Il Teatro degli Orrori Tag Archive

Nuovo disco e nuovo tour per il Teatro degli Orrori

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A tre anni di distanza dal precedente Il Mondo Nuovo, esce venerdì 2 ottobre il quarto, omonimo album de il Teatro degli Orrori: dodici tracce che dipingono l’affresco di un’Italia allo sfacelo con disarmante ironia e sarcasmo. Un viaggio nella società italiana affrontato con la rabbia viscerale e lo struggente disincanto che contraddistinguono la band.
Il Teatro degli Orrori (La Tempesta Dischi / Artist First) è un disco che si spinge verso un rock più definito ed essenziale ma anche più ricercato, sottolineando il nuovo corso intrapreso dal gruppo, dove spicca l’attenzione poetica ai testi che da sempre contraddistingue la scrittura di Pierpaolo Capovilla.
Un album pensato e scritto per essere suonato live, la dimensione naturale de Il Teatro degli Orrori dove la band si esprime al meglio e sviscera tutta l’energia e la furia dei propri brani.

Queste le prime date confermate del tour, in partenza il 22 ottobre:
-22 ottobre al CSO Pedro di Padova
-23 ottobre all’Hiroshima Mon Amour di Torino
-24 ottobre a Il Deposito di Pordenone
-29 ottobre al Black Out di Roma
-30 ottobre alla Casa della Musica di Napoli
-31 ottobre al Barbara Disco Lab di Catania
-6 novembre all’Arci App Colombofili di Parma
-7 novembre al Circolo Magnolia di Segrate (Milano)
-14 novembre al The Cage Theatre di Livorno
-20 novembre alla Latteria Molloy di Brescia, il 21 novembre al Vidia di Cesena (Forlì-Cesena)
-27 novembre al Demodè Club di Modugno (Bari)
-28 novembre all’Urban Club di Sant’Andrea delle Fratte (Perugia)
-4 dicembre al Teatro Miela di Trieste
-5 dicembre al CSO Rivolta di Marghera (Venezia)
-7 dicembre al Container Club di Grottammare (Ascoli Piceno)
-11 dicembre al TPO di Bologna
-12 dicembre all’Auditorium Flog di Firenze
-18 dicembre all’Emporio Malkovich di Verona.

Prima dei live in tutta Italia, la band incontrerà il pubblico e presenterà Il Teatro degli Orrori in un instore tour. Queste le prime date confermate:
-2 ottobre a La Feltrinelli (Piazza Piemonte) di Milano
-6 ottobre a La Feltrinelli di Torino
-8 ottobre a La Feltrinelli di Bologna

 

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Lume – Lume

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L’esordio della band di Franz Valente (Il Teatro degli Orrori), Anna Carazzai (Love in Elevator) e Andrea Abbrescia è un frullato epilettico e nervoso di Rock graffiante e melodie giocose (“Bad Daughter”), distorsioni rumorose, batterie psicotiche e pianoforti infestanti (“Domino”), con il topping di voci agitate, esaltate, tensive, che qua e là si trasformano in filastrocche inquietanti (l’episodio breve “Sunlight”) o che altrove mescolano maschile e femminile in litanie che affogano nella polvere di un Noise ipertrofico (“Charge”).
Stupisce la libertà totale, incasinata, disordinata, dove si percepisce il divertimento truccato di inquietudine e nervosismo, l’esaltazione per l’afflato distruttivo e confusionario, il gusto per il dettaglio, che sia linea melodica o ritmica. Lume è potente e catartico, divertente, in alcuni anfratti anche ironico, da ascoltare ad alto volume con la faccia incazzata ma così, per ridere. Ed è anche cupo, oscuro, pesante nel pestare a testa bassa, nella follia umbratile, schizofrenica.
Mi fa immaginare un manicomio polveroso, abbandonato, dove ambientare un film horror di serie B, quei film che spaventano e fanno sorridere insieme. Ci danzano figure sfocate che si muovono in modo innaturale, che gridano e cantano e ballano e spaventano da lontano. Le ombre sporche degli angoli e la bianchezza dei denti, sfoderati in un sorriso tagliente oltre una finestra rotta.

