One Dimensional Man Tag Archive

Vintage Violence – Capiscimi (acoustic version) [STREAMING]

Written by Anteprime

‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di ottobre 2017

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Godspeed You! Black Emperor, Klimt 1918, Melvins, The Dream Syndicate… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di aprile 2017

Written by Eventi

The Notwist, Steve Gunn, Ofeliadorme, One Dimensional Man… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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La Belle Epoque – Il Mare di Dirac

Written by Recensioni

Disco d’esordio per il quartetto bergamasco, registrato in presa diretta “come una volta”, in un’unica, grande sala di ripresa: Il Mare di Dirac si copre così di una patina retrò e una sensazione di coolness indefinibile ma gustosa. Questa sensazione fresca aleggia su molti dettagli di questo disco breve, compatto, focalizzato: otto brani di un Rock non eccessivamente originale ma dipinto con accuratezza, dalla sezione ritmica che spinge sempre avanti alle distorsioni taglienti il giusto, passando attraverso accortezze melodiche raffinate, sia nelle linee vocali che negli inserti di piano o di chitarra. Bastano pochi ascolti e i brani si piantano nel cervello con facilità, sempre in bilico tra l’estremo del “pestone” anni 90 (“Icaro” ha un inizio che richiama “Tell Me Marie” degli One Dimensional Man) e la raffinatezza Pop degli arrangiamenti e della composizione (la title track, sinuosa e ammiccante). La voce di Luca Boschiroli completa il quadro col suo timbro basso, caldo: perpetuamente effettata, ha una personalità d’altri tempi, e le liriche, che vivono di scarti e ellissi, d’indeterminatezza e approssimazione, ne guadagnano, diventando un flusso sonoro che riempie lo spazio e il tempo in modo semplice ma puntuale, dalle pause oculate, senza strafare, in un andamento vago e ipnotico. La Belle Epoque riesce a ritagliarsi un suo spazio grazie alla precisione del lavoro, all’eleganza del sound, alla misura con cui gestisce gli elementi che compongono i brani. Quando non vi andrà di cercare l’originalità a tutti i costi, quando avrete voglia, semplicemente, di ascoltare dell’ottimo Rock alternativo e un po’ nostalgico, diretto e suadente insieme, Il Mare di Dirac sarà il disco che vorrete avere nelle orecchie: non vi deluderà.

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Pierpaolo Capovilla in Obtorto Collo Tour

Written by Senza categoria

Torna il Party Ridens, il grande evento che l’etichetta discografica Ridens Records, organizza e che propone artisti di grande spessore all’interno del panorama indipendente. L’evento che si terrà venerdì 28 novembre, è in collaborazione con il Venerdì di Voodoo Ray, questa volta sul palco del Tipografia di Pescara salirà Pierpaolo Capovilla, per il suo tour unica data in Abruzzo.

Cantante, bassista, leader e fondatore di due dei gruppi che più hanno segnato la storia della musica indipendente degli ultimi 10 anni, è stato protagonista, oltre che con One Dimensional Man Il Teatro degli Orrori (l’ultimo disco “Il mondo nuovo” è del 2012), anche nel recente ciclo di letture tratte dal romanzo di Matteo De Simone “Denti guasti”, e nel reading “La Religione del Mio Tempo”, interamente dedicato a Pier Paolo Pasolini. Un ritorno live tra i più attesi per una delle voci più profonde ed affascinanti del panorama italiano. Un lungo percorso che oggi vede Pierpaolo per la prima volta impegnato in un progetto solista. Il Nuovo album “Obtorto Collo” è uscito il 27 maggio 2014 su etichetta Universal Music / La Tempesta.

Pierpaolo sarà accompagnato per l’occasione da una band d’eccezione per riproporre l’album dal vivo con uno spettacolo intenso e unico: Stefano Giust (batteria), Francesco Lobina (basso), Alberto Turra (chitarra), Kole Laca (tastiere) e Guglielmo Pagnozzi (sax).

