Giovanni Panebianco Tag Archive

10000 Russos – 10000 Russos

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Sei tracce per oltre 40 minuti nel debutto omonimo della band portoghese.
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Ottovolante – Re di Quadri in Trip

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A tre anni di distanza da La Battaglia delle Mille Lepri, i molisani Ottovolante si ripropongono con una formazione diversa, un’etichetta che crede profondamente in loro (la Diavoletto Netlabel) e soprattutto un nuovo disco: Re di Quadri in Trip, registrato interamente al Red Sound Studio di Petacciato (CB). Il singolo “R.i.p. Nichilismo” ci indirizza attraverso un caleidoscopio nero pece fatto di suoni elettronici e New Wave anni 80. Non risulta particolarmente assimilabile per chi non mastica bene questa mistura. La solenne “Sul Fronte di Guerra” ha un’articolazione che è un autentico passaggio tra generi che non hanno nulla l’uno con l’altro: una sorta di battaglia galattica tra il Rock, la Techno dei The Prodigy e i film western di Sergio Leone. L’Ispettore Bloch Va in Pensione” (chiaro omaggio al fumetto cult Dylan Dog) e “Edimburgo 31/12” sono le facce identiche di una medaglia diversa, rappresentano il principio e la fine di una festa, nata inizialmente come un rave party e chiusa come una funzione religiosa. Inizia a mancarmi l’aria mentre porgo l’orecchio a “Disagio del non Oltre”, claustrofobica e nebulosa fino al midollo. Apro la finestra e da fuori entra “Storie di Nessuno (Me Compreso)”, ma non capisco se provenga dallo stereo dell’auto di uno sbruffone maleducato o dal giradischi di un cultore della musica d’autore. Confuso, sono troppo disattento per apprezzare “Geometria dell’Incontra tra Due Cerchi”, che scambio per il proseguo del brano che l’aveva preceduto. Re di Quadri in Trip ha tante idee, poche verità e un’accentuata mancanza di compattezza. Nei tempi passati non gli resterebbe che abdicare, atteso alla forca dalla folla impazzita. L’ispettore Bloch chiederebbe un antiemetico a gran voce, Dylan Dog la sua Bodeo 1889. In entrambi i casi non sono affatto presagi positivi.

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Alba Caduca – Uomo Nuovo

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La band friulana torna con un nuovo album aver diviso il palco con Motel Connection e Modena City Ramblers.
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Fucina 28 – La Pace Dei Sensi – Il Nulla

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Come scritto nella loro biografia, il progetto Fucina 28 nasce tra le mura di una casa, tra le piacevoli emozioni che solo una cena tra amici sa donare. Era il Novembre 2011 e quasi quattro anni dopo ritroviamo il gruppo pisano reduce da tour in giro per l’Italia e un primo album E’ Arrivato Il Tempo, accolto positivamente da critica e pubblico. Le otto tracce de La Pace Dei Sensi – Il Nulla, continuano a solcare l’onda sporca e abrasiva del precedente lavoro, senza nessun tipo di ammorbidimento. Sicuramente la scelta di una registrazione in presa diretta non avrà giovato in questo senso. La voce di Pietro Giamattei, mente e anima della band, ci introduce alla malinconica “La Guerra Dei Trent’Anni”, mentre con “Nel Paese Di Pinocchio”, il quartetto raccoglie i pro e i contro del sound dei Tiromancino. Avvolgente e più dinamica la titletrack “La Pace Dei Sensi”, ma è con “Amore Blu” che si fa il salto di qualità: un inno che si oppone al qualunquismo, scalfito da melodie estemporanee. E’ un fuoco di paglia, purtroppo: calma piatta in “Verde Mare” e “Te Stesso”. Si torna su buoni livelli con i riff di “Terrore”, il pezzo più lisergico del lotto, la quale si spegne come la fiamma di una candela al vento, lasciando spazio alla conclusiva “L’Incostanza Vol.II”: drammatica, quasi teatrale. Finito l’ascolto contesto la scelta della registrazione in presa diretta, troppo confusionaria e non all’altezza, ed è un dispiacere perché nei testi si scorge quel qualcosa in più che manca alla maggior parte della musica prodotta nel nostro Paese.