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A marzo esce Cella Zero, il debut album de I Giardini di Chernobyl

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I Giardini di Chernobyl nascono nel Febbraio del 2014 e appena 5 mesi più tardi iniziano le registrazioni del loro primo lavoro con Giulio Ragno Favero (bassista e produttore de Il Teatro degli Orrori) presso il Lignum Studio, lo stesso dove Il Teatro degli Orrori e gli Afterhours hanno prodotto il brano “Dea” per il remake dell‘album Hai Paura del Buio?. Lo scorso 27 Dicembre 2014 esce il primo singolo “Un infinito Inverno”. Il debutto è accompagnato da un video realizzato da Stefano Bertelli (Seenfilm), regista di clip musicali per Marlene Kuntz e Caparezza tra gli altri. A Marzo esce il primo album “Cella Zero” per Zeta Factory, label già nota per le pubblicazioni di Rezophonic, Alteria, Kismet, Klogr, Disclose.

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Captain Mantell – Bliss

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Immaginate un viaggio. Ma mica un viaggio qualunque. Immaginate un viaggio nello spazio, di attraversare galassie ed imbattervi in una supernova, evitare buchi neri e sfiorare una nana rossa, il tutto mentre state inseguendo un ufo. Poi immaginate di tornare indietro, di trovare un pianeta Terra irriconoscibile, e di dover andare a ritroso con la memoria, alla ricerca del ricordo di ciò che non esiste più. Il tema del viaggio. Il tema del ritorno. Il tema della ricerca. È questa la trama nella quale si intreccia il filo conduttore che lega gli album dei Captain Mantell, band capitanata da Tommaso Mantelli (ex bassista de Il Teatro Degli Orrori), il cui nome ricorda quello del Capitano Thomas F. Mantell Jr, il primo (e spero unico) pilota morto durante l’inseguimento di un ufo. Bliss è l’ultimo lavoro della band, e narra proprio del ritorno del Capitano sulla Terra, pianeta ormai irriconoscibile ai suoi occhi. Da qui la necessità di scavare nei ricordi alla ricerca delle proprie origini, che in musica si traduce con il ritorno da parte dei membri della band (Tommaso Mantelli, Sergio Pomante, Mauro Franceschini) alle loro origini musicali, il che comporta decisamente la ricerca di nuove sonorità rispetto agli album precedenti. Dall’Electro Punk si passa quindi al Rock, che rimane alla base dell’intero disco, ma che si arricchisce di numerose sfumature e contaminazioni. Ed è così che si percepiscono, solo per citarne alcuni, elementi di Rockabilly (“With My Mess Around”, “Dead Man’s Hand”), per poi passare a pezzi che evocano il buon vecchio Blues (“The Ending Hours”). Ovviamente vengono chiamate in causa anche sezioni ritmiche veloci e ossessive, per non fare torto al Punk (“Ugly Boy”), e c’è poi l’introduzione del sax, che inevitabilmente conferisce al tutto quel retrogusto di Jazz. Il livello d’attenzione durante l’ascolto è altissimo, il disco non scende mai di tono, è un continuo susseguirsi di eventi sonori che non ammettono nessuna distrazione. Un disco dal ritmo incalzante, dalle movenze sensuali, vuoi per la presenza di certi riff che si ripetono con un fare ammaliante (“Love/Hate” e “To Keep You In Me”) quasi fossero le fasi di un corteggiamento in musica, vuoi per la voce di Tommaso Mantelli, prima profonda, poi sporca, poi cattiva (“The Day We Waited For”). Numerosissime anche le collaborazioni presenti nel disco, tra le quali nominiamo Liam McKahey che mette a disposizione la sua voce per “Side On” e Nicola Manzan che si è occupato degli arrangiamenti di “The Ending Hour”, “To Keep You In Me” e “First Easy Come, Then Easy Go”. Un lavoro corposo (14 brani all’appello) e ben curato (anche a livello di grafica in copertina e booklet), ed una ricerca di sonorità vasta ed attenta, dove non sono ammesse le ripetizioni. Un gran bel lavoro di ricerca delle proprie origini, musicali e non. Un gran bel risultato per le nostre orecchie.

