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The Dead Man Singing 15 Ottobre 2016 Garbage Live Club

Written by Live Report

In questi ultimi giorni si è parlato tanto, con consenso quasi unanime, del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan.Prendiamo per buono che tale gratificazione sia in sostanza alla carriera e non soffermiamoci sulla reale portata dell’opera di Dylan considerando che mai tale riconoscimento è stato assegnato a Irvine Welsh, a David Foster Wallace o a Chuck Palahniuk. La cosa che da più fastidio è che questo premio alimenta un errore che sta dilaniando il mondo della musica. Un riconoscimento paragonabile al Pallone D’Oro a Oliver Hutton. Letteratura e Musica non sono la stessa cosa; probabilmente la Musica è anche una forma d’Arte più complessa rispetto alla Letteratura ma anche se non fosse, non sarebbe comunque la stessa cosa e considerare Dylan un poeta equivale a non considerare il valore artistico della Musica se non direttamente legata alle liriche e quindi alla poesia, nel caso specifico del Nobel. Questo è, quasi, lo stesso errore che fa il pubblico quando si approccia ai concerti. La musica (scusate la ridondanza, ma è necessaria) è un complemento tra una birra e l’altra, un sottofondo, uno svago, un motivo per fare festa e casino. Invece no, la musica è molto di più e non credo debba essere io a ricordarvelo. Anche per questi atteggiamenti, un live come quello che sto per raccontarvi, fa fatica a essere apprezzato e seguito da chi, questo ruolo della Musica, non riesce proprio a digerirlo.  Prima di narrare, però, di questo strano, incredibile e affascinante progetto chiamato The Dead Man Singing, dobbiamo iniziare a parlare del live del cantautore teramano (già con Amelie Tritesse e Delawater), partendo dal pomeriggio passato al Garbage Live Club di Pratola Peligna (Aq). A scaldare gli animi e i cuori del pubblico che sarà presente poi alla serata e appagare quell’innata brama di artistica bellezza, sarà il disegnatore Gianluca Di Bacco, autore di fumetti, diplomato all’Istituto d’Arte Gentile Mazara di Sulmona, studioso all’Accademia di Belle Arti di Bologna e grande appassionato dei racconti di Roald Dahl. Il suo obiettivo dichiarato, lo scopo della sua arte è di portare le persone a interagire con storie e racconti figurati e l’obiettivo sarà pienamente raggiunto, con tanta gente coinvolta, felice, appagata e ottimamente predisposta al live che seguirà.

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Opera di Gianluca Di Bacco

Le luci nella stanza sono ridotte ai minimi termini; alle spalle del cantautore, defilato sulla destra, c’è uno schermo sul quale saranno proiettati visual e le stesse immagini dell’i-phoneography artist Rino Rossi, rielaborate dal duo composto dall’eclettico Giustino Di Gregorio (al suo attivo un disco omonimo uscito nel 1999 per la Tzadik, etichetta di John Zorn, sperimentazioni sonore con Iver and the drIver e installazioni d’arte contemporanea con il duo Minus.log) e dal visionario architetto Pierluigi Filipponi (nonché chitarrista psichedelico con Orange Indie Crowd, Delawater e a Minor Place), saranno sparate con un proiettore addosso al musicista e quindi sulla parete nera alle sue spalle.

