle in the Water”, nella quale troveremo la partecipazione di Roberto Nappi Calcagno alla tromba che donerà al brano un tono morriconiano, toni che diverranno più psichedelici, ma non meno cinematici, nelle successive “River’s Call” (buonissimo lavoro alla chitarra ed ai fiati) e “Apparent Motion”, fino a giungere al culmine psichedelico di “Like Waves Under the Skin”, pezzo nel quale pare si incontrino Six Organs of Admittance e The Brian Jonestown Massacre, ma che paradossalmente suona come il brano meno riuscito del lotto.
Troveremo il meglio del disco nei due pezzi conclusivi: “Vena” ci porterà in territori Dark Jazz grazie all’ottimo lavoro di Sara Twinn al sax, mentre la chitarra di Paddeu tesserà essenziali trame di psichedelia oscura, e mentre la voce sembrerà arrivare dall’oltretomba ricordando un certo Michael Gira, non risulterà difficile sentirsi in territori lynchiani, per lo meno fino all’arrivo nel finale di un vortice dronico; nella conclusiva “Hope” troveremo due ospiti (Enrico Tauraso, diapason ed effetti, ed Emiliano Cioncoloni, pianoforte e percussioni), che si adegueranno perfettamente al suono lento e distante che Paddeu desiderava per questo lavoro, tutto suonerà infatti in modo talmente minimale e perfettamente bilanciato da renderlo il brano più rarefatto e ricco di pathos del disco, qui i Popol Vuh del periodo sopra citato saranno più che percepibili per un brano ricco di tensione onirica esaltato da voci e suoni eterei e da un breve ed intenso spoken di Paddeu.

Morgengruss è un album sospeso ma denso, terapeutico ed iconologico, che raccoglie le emozioni, le paure, le nostalgie e le speranze che ci plasmano e che facendoci toccare la notte con mano riesce ad evidenziare i suoi come i nostri spiragli di luce e colore, non sarà l’Eldorado ma questo chiaroscuro è la ricchezza che a fine ascolto (sotto lo sguardo d’aria, acqua, fuoco e terra della natura) potrà sicuramente farci sentire più fortunati e consapevoli di Aguirre e dei suoi compagni di spedizione.
Disco che difficilmente avrà la fortuna che meriterebbe e che per questo, ancor di più, consiglio agli amanti del genere di non farsi sfuggire, non sarà l’Eldorado ma è sicuramente terra che merita di essere scoperta.

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Vanessa Van Basten – La Stanza di Swedenborg

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Temple Of Deimos – Work To Be Done

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Facciamola corta: i liguri Temple Of Deimos sono riusciti a teletrasportare dentro i confini italici uno scampolo del Palm Desert californiano. Ci si sono piazzati in mezzo, coi loro fuzz e il loro recupero filologico e gustosissimo delle caratteristiche chiave del sound nineties di Queens Of The Stone Age e precursori, e ci hanno confezionato questo appetitoso Work To Be Done, dieci brani di rock obliquo e compatto, potente e psichico, dove chitarre dai riff affilati ti artigliano la faccia senza pietà (“Sun Will Gulf US”, o “Questi Cazzi Di Vespone”, provare per credere) e le cui batterie muscolari non ti lasciano prendere fiato nemmeno per mezzo secondo. Sonorità e ambientazioni completano il quadro: un immaginario quasi alieno, come lascia intendere anche la splendida copertina. Il risultato è una gragnuola di colpi che farebbe bagnare qualunque appassionato del genere, un genere qui affrontato con rispetto, fantasia e compattezza d’organi genitali (col cazzo duro, insomma). Qui e là solo la voce non mi soddisfa al 100% – intendiamoci, questione di gusti: Fabio Speranza canta completamente immerso nel mood e il risultato non è mai insufficiente, anzi. Nel complesso, dunque, la prova è riuscitissima. Li ho pure visti dal vivo, e spaccano. Che altro dire? Avevo promesso di farla corta, finiamo così: un pelo di distacco in più dal materiale d’origine e avremo tra le mani un gruppo di quelli tosti, ma tosti davvero. Intanto godetevi Work To Be Done, che già così è una bella cavalcata.

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Due nuove uscite per i Vanessa Van Basten

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Ruins: Sketches and Demos (Solar Ipse): Solar Ipse è lieta di presentare il nuovo, quarto album dei Vanessa Van Basten. Ruins: Sketches and Demos raccoglie il meglio tra versioni demo, live e abbozzi digitali registrati e gelosamente custoditi durante tutto il periodo di attività del gruppo. Non si tratta di una vera e propria operazione d’archivio perché i brani sono stati scelti, editati e assemblati in modo da creare un trip unico e coerente, come per le uscite “normali” della band.

Disintegration EP (Taxi Driver Records): Bellini dichiara: «”Disintegration” dei The Cure è uno dei miei dischi preferiti di sempre. Pubblicare un album di cover come Vanessa Van Basten è stato per lungo tempo un sogno nel cassetto. Queste sono quattro interpretazioni personali fra quelle canzoni, dalle atmosfere come sempre pesanti, realizzate grazie all’aiuto del batterista Francesco Valente (Il Teatro degli Orrori) e altri illustri ospiti come Francesco Candura (Jennifer Gentle) e Lorenzo Fragiacomo (The Butterfly Collectors). Il genere umano non crea più musica. È il momento di risuonare vecchi capolavori, senza vergogna!”»

