Moltheni Tag Archive

Umberto Maria Giardini @ Monk Club, Roma | 18.05.2017

Written by Live Report

Sembrano lontanissimi i tempi di Moltheni, l’hipster ante litteram, quando ancora il fenomeno non era nemmeno circoscrivibile con un nome. Sono ormai sette anni che Umberto Maria Giardini si presenta al suo pubblico con il vero nome, un pubblico di tutto rispetto.

(foto di Beatrice Ciuca)

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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di marzo 2017

Written by Eventi

Julie’s Haircut, Umberto Maria Giardini, Russian Circles… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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Umberto Maria Giardini – Futuro Proximo

Written by Recensioni

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #16.09.2016

Written by Playlist

Tra le righe di Sanremo: i dieci brani che (forse) non ricordate più

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Metropolis, il nuovo concept album degli Albedo

Written by Senza categoria

Uscirà il 16 marzo in digitale e Cd per etichetta Massive Arts (Fratelli Calafuria, Nadar Solo) e free download per V4V-Records, Metropolis, il quarto disco degli Albedo reduci dal successo di Lezioni di Anatomia (V4V-Records 2013). Metropolis è il quarto disco in studio degli Albedo. Il titolo è un tributo al capolavoro omonimo di Fritz Lang, capostipite della fantascienza al cinema. Metropolis si sviluppa infatti come un racconto, una sorta di moderna Odissea, ambientato nel futuro, in rigoroso ordine cronologico e narrato in prima persona. È la storia di un allontanamento obbligatorio, di un viaggio oscuro dalle terre di origine del protagonista, devastate dalla povertà e dalla miseria, verso un grande agglomerato urbano, Metropolis appunto, alla ricerca di una via d’uscita, di un modo per reagire, per cambiare il proprio destino dettato da una ancestrale profezia. La spinta al benessere materiale, negli anni, tocca territori più profondi nello spirito dell’io narrante, che avvia una disperata ricerca di se stesso: “Chi sono io? Da dove vengo?” Queste domande sorprendono per la loro spiazzante semplicità ma sono solo il principio di una feroce analisi di una civiltà distratta, meccanizzata e spersonalizzata, senza più un Dio a dare conforto o in cui credere, espressa dal punto di vista del protagonista, innocente, puro, giacché giunge da un luogo lontano, diverso e distante dall’inumana Metropolis. Un racconto nel futuro proiettabile a ritroso, nel presente, che attraverso il linguaggio della metafora, riferimento continuo nella poetica della band, svela e analizza vizi e perversioni dei tempi di oggi”.

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Io?Drama – Non Resta che Perdersi

Written by Recensioni

Che indifferenza fa una vita in più? quello che abita al piano di sopra di Fabrizio Pollio, la voce, che ha la madre fatta di Lexotan e suona il violino, non è Vito Gatto, estroso, gran segaiolo delle crini di cavallo maschio in “Vergani Marelli”. Ma che indifferenza fa una vita in più? A me non me ne frega un cazzo. Non perché non me ne freghi un cazzo. Ma non ti credo. Credo molto più al Califfo e credo non ti sia mai drogato bene nella vita. Disarmonie in Madreperla che non capisco e che non trovo. Morgan ha già scritto “Altrove” e “Cieli Neri” e Andy le ha suonate da paura. Ma d’altronde esiste Moltheni, fanno le tournè estive i Subsonica. Pace.

Se fossi padre ti direi: “Ragazzo mio non ti racconterò favole i mostri sono altri, non sono quelli nei libri. Impara a conoscere i tuoi e non cercare di descrivere i mostri degli altri che finisce che te li fai venire davvero.” Poi ho capito che Non Resta che Perdersi,  e che la musica non è Lexotan ma tutt’al più Guttalax. Anche la musica. Forse è solo Indie, Alternative. Sono al quarto disco gli Io?Drama e non sembrano volersi fermare. Piacciono anche a qualche mio amico. Non a me, ma lo giuro l’ho ascoltato per intero, “Non resta che perdersi”, tante eco, e non ho smesso mai di pensare alla mail dell’amministratrice di condominio, al vino in frigo, al formaggino Tigre. Continua a fare quello che ti piace Io?Drama o finirai come me, col formaggino e il vino fresco di frigo.