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Nadàr Solo – Fame

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I Nadàr Solo sono tre giovani musicisti di Torino, città caratterizzata da un underground musicale vivace e fervido, sostenuto da un discreto numero di locali e realtà pubbliche e private, oltre che da un pubblico di giovani curiosi, studenti, appassionati. Una bella scena. E il terzetto non è di certo di primo pelo. Han ormai anni di carriera alle spalle, costellate di esibizioni, recensioni e collaborazioni di un certo pregio nel panorama musicale nostrano, come quella con Pierpaolo Capovilla. Non stupisce quindi di far partire Fame e trovarsi davanti a un disco ben fatto, ben registrato e ben prodotto. Naturalmente a una band non basta una buona confezione e una buona reputazione. “La Vita Funziona da Sé” ha quell’alone di precariato e instabilità tanto caro all’Alternative nostrano. I tempi sono quelli, in fondo, e non ci si può certo inventare una realtà diversa. Il cantato di Matteo De Simone è in rima, espediente che usa spesso nel corso del disco per la costruzione delle liriche, come anche nella successiva “Non Volevo”, dal tenore ben più scanzonato e canzonatorio. Dall’Alternative Rock arriviamo al Cantautorato con “Cara Madre”, che cede il passo a “Jack lo Stupratore” con le sue sonorità Post Punk anni 2000, pulite pur nella distorsione, le chitarre di contrappunto, ben utilizzate e la voce che sottolinea il sarcasmo su cui è costruito il violentissimo testo. Il ritornello è ridotto a una sola frase reiterata densa di significato ma risulta quasi svuotato dalla sua funzione mnemonica, perché sempre diversa. I testi dei Nadàr Solo sono articolati: lessico altisonante alla Marlene Kuntz e costruzione della frase in stile Il Teatro degli Orrori.

“La Gente Muore”, ha un incalzante andamento in levare scandito dall’intrecciarsi melodico delle chitarre sulla sezione ritmica, mentre colpisce il riff iniziale di “Piano Piano Piano”. Spesso i testi del trio non sono immediatamente intellegibili: i Nadàr Solo sembrano voler dire troppe cose, che non possono comprimersi nello spazio di un verso. Il risultato è un cantato con una scansione sillabica rigida e velocissima, poco ariosa e che non si concede mai un virtuosismo. E stupisce, da astigiana quale io sono, sentire un torinese descrivere la “Ricca Provincia” con tanta amarezza e tanto realismo: una riflessione lucida sulle piccole realtà cittadine, stereotipate e ancorate ai propri stereotipi per definizione stessa, condizioni e modi di fare d’uso, cristallizzati nel tempo e immutabili. Musicalmente ben costruita è “Akai”: sempre in tensione, come in un climax continuo che non trova mai risoluzione, se non forse, per continuità, nella seguente “Splendida Idea”. Davvero pregevole è “Shhh”, un crogiolo di stilemi Indie padroneggiati alla perfezione, in un risultato che richiama quasi gli ultimi Arctic Monkeys – che non saranno al top della forma, ma sono pur sempre gli Arctic Monkeys.

Il disco chiude in sordina, con le sonorità acustiche e Pop di “Non Sei Libero”. Fame val bene un ascolto. Non è il disco della vita e non piazza i Nadàr Solo in nessun qualsivoglia Olimpo musicale. Ma rende indubbiamente giustizia a tre bravi strumentisti, capace di cogliere il mood quotidiano di una gioventù precaria e instabile, in una realtà a volte stantia, a volte distorta, a volte violenta. Se vi capita, concedetegli mezz’ora del vostro tempo.