Work in preogress del collettivo minus.log

Work in preogress del collettivo minus.log

Chi non sa cosa aspettarsi dovrebbe aver capito che non sarà un concerto come gli altri. Le immagini iniziano a muoversi e, senza preavviso alcuno, Paolo Marini da voce alla sua chitarra e agli effetti elettronici che fuoriescono da un ipad e diverranno grandi protagonisti dello spettacolo. La sua musica è qualcosa di non semplice da definire, la voce assolutamente deliziosa tanto che saranno molti i paragoni che si divertiranno a fare coloro che avranno assistito, da quello con Roland Orzabal (Tears for Fears) a quello con Mark David Hollis (Talk Talk) fino a Dean Wareham (Galaxie 500) mentre io sto ancora scervellandomi cercando di ricordare invano a chi, quel timbro avvolgente, mi facesse pensare. L’idea musicale alla base è anch’essa di difficile definizione. L’Elettronica si gonfia di ridondanze glitch, suoni ai limiti del rumore, i pedali sono talvolta usati come un vero strumento per stuprare bonariamente le nostre orecchie in un infinito tripudio Noise. La prima cosa cui ho pensato, per i toni dimessi, mesti, incantevoli, eterei, è l’album Perils from the Sea del duo Mark Kozelek & Jimmy Lavalle (Album Leaf), anche per quella perfetta commistione tra Folk, Slowcore, Dream Pop, Downtempo, voce e liriche affascinanti ed Elettronica eppure, nel progetto The Dead Man Singing, c’è qualcosa di più, non tanto nelle capacità tecniche ed espressive, quanto nell’idea essenziale e nel suono che, come anticipato, supera certe atmosfere dimesse per sfociare in un’estetica più sperimentale ed estrema. Quello che di certo accomuna i due proponimenti è ciò che riescono a trasmettere, anche grazie alla voce; quel senso di pacata tristezza, di mortifera malinconia, d’introspettiva beatitudine. A dare ancor più enfasi allo spettacolo definito Live on the Moon, come già accennato, sono le immagini che si stagliano contro e alle spalle del musicista e quando queste sfoceranno, sul finire, in una luna enorme ad avvolgere il palco, sarà lo stesso Paolo Marini a spiegarci quello cui abbiamo assistito.

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Ogni mese, nel giorno in cui ne ricorre la morte, è caricato sul canale personale un brano dedicato a un artista scomparso. Un cantante, un musicista, un attore, un pittore, uno scrittore e via dicendo. Sarà scelto in conformità a quanto abbia inciso nella formazione dei suoi gusti e del modo di esprimersi attraverso la musica. Il primo è stato nel luglio del 2011 con Syd Barrett. L’idea è di comporre 365 video cartoline acustiche, una per ogni giorno dell’anno, registrando 365 canzoni in presa diretta, con attitudine BLP (buona la prima). In poco più di trenta anni questa fase del progetto dovrebbe essere completata.

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Ciò che abbiamo visto è The Dead Man Singing on the Moon, una trasposizione con l’aggiunta dell’elettronica live per far esibire dal vivo il morto che canta e le immagini contro servono a farlo sentire un po’ come un morto che canta sulla luna.

A spiegazione conclusa sarà più chiaro comprendermi quando affermavo che questo non è stato un semplice concerto e anche capire perché è inutile richiedere un bis, considerando anche l’assenza di pause tra i pezzi. Il Live on the Moon è qualcosa che va vissuto prima, seguendo il canale Youtube, durante, assistendo dal primo all’ultimo minuto del live e dopo, portandosi magari a casa la pen drive contenente la registrazione audio di un live di circa trentacinque minuti, la versione video del live, i testi delle canzoni, foto e una presentazione del progetto. Poi non resta che sperare che il prossimo artista morto cui sarà dedicata una canzone, non sia il vostro, ancora vivo, artista preferito.