“Amore mio al di là ci aspetterà l’alba più raggiante, ritrovarci ancora a luci spente.”

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Coconuts Killer Band – Party ‘n’ Fun

Written by Recensioni

La Coconuts Killer Band nasce nel 2010 dalle menti di Mick e “Little Demon Sim”, fratelli e rispettivamente chitarrista e batterista di quella che ben presto diventerà una tipica Rock’n’Roll band. Ma come fare una Rock’n’Roll band senza prima una particolare voce con un carisma non indifferente? Ed ecco che alla formazione si aggiunge il cantante John Ron Carpenter, il bassista Ste Doc, il tastierista El Gringo e le killer babies Jade & Gretha. Il gruppo al completo quindi comincia a girare sulla loro instancabile Lemmy Van per diversi locali e festival, partecipando come gruppo spalla a concerti de Il Pan del Diavolo, Moltheni, Zamboni &Baraldi ecc, e vincendo concorsi come “Sotterranea Rock Contest” di San Benedetto del Tronto e il “B-live alternative” di Cosenza che li porterà a suonare in Germania, Belgio, Olanda, Svizzera e Austria nel 2014.

Insomma tre anni davvero pieni per la band abruzzese che nel 2013 esce con la loro prima Demo. Quattro tracce che in toto rappresentano il loro stile predominante che è quello Rock’n’Roll con una spruzzata di altri generi, soprattutto Garage e Punk, tanto per colorire e rendere più gustosa la modernità. Appena parte la prima traccia “No! No!” non è difficile immaginare l’atmosfera fatta di ciuffi alla pompadour, maniche a giro, coriste in rosso che ciampettano una semplice coreografia e lui, microfono simile a un MS-55 Elvis stile anni sessanta che primeggia davanti a tutti. “Party’n’Fun” si muove invece in quel Rockabilly tipico degli anni Cinquanta-Sessanta, periodo che si respira anche nel quarto brano della demo “Last Day” che riconferma prima di tutto la loro conoscenza del genere e del periodo in questione, certamente come “Running Wild” posto come finale eclettico e ritmato.

Insomma i Coconuts Killer Band con questo lavoro dimostrano qualcosa. La passione per gli anni Cinquanta-Sessanta, la padronanza delle loro intenzioni, la tecnica musicale, la voglia di girare e farsi conoscere; infatti il gruppo nell’arco della sua breve vita artistica ha collezionato più di trecento live che non si fermeranno certamente ora. A tutto questo si aggiunge la peculiarità di genere utile soprattutto in realtà festaiole e goliardiche per ballare, sballarsi e non pensare troppo. Tutto può sembrare positivo, elettrizzante e centrato nel punto. Ed ecco che il punto è proprio questo: troppo centrati in una sola epoca, troppo simili ad uno stampino di Elvis, tutto già sentito, già suonato e già vissuto. Quindi perché non usare questa tecnica e bravura musicale per creare qualcos’altro? Magari è l’inglese a rendere un po’ tutto scontato al contrario dell’italiano che sarebbe probabilmente più interessante. Insomma tutti gli elementi ci sono, manca solo quel quid in più.

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Einila – Altrimenti

Written by Recensioni

Einila è lo pseudonimo sotto cui si cela un trentenne polistrumentista nato e vissuto a Marghera  con alle spalle militanze in diverse band (Sthenia, Vinyl Fucktory) ed oggi arrivato finalmente al suo primo progetto solista.
Questo lavoro appare abbastanza variegato nelle atmosfere anche se ci sono spesso chiari riferimenti ai Lunapop e al suo leader Cesare Cremonini (oggi stimato solista), soprattutto nell’opening track, “Sei Fiero di me?”.