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GramLines – Coyote

Written by Recensioni

Non è di certo una novità che il Veneto sia culla di sana musica. Abbiamo spesso sentito parlare di One Dimensional Man, progetto idea del geniale Pierpaolo Capovilla, dei Non Voglio che Clara, determinati e scuri, degli Artemoltobuffa, simpatici, indipendenti e dal carattere naif. E quanti locali hanno passato “Warp 1.9” del progetto The Bloody Beetroots o il metallo degli Arthemis. E la Patty Pravo che riecheggia per le strade. La lista è sufficientemente lunga e la conosciamo bene, ma oggi siamo interessati ad un nome soltanto: GramLines. Sono in cinque e sono di Padova. Tutta roba italiana, recitata in inglese, che ben si addice allo stile aggressive Alternative che hanno deciso di abbracciare. Nel 2012 esce il primo EP della band, sotto il titolo di Burning Lights EP e due primavere dopo, in maggio sboccia un nuovo lavoro: Coyote EP, suonato su palchi condivisi con nomi del calibro di Linea 77 e Zen Circus. Non male.

Il disco si presenta caratterizzato da tonalità molto impetuose, perfettamente realizzate nella stesura di “The Bone”, capitolo #2. L’orecchio viene inevitabilmente spiazzato da un basso incredibilmente in linea con quanto proposto dai The Strokes ed il paragone è inevitabile, seppur mancante la vena Indie, sostituita da un perfetto stile Alternative. Il risultato è di gran lunga più orecchiabile, caratterizzato da venature a tratti metalliche e a tratti Blues Rock, nulla togliendo ai mitologici newyorkesi. Nell’episodio successivo si fa spazio a tastiere ed arpeggi maggiormente melodici, accompagnati da lievissimi chorus, ma lo stile si afferma e continua a risaltare quella tendenza Blues di cui poc’anzi. Le estroverse chitarre di Stefano Bejor e la camaleontica voce di Francesco Campaioli ben sanno raccontarsi attraverso gli oltre 6’ di “The Road”. Ma Coyote EP sa farsi ben apprezzare e non ha di certo paura di sfoggiare strutture alternative attraverso l’intro Rock’n’Roll di “The Thrill of a Breakdown”, che cede presto spazio al bit bass di Alberto Pavinato. Strutture non di certo banali accompagnano l’intero brano per tutta la sua durata, donando alla traccia un carattere molto più internazionale. L’ultimo episodio dell’EP continua a manifestare lo spirito animalesco dei cari GramLines ed è soltanto a questo punto che si riesce ad apprezzare pienamente il timbro di Francesco e le doti artistiche di tutti i musicisti protagonisti del progetto. Una splendida credit track per uno splendido lavoro.

Nulla da aggiungere, a questo punto, attraverso Coyote EP la vita diviene una strada. È questo il tempo delle bestie? Amano raccontarsi così. Noi intanto raccontiamo le aspettative attraverso un giudizio dal carattere interessante, in attesa di un vero album studio.

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Pierpaolo Capovilla – Obtorto Collo

Written by Recensioni

Nudo e pesante: le prime parole che affollano la mia mente ascoltando questo nuovo lavoro di Pierpaolo Capovilla. Il ben noto frontman de Il Teatro degli Orrori e dei One Dimensional Man tenta la strada solista attraverso undici episodi di pura maledizione: Obtorto Collo. È senza ombra di dubbio un disco viscerale, con il quale il Capovilla si mette a nudo, mostrando quanto di più profondo, libero dagli schemi del Rock, dalla ritmica e da ogni altra forma di indirizzamento. S’incammina in una nuova strada, tortuosa e buia, sperimentando a tratti uno scurissimo reading sulle note di Paki Zennaro. Già in passato la sua musica ha suscitato non poche critiche, risultando complessa ed affascinante allo stesso tempo e generando un’ambigua scissione fra odio e amore. Un po’ come accade per i Marta sui Tubi, il cui pubblico è scisso: o 10 o 0, nessun brano escluso. Capovilla è uno a cui non piacciono mezzi termini nè scale di grigi. È tutto o niente. L’ultimo lavoro ne è la prova.