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The Tallest Man on Earth

Written by Live Report

Sono passati quattro anni da quando Kristian Mattson passò dalla nostra Torino per un concerto che lo vedeva sul palco da solo, ad occupare uno spazio piccolo e pieno di gente (quello di Spazio 211), con le corde della sua acustica e quella voce un po’ nebulosa ma così affilata da rimanere per sempre conficcata nel tuo sterno. Oggi invece il Tallest Man on Earth sale sul palco di Hiroshima, con un biglietto che costa più di 20 euro e una band alle spalle. Diciamo che si capisce che qualcosa sia cambiato già prima che inizi a suonare. Ci sono cose che per fortuna non cambiano: la prima è la sala strapiena (e qui di persone ce ne stanno più di mille!), la seconda sono le sue incredibili canzoni. Dove chitarra e corde vocali si fondono in un amalgama unico, caldo e freddo, forte e piano. Cosa manca? Manca quella veracità e la spontaneità nel suono delle canzoni di Kristian, che vengono spesso snaturate da una band ineccepibile a livello sonoro ma che poco segue gli spazi e le tensioni del cantautore.
L’inizio di “Wind and Walls” è quasi spiazzante con la band al completo, ma la ruota inizia a girare meglio dal secondo brano “1904”, dove però è sempre Tallest Man a governare l’orchestra con il suo fingerpicking indemoniato. Il passaggio da solista a band porta il ragazzone svedese ad un diverso approccio verso il pubblico, più spavaldo, meno curioso e si presenta pure con un bel bicipite da palestrato. Più Rock Star insomma. E questo poco si addice alla poesia delle sue canzoni che dalle stelle, in cui meritano di stare, finiscono catapultate per strada. Dove non hanno la corazza adatta per sopravvivere. Lo show è più energico e meno etereo e perde la sua vera forza spirituale. Finisce per assomigliarne a tanti altri.
La situazione si solleva con i pezzi del nuovo disco (Dark Bird is Home, uscito nel Maggio 2015) e allora “Slow Dance” e “Fields of Our Home” trovano il loro perché anche con basso, steel guitar e batteria. Poi c’è il polistrumentista Mike Noyce, biondo e fragilino, che tra violino e chitarra elettrica è quello che pare meglio destreggiarsi tra le atmosfere folkeggianti. Bastano pochi pezzi e la band si rintana, il palco è tutto di Kristian che sfoggia un trittico che fa capire quanti pezzi incredibili abbia già scritto in soli quattro album. “Love Is All”, “I Won’t Be Found” e “The Gardener” lasciano la platea ammutolita, anche per il parco chitarre che sfoggia in solo venti minuti di concerto. I fantasmi di Dylan e Nick Drake aleggiano di nuovo nell’aria e la scioltezza del ragazzo denota maturità ma anche un po’ troppa spavalderia. Quando rientra la band per il singolo “Sagres” sembra quasi ringalluzzita e dimostra come l’ultima produzione calzi a pennello con questi arrangiamenti più Pop e più corali. Kristen chiede silenzio quando sale al piano per interpretare “Little Nowhere Town”, il suo stile è inconfondibile anche quando suona (quasi non curante) un altro strumento. Il talento non si discute e il concerto è musicalmente perfetto. Ma la band dietro è quasi tappezzeria, non osa mai nulla di fuori dal risultato tiepido e sicuro, lasciando i riflettori al solo e unico protagonista. Così “Seventeen”, una particolarmente gioiosa “King of Spain” e la finale “Dark Bird is Home” (duettata con l’ospite della serata The Tarantula WaltZ) chiudono un concerto insipido e che purtroppo non regala le emozioni attese, ma solo tanta forma.
C’è tempo ancora per due brani. In “The Dreamer” sembra che i sogni siano banalizzati e non mettano in luce lo straordinario potere di immaginazione che abbiamo alla nostra portata, mentre “Like a Weel”, eseguita anche questa solo chitarra e voce, vede i quattro della band in un angolino ad aspettare che il re della serata strappi gli applausi. Certi concerti non dovrebbero essere snaturati così. La bellezza della musica di Tallest Man on Earth stasera si è un po’ persa e la sua musica è diventata un contorno, lasciando la magia per quattro riflettori in più e una platea più grande.

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MUSICA E CINEMA: Che Film Ascoltiamo Stasera?

Written by Articoli

FermoImmagine, guarda il video di “Pugile”

Written by Senza categoria

Un impiegato come tanti immerso nelle frustrazioni quotidiana. Un capo ufficio scorretto e opprimente. E la boxe, sport che in diversi decenni, con le sue metafore di lotta, resistenza e sconfitta, ha alimentato l’immaginario di tanti songwriters (da Bob Dylan a Federico Fiumani). Sono queste le componenti principali del videoclip di “Pugile”, primo estratto dal nuovo lavoro dei FermoImmagine  disponibile su YouTube.
Il video è stato realizzato dal videomaker Nicolas Galeotti e anticipa l’uscita in totale autoproduzione del disco Frammenti prevista per il prossimo 20 novembre.

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Dead Bouquet

Written by Interviste

Far si che la tua fonte d’ispirazione non solo ammiri il tuo lavoro ma addirittura lo produca, significa che qualcosa di speciale è stata creata. Sarà con il romanticismo, seppur “tragico”, insito nel loro nome, che i Dead Bouquet con il loro album di debutto As Far As I Know sono riusciti a conquistare le orecchie di chi li ascolta. Ma lasciamo a loro la parola per raccontarci come è andata…

Ciao ragazzi, benvenuti su Rockambula. Un disco d’esordio As Far As I Know dove a metterci mano sono state persone non proprio comuni per tutti gli artisti. Svelate voi ai nostri lettori di chi stiamo parlando e quali sono state le vostre sensazioni per questa collaborazione?
Stiamo parlando di Paul Kimble e di Joe Gastwirt; il primo bassista e produttore dei Grant Lee Buffalo, grande rock band degli anni ’90, noto anche per aver lavorato con Michael Stipe, Radiohead e Andy Mackay nella colonna sonora del film Velvet Goldmine. Joe invece, rinomato mastering engineer, ha contribuito a centinaia di dischi d’oro e platino per artisti del calibro di Bob Dylan, Neil Young, Pearl Jam, Jerry Garcia e Paul McCartney. Due grandi professionisti ma soprattutto due favolosi esseri umani che hanno contribuito senza riserva al nostro album offrendo la loro sensibilità musicale.