Qualità lo-fi invece per le successive “Non c’è Più Energia” e “Share Revolution” in cui possiamo dire che si tocca il top (nel primo caso citando il pop più Indie di Moltheni, nel secondo caso facendo ricorso a un inaspettato e geniale Electro Pop).
“Chiudo Gli Occhi” invece ha un sapore più sixties anche se le chitarre sono abbastanza in risalto rispetto a tutto il resto (penalizzando leggermente l’ascolto) mentre una base ossessiva caratterizza “10.000 Estati al Mare”, in cui un testo mai troppo scontato fa capire che Einila ha la stoffa per aspirare a diventare famoso.
Non è esaltazione o celebrazione di un fenomeno, ma “Prima Cover” riassume il succo di quanto detto precedentemente chiudendo quello che sarebbe secondo scaletta la conclusione del lato A della cassetta (che è ritratta anche in copertina sotto forma di una d-c 90 Tdk come si usava negli anni ottanta).

Il “lato b” inizia invece con “Marghera” dimostrazione d’amore per la patria del cantautore One Man Band e prosegue con “Ho Fame”, canzone che non avrebbe sfigurato su un album dei Bluvertigo o dei Subsonica.
“Fish & Chips & Maccheroni” sembra uscita dalla penna (o dalla chitarra) di Beck, mentre “.L.T.I.D.A” forse è l’unico pezzo che sinceramente non avrei incluso nella tracklist in quanto troppo ripetitivo nei suoni.
Concludono il tutto “Enna Per la Vergogna” e “Seconda Cover” che per fortuna rialzano di molto la media con una voce che finalmente non risulta coperta massicciamente dal resto.
Le basi per un buon futuro ci sono tutte, ma forse la prossima volta è meglio ricorrere all’ausilio anche di altri musicisti e soprattutto di un valido produttore che sappia dare maggiore incisività sui suoni.

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Sintomi di Gioia – S/t

Written by Recensioni

Coprodotto da Umberto Giardini (Moltheni), vede la luce lo scorso ottobre il secondo full lenght dei Sintomi di Gioia, ovvero Luca Grossi (la voce, oltre tanto altro) e Fausto Franchini. Opera di forte matrice Pop, con un’infinità di melodie leggiadre e celestiali, rassicuranti e orecchiabili ma nello stesso tempo forti di strutture portanti e arrangiamenti indovinati e arricchiti dalla presenza di strumentazione extra (oltre a chitarre, synth, batteria e piano) fatta di violoncello, timpani, contrabbasso e quant’altro.
Pop soffice e aggraziato, nello stile di un Riccardo Senigallia o l’ex compagno artistico Federico Zampaglione (anche nella timbrica si possono notare somiglianze con Luca Grossi) ma comunque pieno di sé e fortemente articolato senza inutili pesantezze. Il sound dei Sintomi di Gioia è legato indissolubilmente alla tradizione italiana (Luigi Tenco, Gino Paoli, Vinicio Capossela) cosi come alle nuove leve pop cantautorali ma non disdegna echi di internazionalità in stile Beatles (“Varietà”, “Balcone”) o Flaming Lips (”Balcone”) ma anche Indie made in Uk (“2 Minuti Prima Che Cambiassi Idea”).
Assolutamente da ascoltare con attenzione anche la parte testuale (fortunatamente si canta in lingua madre) che spazia tra scenari cinematografici (“Pieno D’Oro”, “Di Blu”) a dediche esplicite a Marco Travaglio (“Canzone Per T”), passando per la decadenza economica, culturale e generazionale (“Varietà”) o la riscoperta dello sfavillio del creato (“Mi Dimentico di me”).  Un album perfetto per chi ama il Pop puro, nel quale la melodia è padrona, gli arrangiamenti sono una fotografia cinematografica da oscar e le parole suonano come poesia. Perfetto per chi cerca uno spazio tranquillo dove dimenticare rabbia, angoscia e le brutture della vita. Un album perfetto per sognare ma con testi che ti fanno aprire gli occhi.
Non c’è spazio per voi rocker.

