Einsturzende Neubauten Tag Archive

Einstürzende Neubauten – Rampen (apm: alien pop music)

Written by Recensioni

Ennesima prova di forza per Blixa Bargeld e gli Einstürzende Neubauten, una band sempre più ultraterrena.
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General Error – The Axe (For the Frozen Sea Within You)

Written by Recensioni

Un muro di suono pronto a cadere a pezzi sopra di noi.
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‘Chi suona stasera?’ – Guida alla musica live di novembre 2018

Written by Eventi

Iceage, Beach House, Mamuthones, Any Other, The Flaming Lips… Tutti i live da non perdere questo mese secondo Rockambula.

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VIAGGI MUSICALI | Intervista alle NANAI

Written by Interviste

10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #20.01.2017

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Top 30 Italia 2016 | la classifica di Maria Pia Diodati

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10 SONGS A WEEK | la settimana in dieci brani #04.11.2016

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Danielle De Picciotto & Alexander Hacke @ Blah Blah, Torino, 22 Ottobre 2016 [PHOTO REPORT]

Written by Live Report

Danielle De Picciotto e Alexander Hacke hanno presentato sabato scorso al Blah Blah di Torino il loro ultimo lavoro, Perseverantia, dato alle stampe il 6 Maggio di quest’anno.
I due, che fanno coppia anche nella vita da ormai una quindicina d’anni, sono tra i più grandi sperimentatori del circuito musicale e non solo. Alexander Hacke ha inizato a suonare da giovanissimo con i Sentimental Jugend in compagnia di Christiane Vera Flescherinow (autrice del libro culto Noi, i Ragazzi dello Zoo di Berlino) prima di entrare a far parte, neanche quindicenne, dei seminali Einstürzende Neubauten (dei quali ancora tutt’oggi è una delle colonne portanti) nel 1980 ed inserirsi sei anni più tardi nei Crime & the City Solution di Simon BonneyDanielle De Picciotto è artista eclettica, co-fondatrice della berlinese Love Parade, pittrice, voce degli Space Cowboy e soprattutto visual artist (saranno sue le immagini che accompagneranno il live).
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Perseverantia è stato registrato nel deserto del Mojave e se ne porta dentro il respiro. I 7 titoli del disco sono tappe di una sorta di ricerca di chiarezza, di risveglio spirituale e nuova filosofia di vita; sono 7 titoli figli del nomadismo scelto dalla coppia dopo aver lasciato Berlino 5 anni fa, una scelta non facile ma un cammino che ancora oggi, con perseveranza, continua. Un disco che per questi motivi risulta facilmente collegabile al lavoro solista della De Picciotto, Tacoma, uscito lo scorso anno.
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Il set, dove troviamo prevalentemente la De Picciotto al violino, all’elettronica ed alla ghironda ed Hacke alla chitarra ed ai tamburi, è un avvolgente lavoro di matrice Experimental-Drone che presenta suoni spettrali, morbidezze, rumori e silenzi, alternando una  gran quantità di feedback a percussioni ora metalliche ora tribali e sfociando talvolta in territori psichedelici ed in ritmi Noise piuttosto ossessivi. Si tratta di un live prettamente strumentale che non fa però mancare qualche incursione vocale grazie allo splendido spoken word della De Picciotto (in questi casi piuttosto vicina a Laurie Anderson) ed al profondo timbro della mantrica voce di Hacke.
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Un live meraviglioso proposto da due anime gemelle che rappresentano al meglio la perfetta simbiosi del loro muoversi nell’arte e nella quotidianità della vita; a dimostrarlo quegli sguardi, quel reciproco, intenso e naturale, cercarsi, figlio di una complicità vera e profonda. I due sul palco paiono talvolta sagomare coi loro occhi un qualche ipotetico fuoco idealmente posto tra loro.
Musica (in)quieta ed affascinante; personaggi, anzi, persone, altrettanto affascinanti ed al contempo incredibilmente semplici, capaci di regalare al pubblico accorso al Blah Blah una serata indimenticabile.
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Musica e Cinema: Nick Cave – 20.000 Days on Earth