Parlateci di come sono nati i Dead Bouquet e la scelta di questo nome.
Il nome Dead Bouquet l’abbiamo preso dal testo di Fuzzy, una canzone dei Grant Lee Buffalo ci piaceva la visione ottocentesca di un bouquet di fiori appassito. Suoniamo insieme dal 2012 e dopo i primi live e la sintonia che subito si è creata, abbiamo deciso di registrare chiamando Paul… lui ha accettato ed eccoci qua!

Quello che proponete è Rock, è psichedelia, è Folk, quali sono gli artisti da cui vi fate ispirare maggiormente, per esempio: durante la scrittura di questo album stavate ascoltando qualcosa in particolare?
I Grant Lee Buffalo sono un ascolto primario per forza di cose, altri artisti di riferimento sono Neil Young, David Bowie, The Waterboys, Thin White Rope e Gordon Lightfoot. La sera, dopo le registrazioni, capitava di trovarci al nostro pub di fiducia ad ascoltare con Paul dischi di Scott Walker, Gordon Lightfoot, The Blasters…

Avete mai pensato di aggiungere componenti al vostro trio?
Il nostro sound è già molto pieno così, ma in futuro chissà, non poniamo un limite a questo… magari un polistrumentista…

Siamo in procinto del nuovo anno, quali sono i buoni propositi e gli obiettivi per questo 2015?
Stiamo organizzando un piccolo tour europeo che toccherà Svizzera e Francia… sarebbe bello girare tutta l’Europa… nel frattempo stiamo lavorando ai nuovi brani, abbiamo molto materiale!

Vi ringrazio per la chiacchierata, lascio a voi i saluti e le ultime news da lasciare ai nostri lettori.
Potete seguirci su Facebook alla pagina www.facebook/deadbouquet.net dove vi terremo aggiornati sulle nostre news. Il 14 gennaio torneremo sul palco del Contestaccio di Roma, dopodiché saremo a Milano il 6 febbraio. Vi aspettiamo! Un saluto a Rockambula dai Dead Bouquet

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The Heart and the Void – A Softer Skin

Written by Recensioni

Secondo EP per il sardo Enrico Spanu, che in sei tracce di rarefatto Folk ci racconta l’amore nelle sue più diverse sfaccettature: L’amore come un errore in cui si ricade continuamente. Un amore passato ma mai realmente dimenticato. Un amore filiale. Un amore verso una persona che ormai non lo ricambia più. Un amore verso una persona che non si potrà mai avere. Un amore incondizionato per il quale si rinuncia a tutto. Il disco scorre tranquillo, sognante e semplice, fondato principalmente su chitarre in fingerpicking e una voce limpida, romantica, con liriche in inglese (in “This Thunder” sentiamo aggiungersi una leggera batteria, mentre cambiamo marcia in “Down to the Ground”: chitarra – elettrica – sporca, sonaglio e un suono d’organo in sottofondo). Non c’è molto altro da dire su A Softer Skin, un disco che fa della semplicità un motivo d’esistenza. Normalmente prodotti del genere mi stufano presto, immersi come siamo in un mondo saturato di cantastorie con la chitarra in braccio che fanno il verso ai songwriter anglosassoni, per la maggior parte delle volte anche in modo soddisfacente, per carità… ma alla fine ci si chiede perché ascoltarne cento diversi quando si può esaurire praticamente tutto il campionario con una rapida carrellata tra Bob Dylan e Damien Rice, passando da certe cose dei Decemberists? Ecco, questa volta faccio una piccola eccezione per The Heart and the Void, che anche senza uscire dai soliti binari, senza particolari guizzi o chissà che innovazioni, riesce a farci passare i suoi venti minuti con dolcezza. Se vi piace quel mondo lì, dategli una chance, non ve ne pentirete.