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Sonic Jesus – Neither Virtue Nor Anger

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Attivi dal 2012, questa originale band laziale ci propone il loro ultimo doppio LP uscito il 16 Aprile su etichetta FuzzClub Records, con l’obiettivo di bissare il successo ottenuto con il loro precedente EP, andato sold out nel giro di poco tempo. Girovagando per l’Europa hanno ottenuto consensi un po’ dappertutto, culminando la consacrazione con la collaborazione con Jón Sæmundur dei Dead Skeletons, il quale li ha voluti on stage all’Eindhoven Psych Lab 2014. L’iniziale “Locomotive” sembra essere stata concepita sulle cime dell’Himalaya talmente è piena di echi e riverberi e impone attimi, minuti, prima di essere capita, alla fine dei quali i fans di Suicide e A Place To Bury Strangers non potranno che apprezzare, con un ghigno di soddisfazione scolpito sulle labbra. L’immediatezza ci coglie impreparati con “Triumph”, molto più easy, caracollante tra la cavernosità dei Bauhaus e la melodia dei primi Editors. L’ascolto procede inesorabile cavalcando la psichedelia anni 60 (“Luxury”), le atmosfere sornione dei Band Of Skulls (“Monkey On My Back”) e il noise (il singolo “Telegraph”). “Reich” è fantastica: è come se i Joy Division si dilettassero a fare la cover band degli Smashing Pumpkins. Nonostante alcuni passaggi a vuoto (vedere ad esempio la strumentale “Cancer” ) e canzoni eccessivamente lunghe e fuori tema (“Lost Reprise (Francesca)”), il lavoro è godibilissimo: ci sono parecchi spunti interessanti, la voglia di emergere dalla massa e la convinzione di continuare un percorso intrapreso nella giusta direzione.


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Pagliaccio – La Maratona

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Il trio biellese Pagliaccio è giunto alla seconda prova su disco dopo oltre duecento concerti, condividendo il palco con artisti nazionali e internazionali e dopo una campagna di crowdfunding per finanziare La Maratona. La prova è stata superata ampiamente scavalcando anche le più rosee aspettative, segnando uno dei maggiori successi da quando è attivo Musicraiser. Testi scanzonati e irriverenti si mischiano a tempi in levare tipici del Reggae, con una vena di malinconia agrodolce che non ci fa capire se ridere o piangere: “Amore Cieco” è il manifesto ideale di questa scelta stilistica. L’unico momento in cui siamo sicuri di quali debbano essere le nostre emozioni all’ascolto è sicuramente nella leggerissima “Portiere Volante”, ironicamente scandita da un incedere Ska sfrenato. Il violoncello di Federico Puppi è il tassello che mancava per rendere perfettamente onirica l’atmosfera de “La Doppia Negazione”, una delle canzoni più memorizzabili del lotto. Molti altri brani sono meno cerebrali, più diretti e forse per questo si fanno sentire tutti d’un fiato, risultando al contempo simili tra loro, senza lasciare traccia del loro passaggio. “Pagliacci Tutti Voi!” è una dedica speciale al periodo storico e politico che sta vivendo la nostra povera Italia, piena di pagliacci e false promesse. Chiusura azzeccata di un lavoro che vive di situazioni che non sempre volgono dalla parte dei tre artisti, menestrelli moderni trapiantati in un paese retrogrado, fermo al bivio già da un po’. Sufficienza raggiunta e meritata.

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Tree60 – Night Tunes Collection

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Sotto il nome di Tree60 si nasconde in realtà Stefano D’Incecco, dj e beatmaker pescarese emigrato nella splendente Barcellona. Nonostante il titolo ci possa trarrein inganno, Night Tunes Collection non è in alcun modo riconducibile a una raccolta o a un Greatest Hits. Questo disco è un insieme di progetti irrealizzati, bozze completate nelle insonni notti spagnole di Stefano. Sono accenni creati tra il 2003 e il 2013, quando insieme all’amico fidato Fabrizio Tropeano portavano avanti il duo MUI, che svariava concretamente tra musica etnica ed elettronica. Ricapitolando, questo disco è il frutto di una scrupolosa scrematura ad opera dell’artista, che ha deciso di lavorare e portare a compimento dieci beat, con l’accorata collaborazione di diversi musicisti venuti a contatto con il talento di Tree60.