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L’Inverno della Civetta – L’Inverno della Civetta

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Un’aria gelida entra nelle narici, i polmoni gelano e il cuore accelera all’impazzata. Le pesanti chitarre de L’Inverno della Civetta conquistano spazi indecifrati nelle fantasie più remote. Quasi una violenza psicologica, porta uno strano piacere sottostare. L’Inverno della Civetta per mettere subito le cose in chiaro è un progetto ligure partecipato da molti artisti: Meganoidi, Mope, Od Fulmine, Isaak, Gli Altri, Eremite, Bosio, Kramers, Numero 6, Demetra Sine Die, Giei, The Washing Machine, Madame Blague, Lilium, Merckx. La pressione dei brani riesce ad essere ogni volta diversa, camminare nella nebbia fittissima e sentirsi smarriti nella Post Stoner Rock “Territori del Nord Ovest”, urla e disperazione in un concentrato di sperimentazione sonora. Ma le tante influenze presenti nel progetto hanno la capacità di cambiare velocemente le carte in tavola, i ritmi si fanno indiavolati e fuori continua a piovere incessantemente. La brevissima ma incisiva “Amaro”. L’omonimo disco rappresenta un percorso di paura, di intolleranza verso la felicità, un’avventura segnata dai forti venti e narrata da Lovecraft. Viene quasi voglia di piangere, il sole non sorge mai in “Morgengruss”, sentori di Black in “Bantoriak”. Tutto si svolge secondo una logica ben definita, sembra di vivere nella Svezia più lugubre, mancano quasi sempre le parole nei brani, le atmosfere decidono incontrastate le sorti del disco superando l’importanza dei riff. Indiscutibile la tecnica. Sembra di rivedere Il Santo Niente in “Messaterra”, in particolare per la parte cantata, il sound mi tira velocemente fuori dalla condizione mentale in cui mi ero gettato. Mi trovo spiazzato e non accetto volentieri lo scorrere del pezzo. Ma siamo alla metà del lavoro e le cose potrebbero cambiare fino alla fine.

Infatti, il disco prende una piega decisamente diversa e non nascondo la delusione, non riesco a concepirlo. Dove sono finite tutte quelle atmosfere tanto eccitanti dell’inizio? Quelle che riuscivano a farmi sussultare le emozioni? “Numero 7” addirittura assomiglia ad una canzone popolare gitana, niente contro le canzoni popolari ma non riesco a realizzare cosa ci faccia in questo supporto. Mi scende uno sconforto impressionante e tutta la mia ammirazione viene dimezzata. L’Inverno della Civetta meriterebbe la massima ammirazione fino alla traccia numero quattro, da quel momento in poi le cose cambiano in modo impressionante. Se fosse stato un Ep sarebbe stato qualcosa di epico, purtroppo non lo è, ma prendiamoci pure soltanto la parte “paurosamente” bella. Veramente un grande peccato, un viaggio finito a male.

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Christopher Walken – I Have a Drink

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Arrivano da Genova i Christopher Walken, e giungono alle orecchie incazzati e potenti, con una spennellata ironica e grottesca che fa tanto stoner, di quello meno atmosferico e più metal (“Miss Fraulein much?” “E perché non i Deliriohm, con un po’ più di forma canzone?” – piccolo riassunto dei miei dialoghi interiori).
La cartella stampa ci informa che I have a drink “propone 35 minuti di stoner e psichedelia”, e in effetti è questo che fanno i Christopher Walken: canzoni dirette, tirate, rapide e infuocate, con un alone scuro a bagnare il tutto. Bassi gonfi, ritmiche serrate, e una menzione speciale agli inserti di chitarra, che, quando non appoggiano bordate buie sotto la cupola frizzante di piatti e voce, sono pronte a scattare avanti, in faccia all’ascoltatore, con movimenti inusuali e passaggi sorprendenti (il piccolo solo di Nell’abisso del tempo, ad esempio, o in generale Winter love).
Stranamente (e imprevedibilmente) li gusto di più quando tentano la strada dell’italiano (Nell’abisso del tempo, ma soprattutto Camion Babylon): suonano più freschi, meno clone, e anche più divertenti, più “giocherelloni” – e non lo trovo assolutamente un male in mezzo al marasma power che abita il disco: è un bel modo per spezzare una violenza che, sebbene gratificante, potrebbe avere il rischio di stancare, dopo un po’.
Quanto al lato psichedelico, non si mostra molto, in verità; ci sono però ottimi spunti (l’intro di Long way to fall, i minimali inserti di synth in I have a drink) che magari sarebbe interessante veder sviluppati nel futuro. Per ora ciò che rimane protagonista nelle musiche dei quattro Christopher Walken è il rock duro, immediato (la durata media dei brani è di 3 minuti e mezzo).
Concludendo, I have a drink è senza dubbio un bel disco, e se siete fan della scena stoner/metal dategli assolutamente una chance. Ad ascoltatori meno abituati potrebbe risultare un po’ affaticante, ma in quel caso l’errore è vostro.

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