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The Heart and the Void – A Softer Skin

Written by Recensioni

Secondo EP per il sardo Enrico Spanu, che in sei tracce di rarefatto folk ci racconta l’amore nelle sue più diverse sfaccettature: L’amore come un errore in cui si ricade continuamente. Un amore passato ma mai realmente dimenticato. Un amore filiale. Un amore verso una persona che ormai non lo ricambia più. Un amore verso una persona che non si potrà mai avere. Un amore incondizionato per il quale si rinuncia a tutto. Il disco scorre tranquillo, sognante e semplice, fondato principalmente su chitarre in fingerpicking e una voce limpida, romantica, con liriche in inglese (in “This Thunder” sentiamo aggiungersi una leggera batteria, mentre cambiamo marcia in “Down to the Ground”: chitarra – elettrica – sporca, sonaglio e un suono d’organo in sottofondo). Non c’è molto altro da dire su A Softer Skin, un disco che fa della semplicità un motivo d’esistenza. Normalmente prodotti del genere mi stufano presto, immersi come siamo in un mondo saturato di cantastorie con la chitarra in braccio che fanno il verso ai songwriter anglosassoni, per la maggior parte delle volte anche in modo soddisfacente, per carità… ma alla fine ci si chiede perché ascoltarne cento diversi quando si può esaurire praticamente tutto il campionario con una rapida carrellata tra Bob Dylan e Damien Rice, passando da certe cose dei Decemberists? Ecco, questa volta faccio una piccola eccezione per The Heart and the Void, che anche senza uscire dai soliti binari, senza particolari guizzi o chissà che innovazioni, riesce a farci passare i suoi venti minuti con dolcezza. Se vi piace quel mondo lì, dategli una chance, non ve ne pentirete.

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As Far As I Know è il disco d’esordio dei Dead Bouquet

Written by Senza categoria

I Dead Bouquet annunciano la pubblicazione del loro disco d’esordio As Far As I Know. Il lavoro, prodotto da Paul Kimble (Grant Lee Buffalo), è uscito ufficialmente il 27 ottobre per la label Seahorse Recordings. Dopotutto, l’autunno è la stagione chiave per questa raccolta di canzoni. Oltre ad averlo registrato, missato ed esserne stato il produttore artistico, Paul Kimble è stato il formidabile session-man dell’album, colorando molti brani con la sue abilità di polistrumentista. Di grande rilievo è stata poi la collaborazione con Joe Gastwirt, noto mastering engineer che ha lavorato con mostri sacri come Bob Dylan, Jerry Garcia, Tom Petty oltre ad essere famoso per i suoi re-master di dischi storici di artisti come Jimi Hendrix, The Beach Boys e molti altri. Queste la parole della Rock band laziale a proposito di tali, prestigiosi contributi: “Sapere che il tuo disco è passato nella stessa consolle dove è passato Time’s Out of Mind di Dylan, oppure Fuzzy e Mighty Joe Moon dei Grant Lee Buffalo fa venire i brividi, specie se il proprietario della consolle è diventato un tuo ammiratore. Siamo grati di avere avuto la possibilità di lavorare con questi due grandi talenti di livello mondiale.” Il primo singolo-video estratto dall’album è “Nobody’s Sky”, che i Dead Bouquet descrivono come: “Una canzone dall”atmosfera onirica, che nessun altro tranne Paul Kimble avrebbe potuto esaltare in quel modo sul ritornello. E’ stata scelta come singolo proprio perché durante l’ascolto del pre-mix, esclamò all’improvviso, “the single!”. Siamo incredibilmente felici del lavoro svolto da Paul ed è quindi venuto naturale fidarci del suo istinto.”

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Rolling Stones 50X20

Written by Senza categoria

Dopo i libri fotografici dedicati a Bob Dylan, Freddie Mercury e Bruce Springsteen Magazzini Salani pubblica Rolling Stones 50×20, il libro che celebra i 50 anni di carriera della Rock band attraverso i ritratti di 20 tra i più noti fotografi musicali di sempre. Questa preziosa raccolta di oltre ottanta fotografie in bianco e nero e a colori testimonia la longevità e la fama a livello mondiale della band inglese composta dai celebri musicisti Mick Jagger (voce, armonica), Keith Richards (chitarre, voce), Ronnie Wood (chitarre, cori) e Charlie Watts (batteria, percussioni). In sequenza cronologica, le immagini sono accompagnate da un breve testo a firma di ciascun fotografo, che rivela retroscena inediti e ricordi personali legati a ogni scatto. Cinque decadi dopo, quella “pietra rotolante” è ancora in movimento. La storia formidabile degli Stones è il fulcro di questo libro. È la storia che le foto qui raccolte documentano nei suoi tratti salienti. I Rolling Stones non ci hanno lasciato solo il miglior Rock ‘n’ Roll che si possa ascoltare, ma ci hanno trasmesso anche molto a cui guardare attentamente.