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La Band Della Settimana: Albedo

Written by Novità

Albedo significa indipendenza stilistica. Creare se stessi in piena autonomia.

E sono proprio gli Albedo la band della settimana su Rockambula, sono di Milano e hanno appena pubblicato il loro terzo bellissimo disco.

Considerati una promessa per la loro attitudine sincera attaccata a un Rock tradizionale ma mai banale per le liriche sempre più ispirate e cantate in italiano, la band pubblica agli inizi del 2012 A Casa. L’unico video estratto dal disco , “L’Amore è un Livido”, filmato da tre studenti dello Ied di Milano, viene caricato su Rolling Stone.
Hanno girato mezza Italia e condiviso il palco con Giorgio Canali, Moltheni, Zen Circus, Brunori, Gionata Mirai, Sick Tamburo e tanti altri artisti.
Nel 2012 partecipano alla prestigiosa edizione estiva del Miami Festival, insieme ai nomi più importanti della scena indipendente italiana.
Ad aprile 2013 esce il terzo album Lezioni Di Anatomia, edito da Inconsapevole Records e dalla neonata V4V Records.
Un concept originale, affascinante ed allegorico, un lavoro intimo e introspettivo, ma al cui interno ognuno può allo stesso tempo abbracciare un pezzo proprio, una particella di vita rimossa con precisione chirurgica, un frammento di esperienza ricucito sulla pelle per guarire il presente e costruire un futuro migliore.La nostra vita raccontata da chi la vive davvero. Le emozioni, i sentimenti e gli episodi di tutti i giorni visti dalla prospettiva unica e privilegiata degli organi del corpo umano.

 

Potete leggere la nostra recensione e la nostra intervista.
Vi lasciamo al loro ultimo video “Cuore”, buona visione.

 

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Twiggy è Morta! – Credo Mi Citeranno Per Danni

Written by Recensioni

Prima di buttare totalmente testa e orecchie nelle nuove produzioni del nuovissimo anno duemilatredici, ho deciso di mettermi ancora a spulciare tra quanto è rimasto dell’anno vecchio, sperando di trovare qualche cosa che si faccia maledire per non essere spuntato fuori prima, fosse anche per colpa mia. Fidatevi, non è tempo perso. Solo ieri mi sono deciso, ad esempio, ad ascoltare seriamente l’omonimo esordio dei King Tears Bat Trip, band Avantgarde e Free Jazz di Seattle e cavolo, se l’avessi fatto prima… In realtà non sarebbe cambiato un cazzo. Forse avrei ascoltato solo un paio di dischi di merda in meno ma non è neanche detto e forse avrei inserito quell’album nella mia classifica di fine anno, cambiando radicalmente la vita di ogni essere umano. Avrete capito che, in realtà, l’unico motivo per cui si va alla ricerca di qualcosa di bello è semplicemente per udire qualcosa di bello (wow, che scoperta rivoluzionaria) e allora, come già detto, eccomi a rovistare tra le vecchie uscite sperando di essere colpito dal disco giusto.