Le sperimentazioni Ambient di “6Rhodes”, con quei suoni liquefatti, mi risultano ostiche, sconclusionate. Idem per la successiva “Urbass”, dove regna ancora un costante piattume di fondo. “Tance” potrebbe segnalare la svolta con l’introduzione d’interessanti percussioni, ma dopo un po’ lo schema si ripetee ci si omologa alle tracce precedenti. La fusione tra Jazz e Dub di “Lazy Saturday Afternoon” è già più godibile, ma è pur sempre un episodio isolato, come scoprirò continuando l’ascolto. Neanche più la novità rappresentata dai ritmi latini di “Mevo Latin” mi cattura, non riesco ad auto-coinvolgermi. Persino la voce di Antonio Vitale (a.k.a. Jester at Work), solitamente avvolgente e disciplinata, mi appare fredda e distante. E così anche “Desert Fashion” viene accantonata in compagnia delle altre canzoni. Non mi resta, quindi, che la curiosità di chi ha cominciato la visione di un film non nelle sue corde e ormai, per inerzia, vuole andare fino in fondo per vederne il finale. Un film che sinceramente mi sarei volentieri risparmiato.

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Anna Calvi – Strange Weather

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Il nuovo lavoro dell’artista vede la partecipazione di David Byrne dei Talking Heads.
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Push Button Gently – Uru

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Ecco a voi un EP che non ha, sulla carta, le caratteristiche di un EP: i brani contenuti sono piuttosto numerosi (nove), tenendo conto che alcune canzoni hanno però una brevissima durata, tant’è che un paio non arrivano neanche al minuto. Di certo però l’ascolto di Uru assicura un’accattivante varietà stilistica e un’affascinante voglia di evadere dai soliti schemi, tramite la sperimentazione e l’improvvisazione. Se non fosse chiaro dalla copertina, da collante ad ogni episodio del disco risalta, in controluce, un concept che pare prendere spunto dal film 2001: Odissea nello Spazio del geniale Stanley Kubrick (l’intro spaziale ci manda in orbita verso chissà quale pianeta alieno). “Tarpit Cock & The Bazoukie Returns” prima vera traccia di questo lavoro unisce l’appeal travolgente dei The Wombats all’energia dei Meganoidi, ma con una vena Indie personale e distinguibile dalla musica nostrana odierna. La seguente “Turnaround” si può definire come: Cornershop (quelli del tormentone “Brimful Of Asha”) meets Nirvana. Un incontro/scontro che è tutto un programma. “Kinnonai” ha un destino strambo, illusorio. Parte veloce, poi però il guidatore, colto forse da un colpo di sonno, toglie il piede dall’acceleratore e trasforma una bella composizione Grunge in uno Space Rock snervante e banalotto. Altri “padrini” del sound dei Push Button Gently sono i Weezer che rispondono all’appello sia in “You Are You” che in “Disappearing”, canzoni a cui si frappone l’ennesimo interludio stellare (“Somersaults in 10G”). Si ritorna, infine, sulla Terra con “Houston We Have Weirdness”, rimettendo a posto le tute pressurizzate in attesa del prossimo viaggio intergalattico. Se Uru EP non vi è dispiaciuto, immagino farete ancora parte dell’equipaggio.

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Do Nascimiento – Giorgio

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Ho buona memoria. Sarà che il nome Do Nascimiento, per la sua inusualità, resta impresso. Li ascoltai l’ultima volta nell’esperimento Splittone Paura che divisero con i Verme e i Gazebo Penguins e che vedeva compatte ben quattro etichette: To Lose La Track, Que Suerte!, TwoTwoCats e NeatIs Murder. Tra i quattro litiganti, il quinto gode. Il quinto è la Flying Kids Records, anche se sotto sotto c’è lo zampino del prezzemolino To Lose La Track. Ormai quest’ultima label è diventata indiscutibilmente sinonimo di ottime produzioni. Giorgio confermerà l’andamento?