Questo libro è un omaggio alla più grande rock ‘n’ roll band del mondo.

(Dall’introduzione di Chris Murray)

I Rolling Stones sono la quintessenza del Rock ‘n’ Roll. E del Rock ‘n’ Roll hanno abbracciato, sfidato, distorto – e in fin dei conti incarnato – ogni stereotipo possibile e immaginabile. Probabilmente avrebbero potuto farlo senza suonare neppure un accordo.  Ne è testimone questo libro che è sì silenzioso, ma tuttavia clamoroso, scatenato, chiassoso, esuberante, pericoloso: tutte qualità legate alla musica degli Stones e alla loro vita, ma decisamente appropriate al loro aspetto. Come la loro musica, lo stile dei Rolling Stones è audace ed elettrizzante. Guardarli è in fondo un po’ come ascoltarli.

(Dalla prefazione di Richard Harrington)

I 20 straordinari fotografi che hanno immortalato gli Stones sono: Fernando Aceves, Bob Bonis, Michael Cooper, Gus Coral, William Coupon, Barry Feinstein, David Fenton, Claude Gassian, Bob Gruen, Ross Halfin, Michael Joseph, Eddie Kramer, Chris Makos, Gered Mankowitz, Jan Olofsson, Michael Putland, Mark Seliger, Eric Swayne, Mark Weiss e Baron Wolman.

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Gian Luca Mondo: il 21 ottobre esce Petali

Written by Senza categoria

Cantautorato Alt-Blues. Sangue e polvere. Salvezza e sacrificio. Il terzo disco di Gian Luca Mondo è un rumoroso, ironico, visionario Golgota d’amore. Con dentro tutta l’assoluta debolezza e la deragliante bellezza dei petali. Sarà disponibile dal 21 ottobre Petali, il nuovo lavoro del cantautore piemontese ma genovese d’adozione Gian Luca Mondo. Il disco viene anticipato dal singolo “Il Dilemma del Porcospino” da oggi su YouTube e conclude la “trilogia fantasma” iniziata con Piume nel 2010 e fino ad oggi mai veramente portata a termine in quanto il secondo lavoro, Perle, è stato abbandonato da Gian Luca in fase di realizzazione. Petali esce per l’etichetta Controrecords di Davide Tosches e raduna dodici canzoni scritte in brevissimo tempo e tutte radicalmente devote al Blues, da Bob Dylan andando a ritroso sino a Blind Willie Johnson, Skip James, Robert Johnson e Hank Williams.

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Adolfo De Cecco – Metromoralità

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Se non fosse per l’anagrafe che lo lega fermamente alla terra abruzzese, sarebbe fin troppo facile scambiare Adolfo De Cecco per un cantautore uscito dai Folk Studios di Roma negli anni settanta.
Metromoralità è un disco che , prodotto artisticamente dal maestro Vince Tempera, noto ai più per essere stato l’autore o il coautore delle sigle di diversi cartoni animati degli anni settanta e ottanta (uno tra tutti Ufo Robot Goldrake) e da Guido Guglielminetti, da anni fido bassista di Francesco De Gregori, trasuda però influenze dal grande Bob Dylan e dai nostrani Claudio Lolli e Luigi Tenco. La title track ha tuttavia il sapore della protesta degli anni sessanta sostenuta da versi polemici quali “L’Italia è il paese della memoria di una generazione che non farà storia” contrapponendosi nettamente a “Tempo Tecnico” in cui si citano Beatles, Rolling Stones, Iphone, Facebook, Kerouac e Hemingway. Del resto essere al passo coi tempi musicalmente oggi significa anche raggiungere le generazioni moderne con testi semplici ed essenziali ma mai banali quali delle due canzoni appena citate. In “Chiara che Pensi?” c’è tutto l’amore di un cantautore che appare già abbastanza maturo con il suo secondo disco ufficiale. I versi di “Metromoralità” che mi hanno colpito maggiormente sono “Touchscreen il mondo è uno schermo che se lo sfiori lo muovi ma se non ci finisci dentro oggi magari non vivi”; ritratto perfetto di una società informatica che ci ha fagocitato nel giro di appena un ventennio? Non so sinceramente se le intenzioni di Adolfo De Cecco fossero quelle da me percepite, ma sarei pronto a giurare che sia così…