Obtorto Collo è un lavoro di estrema ambizione, fin troppo sperimentale: è Icaro, incontentabile e presuntuoso. Capovilla demolisce poco a poco ogni forma di armonia, cedendo il passo alla mera poesia. Riesce ad andare oltre. Un poeta maledetto. Racconta di storie tragiche, di storie vere, di intellettuali rom di periferia, di violenza e di maltrattamenti ospedalieri. Racconta dolore su note buie, attraversando capitoli di tremenda agonia come “Ottantadue Ore”, capitoli di sfogo politico e capitoli di più lieve impatto e maggiore armonia, quali “La Luce delle Stelle”. La title track è l’assoluta maledizione del poeta. Fra strumentale e parlato è in grado di generare la più profonda angoscia nell’ascoltatore. È il teatro dell’oscuro e, personalmente, lo trovo un estremo azzardo. Troppo estremo.

Sono molti i punti in cui la critica ha riscontrato un avvicinamento ai Massimo Volume, ma francamente lo trovo un paragone forzato ed assolutamente fuori luogo. Le differenze sono enormi! Tematiche, generi e musicalità sono lontani anni luce. Il sol fatto di adottare un reading style non comporta la possibilità di raffronti. Sfatato questo mito, posso affermare che, personalmente, trovo il disco eccessivamente complesso, molto più del necessario. Un artista come Capovilla può certamente darsi arie e permettersi  di osare, ma per lanciare un messaggio è necessario adottare il linguaggio del popolo. Troppa distanza, troppo buio, troppa sperimentazione, troppa intimità. “Invitami”, primo episodio, è un sunto perfetto al riguardo. Il mio giudizio si basa sull’aver troppo osato, sull’essere andati troppo oltre. Restano i complimenti per l’incredibile personalità mostrata ancora una volta. Pierpaolo Capovilla conferma la sua intellettualissima vena artistica, dando prova di potere praticamente tutto. Ma troppo oltre trovi il nulla e dal nulla non si emerge. Cinque e non di più. Anche Icaro volò in alto, ma così in alto che il Sole sciolse la cera che gli teneva le ali. E cadde giù.

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Laika Vendetta – Elefanti in Fuga

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Nuovo disco per i Laika Vendetta, Elefanti in Fuga racchiude rabbia e maestosa potenza, la voglia di non accettare il presente sbattuto in faccia dalle impetuose chitarre. Non è facile lasciarsi tartassare lo stomaco, un pugno dietro l’altro, sentori di Hard Rock anticipano sensoriali atmosfere Stoner. Il Rock bello deve picchiare duro nella sostanza ma soprattutto nella forma, i Laika Vendetta spiegano minuziosamente la loro lezione di “ribellione”. Apertura dura con “L’Ineluttabile”, Alt Rock tipicamente italiano, il sapore degli anni novanta sulla bocca, il pezzo tira dritto com’è giusto che sia. Niente di riscaldato nella mia minestra, il forte dissenso espresso nel testo (testi in italiano) viaggia perfettamente in armonia con la mia moderna visione della vita. Dire condizione di vita di merda è fare complimenti. Intima ed arpeggiata la successiva “Milano Roma”, il brano cresce quasi subito, dolce violenza. I suoni non sono freschi ma l’apporto delle dure chitarre rimedia una situazione d’avanguardia non troppo presente. Avete presente i chitarroni dei One Dimensional Man quando erano ancora vivi? Subito cattiveria in “La Sposa di Fango” (ispirata all’omonimo racconto di Emidio De Berardinis), l’aria si mantiene pesante per tutta la durata del pezzo. Perché se non è ancora chiaro i Laika Vendetta picchiano decisamente forte e gridano disagio senza precauzione. Ho sentito il fiato di Cristiano Godano nella morbida (per quanto possa esserlo) “Inverno Estate”, sarà l’impressione ma qualcosa mi ha portato direttamente verso quella direzione. Ho apprezzato incondizionatamente il suono del basso, diamante grezzo dell’intero brano. “Labile” parte benissimo e qui il titolo stesso riporta ai MK più vecchi e credibili possibile, non trovo entusiasmo e lascio scivolare senza pretese. Sarà quell’attaccamento così conformato alla scuola alternativa italiana, sarà che per sentirsi vivi serve ben altra roba. Ecco “Elefanti in Fuga”, un pezzo scritto di pancia, armonie Progressive e razionalità da vendere.