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Pierpaolo Capovilla in Obtorto Collo Tour

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Torna il Party Ridens, il grande evento che l’etichetta discografica Ridens Records, organizza e che propone artisti di grande spessore all’interno del panorama indipendente. L’evento che si terrà venerdì 28 novembre, è in collaborazione con il Venerdì di Voodoo Ray, questa volta sul palco del Tipografia di Pescara salirà Pierpaolo Capovilla, per il suo tour unica data in Abruzzo.

Cantante, bassista, leader e fondatore di due dei gruppi che più hanno segnato la storia della musica indipendente degli ultimi 10 anni, è stato protagonista, oltre che con One Dimensional Man Il Teatro degli Orrori (l’ultimo disco “Il mondo nuovo” è del 2012), anche nel recente ciclo di letture tratte dal romanzo di Matteo De Simone “Denti guasti”, e nel reading “La Religione del Mio Tempo”, interamente dedicato a Pier Paolo Pasolini. Un ritorno live tra i più attesi per una delle voci più profonde ed affascinanti del panorama italiano. Un lungo percorso che oggi vede Pierpaolo per la prima volta impegnato in un progetto solista. Il Nuovo album “Obtorto Collo” è uscito il 27 maggio 2014 su etichetta Universal Music / La Tempesta.

Pierpaolo sarà accompagnato per l’occasione da una band d’eccezione per riproporre l’album dal vivo con uno spettacolo intenso e unico: Stefano Giust (batteria), Francesco Lobina (basso), Alberto Turra (chitarra), Kole Laca (tastiere) e Guglielmo Pagnozzi (sax).

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La Macabra Moka – Ammazzacaffè

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Dove? Cuneo. Quando? 2014. Chi? La Macabra Moka.

Sono passati tre anni da quando, nel 2011, il macabro quartetto propose al pubblico i cinque capitoli di un EP che oggi ricordiamo come Espresso.  A distanza di tanto tempo, i ragazzi restano fedeli alla linea e propongono al pubblico un lavoro definitivo: Ammazzacaffè è il nome di battesimo ed è il disco di esordio della band. Stavolta i titoli sono nove ed è una continua presa a pugni con la realtà. Le pretese non sono eccessive: l’intero lavoro sembra frutto di una sintesi fra complicità e puro divertimento, ma non per questo privo di personalità e di spessore. Ce lo racconta “Fibonacci”, attraverso un’intro degna di nota, che fa da spalla ad un testo più che sentito. Lo stile incredibilmente vario, lo strumentale egregiamente articolato e la voce che ben si destreggia fra le note convulse del brano . Senza dubbio uno degli episodi di maggior rilievo. Non di meno è “L’Eterno Ritorno dell’Uguale”, stagliato su una ritmica costante nella prima fase per dar successivamente sfogo ad un robusto Alt Rock in pieno stile fine anni novanta, inizio duemila. Di tutt’altro stampo risultano gli altri capitoli di Ammazzacaffè. Dal Post Funk de “L’Iconoclasta”, alle tonalità più aggressive “quasi” Hardcore di “Manrovescio”, al pesante tocco di “Economia Domestica”.  Qui e lì si riescono a percepire richiami a Ministri, a Il Teatro degli Orrori e persino al cantato di Billy Corgan, ma sono vene fin troppo vaghe per poter parlare di mera ispirazione. Si tratta perlopiù di effimeri sentori, che spariscono nel giro di qualche secondo o più. Li si percepisce nel parlato del Post Funk già citato, nella gabbia di “Ignoranza” e qui e lì spalmati su tutto il lavoro.

Insomma, siamo onesti, un’opera di tutto rispetto, se non fosse per l’incredibile difficoltà di star dietro a tutto quanto. È uno di quei lavori che meglio si apprezzano ai piedi di un palco, sicuramente, ma la versione studio si difende bene e lascia l’ascoltatore incuriosito e, tutto sommato, soddisfatto. Dunque, passano la selezione i ragazzi piemontesi, portando tuttavia con loro un debito formativo: un live che, ad oggi, non ho ancora avuto il piacere di valutare.

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“Lasciarsi Andare” è il nuovo singolo di Marina Rei.