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Musica e Cinema: Dandy

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Nei giorni passati circolava nei migliori festival indipendenti un certo film su colui che definirei un Dio, Nick Cave per intenderci; preso spunto da questo ho pensato di proporvi un altro film dove c’è sempre LUI, l’altissimo ma anche e soprattutto un eclettico “cast” di super artisti come Blixa Bargeld (Einstürzende Neubauten), Nina Hagen e Dieter Meier. Siamo nella West Berlin dove il movimento underground è più attivo che mai; siamo agli sgoccioli degli anni 80 e Peter Sempel, film maker tedesco, documenta questo fantastico periodo producendo un film che in realtà non è un film ma un’esperienza artistica surreale. L’ esperimento ha inizio con frasi tratte da “Der Tod ist ein Dandy”  degli Einstürzende Neubauten, da cui prende il nome il film, per poi proseguire con il susseguirsi di immagini e situazioni apparentemente sconnesse tra loro; ma un senso lo hanno eccome. Il tratto comune è filosoficamente il senso della vita e della morte. Abbiamo tra le mani quindi un film che scuote gli animi e pone domande profonde, ci regala molteplici perle rare quali le teatrali e infinite espressioni facciali della Hagen, esibizioni in cameretta di  Mr. Cave, un allegro Blixa alla fermata del bus che dialoga con teneri pargoli trovandosi poi ad essere fissato dagli occhi vitrei di un pesce morto, Dieter Meier che va a spasso nei pressi del Gange mentre una voce narrante piuttosto incazzata fa riflettere sul perché di tanta ingiustizia e sofferenza e l’artista berlinese Gudrun Gut che alla domanda cosa faresti se avessi solo dieci giorni da vivere? risponde con un devo morire sola o tutti morirebbero con me? e alla successiva E se invece ti restassero solo dieci minuti? lei risponde con un mi sballerei parecchio. Inoltre, a rendere il tutto più visionario, troviamo le suggestive esibizioni dell’artista della danza Butoh (la danza delle tenebre) Kazuo Ohno. Tirando le somme, un film emotivamente destabilizzante (in senso buono), pieno di pregevole musica e profondamente surreale.

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Aedi – Ha Ta Ka Pa

Written by Recensioni

Una delle più promettenti e deliziose realtà della penisola viene da San Severino Marche e risponde al nome di Aedi. A distanza di circa tre anni dall’opera prima Aedi Met Heidi, esce proprio nel 2013 il loro lavoro più ambizioso, Ha Ta Ka Pa, realizzato sotto l’ala protettrice di Alexander Hacke, basso, chitarra e voce nei mitici Einsturzende Neubauten. Tale sodalizio, si mostrerà evidente nell’evoluzione del sound della band che, messe da parte le atmosfere pastorali degli esordi, acquista un’energia e una forza eccezionale, rispetto al recente passato.
Ritmiche quasi Math si alternano a sferzate chitarristiche stile Built To Spill nel brano d’apertura “Animale”, certamente uno dei punti più alti dell’opera nel suo miscelare quel Rock alternativo anni 90 a potenza quasi crossover senza disdegnare momenti Punk Cabaret alla Dresden Dolls (vedi anche la parte che anticipa la chiusura di “Fohn”) quando il piano delirante insegue la chitarra, sullo sfondo di una voce angelica e demoniaca allo stesso tempo.

La voce di Celeste Carboni, melodiosa, anche quando alza i toni in vocalizzi mefistofelici che ricordano Diamanda Galas (“Animale”, “Idea”) riesce a essere leggera, morbida ed eterea mostrando non solo la sua timbrica affascinante ma anche discrete capacità e qualità canore.
L’importanza di Alexander Hacke, nello sviluppo del suono nuovo degli Aedi diventa palese negli episodi in cui le ritmiche si fanno tribali e assillanti e le chitarre distorte, sferzanti e taglienti (“Idea”).
I legami col recente passato, fatto di avanguardie folk e rock minimale, della band marchigiana non mancano (“Rabbit On The Road”), cosi come si possono intravedere strizzate d’occhio alla scena Indie più attuale (di scuola Arcade Fire) in pezzi come “Fohn”, brano gradevole, vertiginoso e trascinante all’ascolto ma senza il piglio innovativo che ci ha fatto apprezzare gli Aedi passati. Certamente, se preso come un intramezzo necessario per dare slancio a Ha Ta Ka Pa, è un pezzo più che riuscito, ma le cose migliori sono altre. Discorso simile per “Nero” che invece sembra riprendere le sonorità cupe e introspettive, specie nella sezione ritmica, degli ultimi Radiohead e per “Prayer Of Wind”, che tuttavia ricalca stilemi più vicini al Dream Pop (anche se la parte corale nel finale non può non far pensare ai canadesi già citati) mantenendo intatta quella vena ancestrale che pare fare la fortuna dei marchigiani. Non è quindi un semplice divertissement quest’avvicinamento alla scena Indie ma lascia lo spiraglio per una futura possibile nuova evoluzione, fortemente rischiosa da un punto di vista artistico ma che può certamente aiutare ad ampliare la fetta di pubblico interessata al sound Aedi. C’è da dire che, soprattutto grazie allo stile canoro bucolico di Celeste Carboni, la popolarizzazione del loro sound non sembra possa mai trasformarsi in mera banalizzazione, ma sarà tuttavia il futuro a darci tutte le risposte in merito.