I Laika Vendetta per la prima volta durante il disco riescono ad osare con successo. Ballatona d’amore violento, sentimento e follia, è il momento di “Samsara”, il ciclo della vita, della morte e della rinascita. Non c’è niente da fare, la parte migliore di questa band è l’espressione della potenza, in “Samba Generazionale” tutto questo viene fuori nonostante il passo non presenti esagerate vocazioni compositive. C’è chi nasce per fare bordello. Il disco si lascia condurre fino alla fine, la chiusura affidata ad una melanconica “Kali allo Specchio” rilassa i nervi tenuti sotto tensione per l’intera durata del disco. Immaginate davvero degli elefanti in fuga, pensate al frastuono prodotto, al caos generato, alla disperazione. Ecco cosa si prova dopo avere ascoltato questo lavoro. Tante cose belle e pochissime brutte, i Laika Vendetta ti entrano bastardi nelle viscere e non sarebbe affatto male lasciarsi prendere. Non hanno niente da invidiare a tante super affermate band nostrane, Elefanti in Fuga mantiene viva la tradizione dell’Alt Rock italiano. Guardatevi intorno e trovate di meglio se riuscite a farlo.

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Capovilla annuncia il suo primo album solista

Written by Senza categoria

Cantante, bassista, leader e fondatore di due dei gruppi che più hanno segnato la storia della musica indipendente degli ultimi 10 anni, Pierpaolo Capovilla è stato protagonista, oltre che con One Dimensional Man e Il Teatro degli Orrori (l’ultimo disco Il Mondo Nuovo è del 2012), anche nel recente ciclo di letture tratte dal romanzo di Matteo De Simone “Denti guasti”, e nel reading “La Religione del Mio Tempo”, interamente dedicato a Pier Paolo Pasolini. Un lungo percorso che oggi vede Pierpaolo per la prima volta impegnato in un progetto solista che uscirà nei negozi entro l’estate su etichetta Virgin / La Tempesta / Universal Music.

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Lleroy – Soma

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Con i Lleroy non si va sul morbido, è una evocazione dell’eroismo quale sintomo puro, a suo modo innovatore, degli spiriti maligni del rumore, del noise ibridato e del bailamme angosciato ed ebbro che urla, strilla e aggredisce nei suoi significativi aspetti Post-Hardcore, e quello che circola nei bagliori siderurgici del loro Soma è l’eccellenza e la sfumatura della devastazione congegnata.

La triade marchigiana suona brutale nelle sue nove tracce, un assalto sensoriale che arriva da ogni direzione, quasi provenisse da casa Warp come un insieme di tracciati paralleli a stilettate feroci che danno ansia e goduria nel contempo, e dopo una “stasi” di quasi cinque anni da quel fenomenale Juice of Bimbo, risentire queste avvisaglie di guerra sonica fanno sì che l’ascolto generale prenda tutta un’altra storia.  Sono solchi di violenza ultrasonica, e l’insorgenza della loro attitudine riporta in quel germogliante inferno compresso di certi Gerda, One Dimensional Man, nella stimolazione sclerotiche alla Neurosis come nelle dilatazioni ossessive degli Uzeda, tracce emaciate e industriali che sfoggiano una vastità di occasioni per far perdere la testa e la cognizione di dove ci si trovi nel momento del loro passaggio diabolico.