Twiggy è Morta! Oddio chi era Twiggy? Quella modella inglese supermagra di qualche decennio fa, se non ricordo male. Deve essere proprio il suo, sulla copertina di Credo Mi Citeranno Per Danni, quel volto, tutto scarabocchiato, come vi capita di fare con la foto di Michele Cucuzza in prima pagina alla Settimana Enigmistica, quando seduti sul cesso, noia e stitichezza, avanzano tra le vostra budella.
Molto accattivante la cover. Ho scelto cosa ascoltare.
Sembrano fare le cose in grande questi romani, almeno all’apparenza. Hanno anche un manifesto:
“L’arte è citazione. L’artista copia, il genio ruba. Ridiamo l’arte agli artisti! Twiggy è Morta! Significa che l’arte è morta. La musica è morta, verso un decadimento apparentemente irreversibile. Twiggy è il simbolo, la musa, il feticcio utilizzato. Se prima nascevano i Modena City Ramblers, i Diaframma, i Verdena, gli Afterhours, Paolo Benvegnù o Moltheni, ora è il tempo de Lo Stato Sociale, I Cani, Dente: musica da quattro soldi fatta di slogan in un periodo in cui nessuno ha più niente da comunicare. È tempo di ridare all’arte la sua collocazione.”
Direi che chiamarlo “manifesto” è un po’ eccessivo, però spiega bene il senso di quello che vogliono o forse vorrebbero fare. E poi, cazzo, hanno le palle di dire quello che sembra impossibile da far dire a qualunque artista, soprattutto emergente, del mondo Indie italiano. Lasciando stare il mio giudizio, hanno il coraggio di proferire parole come… ora è il tempo de Lo Stato Sociale, I Cani, Dente: musica da quattro soldi fatta di slogan… Parole che mai, nel corso di un’intervista anche con veterani della scena, sono riuscito a cavare dai loro (dei musicisti) denti. Già solo per questo, Twiggy è Morta! mi fa simpatia. Mentre scorre il loro Ep, cerco di capire chi sia questa band. Come detto, si tratta di quattro ragazzi laziali, Paolo Amnesi (voce e chitarra), Andrea La Scala (chitarra), Valerio Cascone (basso) e Simone Macram (batteria) con già all’attivo un Ep autoprodotto e più di cinquanta esibizioni live e un bootleg, L’arte Marziale (lo trovate in download gratuito o anche su You Tube), tratto un loro live alla Festa De L’Unità. Come avrete capito, i Twiggies (pare che cosi si facciano chiamare) si sono dati un ruolo da supereroi nel mondo Indie, salvatori della musica contro il male rappresentato dalle canzonette nostrane. Assolutamente niente da dire. Anzi, magari ci fosse qualcuno a ridare linfa artistica alla nostra musica. L’unica cosa che mi viene da sostenere è: “Non è che state esagerando?”. Magari converrebbe prima scrivere, suonare, farsi sentire, costruire arte che non lo sia solo per chi la fa, ma anche per chi ascolta e poi, aspettare che qualcuno si renda conto, magari con qualche aiuto, che questa è Musica e non Lo Stato Sociale o I Cani. Non lo dico perché l’arroganza può essere antipatica ai più ma soprattutto perché si rischia di fare la figura dei coglioni.
Intanto che il primo album Le Parole Sono Un Muscolo Involontario, sempre per l’HitBit Records, sarà pronto, io continuo ad ascoltare questo Ep. Sentiamo che succede.
Succede che si parte con il Rock molto classico de “Il Parossismo Del Cuore”, brano che nella sua semplicità melodica e nelle sue esternazioni derivative è abbastanza apprezzabile anche se non proprio originale. Ma questa cosa dell’originalità, come avrete capito, non riguarda necessariamente l’arte o il genio, almeno a detta di tanti, tra cui i nostri Twiggies (vedi il manifesto). Se da un punto di vista musicale i possibili riferimenti sono tantissimi, sia italiani sia stranieri, in ambito vocale, si sfiora in maniera preoccupante non tanto la copia o il furto, ma la parodia involontaria di Giovanni Gulino (Marta Sui Tubi) e Pierpaolo Capovilla (Il Teatro Degli Orrori). Più distesa l’atmosfera di “Crepapelle”, che insegue, a differenza del brano precedente, linee soprattutto vocali più Pop, anche grazie ad armonie sonore languide e struggenti e un cantato a volte quasi solo sussurrato. Con “Legno”, la musica di Twiggy è Morta! sembra fare per un attimo un passo indietro, verso le sonorità del Rock alternativo anni ’90 stile Diaframma, fatto di riff puntuali e mai ridondanti. Il testo non si occupa più dell’amore ma guarda prima all’esterno, attraverso un pessimismo letterario che vi sfido a riconoscere e poi si fionda alla ricerca del genio presente dentro l’animo di ognuno di noi. L’ultimo brano, “A Bocca Aperta” è quello che più di tutti, specie nella sezione ritmica, richiama il sound delle nuove leve della No Wave, come Editors, Interpol, The National, ma anche dei Piano Magic ultimo periodo. Il testo invece sembra essere una specie di manifesto (anch’esso) di quello che significa Twiggy è Morta!, affrontando il tema della bulimia culturale e sociale in un metaforico parallelo con l’anoressia di una modella come Twiggy, appunto.