Partiamo dal fatto che è un disco di sole sei canzoni che fanno il verso agli ex compagni di ventura Verme e Gazebo Penguins. Quindi atmosfere rarefatte strapiene di Postcore traboccante emotività. “Vecchio” è un monito dedicato a chi maledice i propri compleanni, tema sviluppato in poco più di un minuto.  Impossibile estromettere dalle influenze i Fine Before You Came: “Chitarra” ha esattamente le loro sembianze, anche se i Do Nascimiento sono meno levigati per partito preso. Quello che sembrava solo un sospetto si tramuta in una certezza: il timbro del singer somiglia spaventosamente a quello di Dani, famoso per aver militato nelle Pornoriviste e di essere attualmente il leader degli Yokoano (“Baracchetta” ne è la prova inconfutabile).  Il calderone bollente della scena Emo italiana non si fa schiacciare e le sue sfaccettature sono tutte raggruppate nell’episodio finale, il più lungo con i suoi due minuti e trentotto secondi: “Fiato” è quasi esclusivamente composta dal binomio voce-chitarra arpeggiante, qualche rullata ben assestata genera la struttura del pezzo, fino a spegnersi nel bel mezzo del ritornello, cantato sguaiatamente. I quattro ragazzi liguri non si sprecano in nulla: titoli composti da una singola parola, brani con tempistiche che lasciano a desiderare. Ma nonostante questo non mi vengono in mente metodi diversi per spendere bene dodici minuti della mia esistenza.

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Mastodon – Once More ‘Round the Sun

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Una chitarra lontana emerge dalla nebbia, la brezza di un vento di battaglia, un unico, secco colpo di piatto, seguito da un fill che introduce “Tread Lightly”, opening song di Once More ‘Round the Sun. Giunti alla sesta prova discografica, riusciranno i pilastri dello Stoner Metal a far ricredere chi ha criticato il precedente album (che personalmente ho apprezzato tantissimo)? Risposta: No. Il nuovo disco ricalca una certa commercialità esposta in bella vista in The Hunter ed appena accennata in Crack the Skye, il capolavoro finora irraggiungibile, che ha rappresentato l’ago della bilancia tra un approccio Progressive Metal di vecchia scuola (il cui marchio di fabbrica sono interminabili intermezzi psichedelici) e delle tinte più dirette, meno cerebrali. A me poco importa: i Mastodon targati 2014 mi esaltano come hanno sempre fatto. In “The Motherload” Brann Dailor non solo picchia duro come d’abitudine dietro le pelli, ma presta per l’intero pezzo la voce (e che voce!), facendo vedere delle virtù ben delineate anche sotto questo aspetto, mostratoci, in passato, solo in qualche sporadico episodio (vedi “Oblivion” nel già citato Crack the Skye). Il singolo “High Road” rivede splendere ai massimi livelli il tono meno raffinato del bassista Troy Sanders, mentre nella title track è principalmente Brent Hinds, con la sua malignità vocale, a spargere il seme della distruzione tutt’intorno. E Bill Kelliher? Lui se ne sta in disparte, con la sua aria da orso bruno imbronciato, a mollare riff mascherati da rasoiate. Ogni tanto se ne esce, come in “Asleep in the Deep”, con qualche assolo dei suoi, e ci viene spontaneo ringraziare Dio per avergli donato tanto talento.  “Aunt Lisa” contende a “The Motherload” lo scettro di canzone più immediata, a cui contribuiscono delle inedite voci femminili inneggianti al Rock ‘N’ Roll. Occhio al refrain di “Halloween”, vi entrerà sotto pelle senza che ve ne accorgiate. Un autentico gioiello.

Se tutto questo vi appare come un’apostasia, vuol dire che avete ancora i prosciutti a celarvi la vista e vi sarà impossibile dar credito a Once More ‘Round The Sun. Tutti gli altri, gli amanti della buona musica, sono i ben accetti e riconosceranno l’ultima fatica dei Mastodon come una delle migliori produzioni di questo prolifico 2014.

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I Rolling Stones e il pisello di un settantenne.

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