L’urlo è il canto “Cuorleone”, la destrutturazione la melodia “Don Peridone” e l’estasi del buio “Soma” la realtà in cui il trio affonda la sua psicotica anima fino allo spasimo: tutto è angusto e spigoloso, una interpretazione “cattiva” imbastardita da fuzz, distorsioni laceranti e ritmiche secche “Ultimi Sintomi”, sangue e vene in cortocircuito che fanno una operistica inquietante ma dal fascino destroyer inattaccabile “Merda nazionale”; come Grindcore ci siamo alla grande, se poi ci vogliamo fare del male fino in fondo i sette minuti primi di “Omega999” ci aspettano per scarnificarci tra lazzi e frizzi granguignoleschi dove il caos elettrico regna come una mignotta nei suoi paradisi violacei, violacei come una ecchimosi spaventosa.

Francesco “Fre” Zocca, Riccardo Ceccacci e Chiara Antonozzi tornano sulla scena del delitto con un disco che ok si scontra e rotola nella freddezza delle sonorità mutuate dall’Hardcore, ma una freddezza che mette addosso un calore tremendo, una muriatica solvenza che regala una altrettanta maestosa calura di potenza ipnotica “Pura grazia”. Se amate l’alternativa cruenta dei gironi danteschi dell’Inferno siete i benvenuti!

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Nimby – Not in my Back Yard

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Completamente autoprodotto, Not in my Back Yard porta con se un’ottima produzione, che riesce a mantenere quell’impatto e quella vena live grezza anche all’interno di un impianto stereo. Non a caso infatti è stato registrato e mixato dal produttore artistico Fabio Magistrali (Afterhours, One Dimensional Man)presso il Parco Museo Laboratorio dell’artista internazionale Nik Spatari, col quale è nata una collaborazione per la definizione dell’artwork del disco. I Nimby sono Tommaso La Vecchia (voce e polistrumentista), Aldo Ferrara e Francesco La Vecchia (chitarre), Gianluca Fulciniti (batteria), Stefano Lo Iacono (basso), Raffaele De Carlo (flauto e tastiere) e producono del sano e grezzo Alternative Rock contaminato da Psichedelia misto Grunge, con la giusta cattiveria pestata e momenti melodici nostalgici.

Ma parliamo un po’ di queste dieci tracce, che si aprono con un quieto synth a introdurre “This Lines Among Them”, brano che parte prepotente con una batteria tutta tom e rullante e che segna fin da subito il timbro sporco della band, ricordando però attraverso la melodica voce quella voglia di riprendere le sonorità del Rock sporco americano di fine anni ’80. Ancora rumore con “Day Hospital” che aggiunge distorsioni vocali al mix sonoro, mentre con la successiva “Sleeping” le atmosfere si fanno più pacate ed elettroniche. Grezza e potente è invece “N.I.M.B.Y.”, traccia che ricordando il nome della band e dell’omonimo album fa presumere sia quella che maggiormente rappresenti lo spirito del loro essere musicale. Tra una drum pestata a modi Pearl Jam, un flauto dalle sembianze celtiche e degli intramezzi musicali nudi e crudi, le successive “Church of Reason” e “Cinema” escono vincitrici tra tutte le tracce, regalando alle orecchie un’ottima miscela sonora complessiva. Chiude il cerchio la pacata e sperimentale “Rubber Moon” in cui si fondono suoni noise, flauto, piatti, tamburi e chitarra acustica, come se Ia band abbia voluto dire all’ascoltatore: “Ok, dopo questo lungo viaggio sonoro sei giunto al capolinea, ora riposati”, e io ora mi congedo e spengo lo stereo. Amen.

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