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“Lasciarsi Andare” è il nuovo singolo di Marina Rei che torna a farsi sentire ancora una volta con originalità, sin dal titolo del suo nuovo album Pareidolia in uscita il prossimo 30 settembre per la sua etichetta Perenne (distribuita da Universal). Il titolo dell’album si riferisce al fenomeno che ti fa scorgere in una nuvola o in una montagna il profilo di qualcuno che ami. La regia del videoclip del singolo è affidata a Chiara Feriani: dietro al microfono, oppure dietro piatti e tamburi della batteria, Marina si sdoppia in bianco & nero. Nel video compare anche Giulio Ragno Favero (Il Teatro degli Orrori, Off Muziek), co-autore e produttore del nuovo album.

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Calista Divine – Vacante

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Desiderio grande di sentirsi sopra il tetto del mondo, magari imparando ad ammettere i propri sbagli, magari sentendosi liberi di correre nudi per strada. Tanto freddo, la pelle è secca, le piaghe non danno tregua, la sofferenza aumenta a dismisura. Tutta un’altra dimensione quella proiettata dai Calista Divine, il loro primo full length Vacante suona talmente violento da restare inerti, il modo migliore di suonare Post Rock nel 2014. La produzione di Cristiano Santini, mixato da Giulio Ragno Favero de Il Teatro degli Orrori, masterizzato da Jo Ferliga degli Aucan, uscirà il prossimo Ottobre sotto etichetta F.O.H. Records. Il sound pulitissimo e meticoloso entra rapido nelle orecchie per poi uscirne, poi ancora dentro e poi di nuovo fuori per una sequenza infinita di avvenimenti. “Ma ci sono pensieri che non riesce a trattenere, ci sono pensieri che lo fanno sentire come se andasse a tutta velocità in un tunnel, in equilibrio sopra un’asse di legno che corre su due rotaie” (Massimo Volume, “Alessandro”). Elettronica miscelata ad una ritmica impaziente, sempre tirata, un gancio sotto il mento, qualcuno inizia a sentire forte il fiato sul collo. Poi in tutti i pezzi esplode la bomba. Iniziate a trattenere il fiato all’inizio di “Astray”, qualcosa nella vostra vita potrebbe cambiare per sempre, niente tornerà più come prima, il sole è sceso per sempre. Sperimentazione sonora degna del miglior Amaury Cambuzat, un’esagerazione “sperimentale” riportata in forma canzone, l’opposto che si potrebbe percepire ascoltando Bologna Violenta per intenderci. E di queste produzioni bisognerebbe andare fieri, sono tanti i motivi che potrei elencare per elogiare Vacante, i Calista Divine sono italiani e per questo sbatterei il disco sul muso dei critichini troppo atteggiati a catalogare l’alternativo italiano nei soliti venti gruppi. Un cuore pulsante di creatività è pronto per sfornare lavori di questo livello, sette brani completi sotto ogni punto di vista, mi sento di citare “Be Lost”, ma tutti gli altri hanno diritto di fare parte di questo straordinario album. Sarebbe bello riuscisse ad entrare tranquillamente in tutte le orecchie, sarebbe una questione di educazione musicale, sarebbe una vera e propria rivoluzione culturale. Vacante rappresenta alla grande lo stato di salute della musica italiana, innovazione, tecnica e razionalità. Lasciamo che i chitarrini tornino a suonare sulla spiaggia, noi abbiamo bisogno di tornare ad alzare la testa, i Calista Divine sono un motivo in più per sentirci fieri di ascoltare musica italiana. Non potevano esordire in maniera migliore.

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In arrivo “YEAHJASÍ! BRINDISI POP FEST 2014”

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Lunedì 4 e martedì 5 agosto 2014 nel laboratorio urbano ExFadda di San Vito dei Normanni ritorna YEAHJASÍ! Brindisi Pop Fest, il festival dedicato alla nuova scena musicale brindisina e pugliese. Nato da un’idea dei musicisti Amerigo Verardi e Roberto D’Ambrosio (direttori artistici della manifestazione) con il prezioso supporto di Roberto Covolo (responsabile di Exfadda), YEAHJASÍ! Brindisi Pop Fest ha l’intento di risvegliare un senso di responsabilità collettiva per creare una rete tra artisti, operatori e fruitori di musica.