Dopo le note leggere e dreamy di “Tomasz” arriviamo alla parte più interessante dell’album, che inizia con la spettacolare “Yaca”, fatta di chitarre acidissime, tribalismi martellanti e atmosfere lisergiche anni sessanta/settanta. La voce lucente di Celeste vibra in un’apparente monotonia ipnotica, quasi a ricordare Grace Slick e i Jefferson Airplane di “White Rabbit”. La chiusura è affidata a “The Sound of Death”, litania languida in crescendo di quasi solo voci (in questo caso Celeste non è sola), con accompagnamento chitarristico Slow/Sadcore e velatamente folkeggiante che diventa sempre più folle, distorto, pazzoide e frastornante a mano a mano che l’enfasi vocale aumenta la sua intensità. Il modo migliore per chiudere un disco che mantiene le promesse fatte cinque anni fa e che lascia nuove speranze per i talenti del nostro paese. Un disco assolutamente da ascoltare e una band da non lasciarsi sfuggire.

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“Diamanti Vintage” Marlene Kuntz – Catartica

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Fu il salto di qualità dell’underground italiano, un fulmine nella lunga notte esasperata dell’indie, il punto di fusione massima tra grazia e strafottenza elettrica, e pensare che i Marlene Kuntz nessuno se li filava, un classico mescolone di frizzi alla Sonic Youth e nervosi lazzi Einsturzende Neubauten buoni ma fuori tempo, e Catartica fu accolto da debutto come tanti lungo gli anni Novanta, ma fu una mina ad esplosione ritardata, e quando saltò in aria fu – e rimane –  testo rock per tutte le formazioni imbizzarrite che vennero dietro.
Prodotto dal Consorzio Produttori Indipendenti e con la benedizione di Maroccolo e Giovanni Lindo Ferretti, il disco della band di Cuneo fece impazzire i cultori del nuovo rock, della violenza dolce che la formazione modificò e plasmò in una tracklist che è tutt’ora “sacra scrittura”; chitarre al fulmicotone, liriche amarissime, una ritmica a schiaffo/carezza e quella voce serafica e gonfia nel contempo che Godano domava come in un rapporto sessuale, furono queste le alchimie soniche che il quartetto si trascinava dietro, a “spingere” una strepitosa eloquenza distorta con sempre un sole malato a fare da lampadario sopra.
Un disco dove non si butta via nulla, ogni brano – dei quattordici programmati – è sempre più bello di quello che viene prima, una forza di penna e fioretto che taglia e ricuce, e quegli anni Novanta nostrani ne rimasero sconvolti e dannatamente affascinati tanto che definirono il registrato la continuità filologica della parte muscolosa del respiro d’amore; un qualcosa di mistico si muove ovunque, pressioni di maestà e passione sanguigna si ritrovano tra il tellurico di “Festa Mesta”, “Sonica”, nel galleggiamento metafisico “Nuotando Nell’Aria”, “Lieve”, “Gioia (Che mi do)”, nei flussi deliranti di “Mala Mela”, “Non ti Scorgo Più” come nella disillusione umana “Merry  X-Mas”. I Marlene colpiscono a dovere emozioni e profondità recondite, lasciano già al primo vagito discografico il disegno graffiato di un modo di fare rock che fece vittime e ferite nei cuori.

Mai esordio fu  più “grande”, Catartica anche in questi frangenti, è la bocca storta e l’autunno che ognuno vorrebbe rivivere a loop.

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