Nel complesso, quello che ho tra le orecchie è un buon Ep per una band in cerca del suo spazio che mostra ottime capacità esecutive ed anche una certa discreta voglia di essere diversi dalla massa, attraverso la riscoperta di una qualche forma di classicità Rock e soprattutto una scrittura lirica fortemente “arrogante” e concettualmente aggressiva. In realtà, preso come punto di riferimento quello che dovrebbe essere l’obiettivo della band palesato nel proprio manifesto, ci sono alcune cose che non vanno. Innanzitutto, in molti passaggi, non è chiaro quale sia il ruolo dell’ironia nelle loro esternazioni.  Inoltre, fermo restando e preso per buono il concetto che anche l’artista o il genio possono copiare o rubare, è anche vero che artista e genio, quando imitano, migliorano. Nel nostro caso, preso come punto di riferimento il Blues e il Rock Alternativo, la musica dei Twiggies, vi ruota attorno, schiantandosi di volta in volta contro Marlene Kuntz, Placebo, Afterhours, oltre ai già citati, senza mai riuscire, partendo dalla propria orbita, a seguire una strada diversa e comunque più efficace. In merito ai testi, certamente non possiamo negarne l’originalità e sicuramente, sotto questo punto di vista, la loro voglia di distinguersi dal gregge è ben rappresentata ma è anche vero che non ci sono molti spunti davvero poetici o affascinanti.
Credo Mi Citeranno Per Danni è quindi un Ep pieno di buona musica, stracolmo di buoni propositi ma anche una piccola delusione, visto l’obiettivo posto dai quattro laziali.
La speranza è che, con l’uscita del prossimo disco, alcuni limiti possano essere superati. Non vorrei minimamente che ridimensionassero la loro filosofia, anzi. Voglio solo che ce la mettano tutta per dimostrarci che la loro musica non è intrattenimento ma arte, voglio che ci facciano vedere che “se prima nascevano i Modena City Ramblers, i Diaframma, i Verdena, gli Afterhours, Paolo Benvegnù o Moltheni” ora non è solo il tempo de Lo Stato Sociale, I Cani, Dente ma anche di band ancora capaci di creare opere d’arte. Magari band dal nome Twiggy è Morta!.
Una cosa importante che dovrebbero comprendere i Twiggies è che la musica ha la forza di essere arte, a volte intrattenimento o anche tutte e due le cose. L’errore è di chi scambia l’una per l’altro più che di chi fa l’una o l’altro, sempre che non spacci i suoi cazzeggi per opere di valore assoluto. Non è colpa de Lo Stato Sociale, se il loro fare canzoni per divertire e divertirsi è stato scambiato da qualche idiota per il futuro della musica italiana. Prendersela con loro sarebbe come prendersela con chi fa i meme, incolpandoli di distruggere il valore artistico del fumetto. Se cercate dei nemici, cercateli tra chi si annoia a vedere Lars Von Trier e si fionda al cinema per Boldi a Natale, tra chi legge Fabio Vola e ne decanta le capacità filosofiche al bar, tra chi ascolta I Cani convinto della loro genialità e sparla del ritorno di “quel vecchiaccio” di David Bowie. Loro sono il Male. La gente è il Male. L’ignoranza è il Male.

http://www.youtube.com/watch?v=9qUIOo02COw

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