Lunedì 4 agosto tocca al leader e fondatore dei Marlene Kuntz Cristiano Godano e al cantautore Riccardo Sinigallia impreziosire la manifestazione dedicata alla nuova scena musicale brindisina. Martedì 5 agosto sarà la volta di Pierpaolo Capovilla de Il Teatro Degli Orrori ed Emidio “Mimì” Clementi dei Massimo Volume. Non solo grandi musicisti ma uomini disponibili allo scambio artistico con i giovani talenti del territorio brindisino, in una interazione progressiva che prenderà il via alle 17 con i workshop pomeridiani curati da Barbara Santi (“Rumore”) fino ad arrivare alla collaborazione in sala prove e sul palco.

Come nelle edizioni precedenti del festival, suoneranno anche alcune band della provincia di Brindisi e altre provenienti dal resto della regione. Lunedì 4 agosto toccherà a Giooge, MinimAnimalist, Non Giovanni, Plof, Sofia Brunetta; martedì 5 agosto sarà la volta di Fukjo, The Black Spot, Moustache Prawn, Ph-, Thee Elephant.

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Pierpaolo Capovilla – Obtorto Collo

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Nudo e pesante: le prime parole che affollano la mia mente ascoltando questo nuovo lavoro di Pierpaolo Capovilla. Il ben noto frontman de Il Teatro degli Orrori e dei One Dimensional Man tenta la strada solista attraverso undici episodi di pura maledizione: Obtorto Collo. È senza ombra di dubbio un disco viscerale, con il quale il Capovilla si mette a nudo, mostrando quanto di più profondo, libero dagli schemi del Rock, dalla ritmica e da ogni altra forma di indirizzamento. S’incammina in una nuova strada, tortuosa e buia, sperimentando a tratti uno scurissimo reading sulle note di Paki Zennaro. Già in passato la sua musica ha suscitato non poche critiche, risultando complessa ed affascinante allo stesso tempo e generando un’ambigua scissione fra odio e amore. Un po’ come accade per i Marta sui Tubi, il cui pubblico è scisso: o 10 o 0, nessun brano escluso. Capovilla è uno a cui non piacciono mezzi termini nè scale di grigi. È tutto o niente. L’ultimo lavoro ne è la prova.

Obtorto Collo è un lavoro di estrema ambizione, fin troppo sperimentale: è Icaro, incontentabile e presuntuoso. Capovilla demolisce poco a poco ogni forma di armonia, cedendo il passo alla mera poesia. Riesce ad andare oltre. Un poeta maledetto. Racconta di storie tragiche, di storie vere, di intellettuali rom di periferia, di violenza e di maltrattamenti ospedalieri. Racconta dolore su note buie, attraversando capitoli di tremenda agonia come “Ottantadue Ore”, capitoli di sfogo politico e capitoli di più lieve impatto e maggiore armonia, quali “La Luce delle Stelle”. La title track è l’assoluta maledizione del poeta. Fra strumentale e parlato è in grado di generare la più profonda angoscia nell’ascoltatore. È il teatro dell’oscuro e, personalmente, lo trovo un estremo azzardo. Troppo estremo.

Sono molti i punti in cui la critica ha riscontrato un avvicinamento ai Massimo Volume, ma francamente lo trovo un paragone forzato ed assolutamente fuori luogo. Le differenze sono enormi! Tematiche, generi e musicalità sono lontani anni luce. Il sol fatto di adottare un reading style non comporta la possibilità di raffronti. Sfatato questo mito, posso affermare che, personalmente, trovo il disco eccessivamente complesso, molto più del necessario. Un artista come Capovilla può certamente darsi arie e permettersi  di osare, ma per lanciare un messaggio è necessario adottare il linguaggio del popolo. Troppa distanza, troppo buio, troppa sperimentazione, troppa intimità. “Invitami”, primo episodio, è un sunto perfetto al riguardo. Il mio giudizio si basa sull’aver troppo osato, sull’essere andati troppo oltre. Restano i complimenti per l’incredibile personalità mostrata ancora una volta. Pierpaolo Capovilla conferma la sua intellettualissima vena artistica, dando prova di potere praticamente tutto. Ma troppo oltre trovi il nulla e dal nulla non si emerge. Cinque e non di più. Anche Icaro volò in alto, ma così in alto che il Sole sciolse la cera che gli teneva le ali. E cadde giù.

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Ismael – Tre

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Un’interessante prova questo Tre degli Ismael, band reggiana con la peculiarità di avere come frontman Sandro Campani, che fa lo scrittore (lo scrittore “vero”, che dovrebbe voler dire “pubblicato” – l’ultimo libro è uscito per Rizzoli). Una peculiarità che non è solo di contorno, non è solo materiale promozionale: ma ci torniamo dopo. Tre è, musicalmente, un disco secco, per la maggior parte, elettrico e nervoso, essenziale, scarno, spigoloso, che sa però bagnarsi , qua e là (“Tema di Irene”), in lente evoluzioni Slow Core, Post Rock, fatte di chitarre ipnotiche e organi umidi. Sono interessanti anche le digressioni “Americana” (“Canzone del Bisonte”, con una chitarra acustica dal ritmo country e dal giro armonico molto seventies, o il finale di “Canzone di Quello”, epico-campagnolo). I riferimenti sono molto anni 90, e se dovessi giocare alle libere associazioni direi che mi ricordano molto Il Teatro degli Orrori in versione meno heavy (date un ascolto al finale di “Palinka”): vocazione letteraria (in senso lato) simile, voce asciutta e un cantato lineare, declamatorio, e più grunge, meno virtuosismo.

La parte veramente interessante del disco è comunque, e fuor di dubbio, quella relativa alle liriche e alle ambientazioni dei brani, che “sanno soprattutto di terra, di legno e di cielo”. I testi sono eccezionali, in senso letterale: eccezioni rispetto alla regola del Rock nostrano che spesso, liricamente, è banale e goffo. Qui invece le parole di Sandro Campani disegnano acquerelli complessi e affascinanti, in cui s’intravede la sua abilità di narratore (desunta, ovviamente: non mi è – ancora – capitato di leggere nulla della sua produzione letteraria). Dalle canzoni più brevi – penso alla title track – che colpiscono come colpi di fucile, lasciando schizzi di sangue da interpretare come auspici, nascosti tra le pause e i tempi dilatati (Di pomeriggio, dopo le tre / Esci da casa sua, e piove. / C’è quell’odore di polvere. / C’era una frase, non sai dov’è. // Gli hai detto: «Grazie.» – «Non c’è di che.» / La pioggia batte la cenere. / C’era una gioia che ora non c’è / quel pomeriggio, dopo le tre. // La pioggia lava le lettere / non è leggero da leggere), fino a brani liricamente più densi, visionari, che passano da forme animali e gesti quotidiani ad aperture liberatorie, di una poesia minimale (“Canzone del Cigno”: E dopo, dopo lei si è alzata con le mani impolverate, piene di polvere nera, sollevando le braccia vuote verso il cielo vuoto, mentre usciva a camminare attraverso strade distrutte; “S’Arrampicavano”: uno sciupìo, una fotta di fiorire, che sembra urlare di quelle accoglienze da segnare in calendario, le manie di far per forza effetto, e io pensando a questo, io, lo so, ci provo a esser contento, fosse in me ci riuscirei.).

Tre è insomma un disco che vi consiglio, non fosse altro per le storie che sa raccontare, fatte di sentimenti, angosce, crudeltà, limpidezze. La musica le accompagna, ancella e amante, con oculatezza e parsimonia. Un disco con cui farsi male, piacevolmente. In cuffia, una sera di pioggia, da soli.

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