“Il Tempo dell’Amore” è invece una ballad che non avrebbe sfigurato se uscita dalla penna di Neil Young o di Jackson Browne (di certo di tutte e dieci le tracce dell’album è quella che si discosta di più dallo stile italico). “L’amore Paziente” e “Canzone Semplice” ci rimembrano il già citato Francesco De Gregori mentre “Come si Coltivano i Fiori” ci fa ritornare nel giro di pochi secondi alla scuola americana. Poco meno di dieci minuti e sole due tracce, “Dietro le Nuvole” e “A Cena da Soli”, ci separano dalla fine di questo disco, che ha saputo con la sua semplicità ed eleganza stupire in ogni singola nota. Merito anche delle prestigiose presenze? (Vince Tempera, Guido Guglielminetti, Elio Rivagli, Alessandro Arianti per citare i più importanti). Io credo che forse questi grandi nomi avranno certamente avuto il loro peso nella qualità di quanto ascoltato, ma di certo Adolfo De Cecco ci ha messo tanto talento, passione ed entusiasmo.

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Nasby & Crosh – Quiet Before The Storm

Written by Recensioni

E poi ti capita di clickare sul link giusto. Pervieni così al progetto di Luca Bittì Cirio. Nasby & Crosh l’ha battezzato e l’EP d’esordio prende il titolo direttamente dalla letteratura leopardiana: Quiet Before the Storm. Buona la prima. Ma cosa conterrà mai questo lavoro? Tanto per cominciare la copertina dell’Extended Play la dice lunga. Un uomo con una chitarra ed una donna distratta che guarda il marciapiedi avanzano l’uno verso l’altra, lasciandoci lì su un “che cosa accadrà?”. La chitarra tappezzata di adesivi riassume in sé la lunghissima strada percorsa dall’uomo e la voglia di farne ancora tanta. La saracinesca ancora chiusa ed il tracciato bagnato lasciano intendere che la casualità è sempre pronta a sorprenderci: quante vuoi che siano le probablità di incontrar qualcuno passeggiando in un’ora morta di una giornata piovosa? Ma non voglio essere il critico d’arte di turno. Mi limito a questo: la copertina funziona e mi invita ad ascoltare il disco, il che vuol dire che l’Art Director ha saputo giocare la sua partita nel miglior dei modi. Il disco si suddivide in quattro capitoli, probabilmente peccaminosi di eccessiva disomogeneità. Strutturato interamente in lingua inglese, mi fa sovvenire un attimo di critica al riguardo, secondo la quale gli artisti italiani dovrebbero esibirsi in madrelingua. Il motivo c’è, ovviamente, ed ha residenza nel fatto che la nostra è una delle lingue maggiormente espressive e complete esistenti al mondo. Utilizzare lingue commerciali, quali ad esempio l’inglese, riduce incredibilmente la poeticità dell’opera. Un esempio al riguardo ce l’han fornito anni fa gli Afterhours, che hanno adottato un sapiente passaggio da lingua inglese a lingua italiana, conquistando la vetta nel giro di pochissimo tempo. Tuttavia sono perplesso, forse Luca ha fatto la scelta giusta, visto il genere. Ma ad ogni modo padroneggia bene la lingua straniera ed io riesco a leggerla piuttosto agevolmente. Non c’è muro che tenga, forse ha ragione lui.

Il capitolo primo si intitola “Gotta Write a Good Song” e sfoggia un più che corretto slang americano. Il testo è senza dubbio una trovata geniale! Ho bisogno di amarti, perché ho bisogno di scrivere una buona canzone, è questa la verità della traccia. Riassume in sé una critica sottilissima alla musica contemporanea nonché un barlume di pura verità. La traccia si sviluppa in un Folk dallo strumentale ben pensato. Ogni strumento interviene dicendo la sua e il dibattito si fa dei più interessanti. Vaghe vene alla America, mescolate con un sound tutto dell’Italia dei giorni nostri, riescono facilmente percepibili. L’incalzante ritmo che fa muovere la testa su  e giù è prettamente Arizona e il pezzo funziona alla grande. Non ho una Cadillac Eldorado Convertible del 68 per correre nel deserto, quindi passo al capitolo due, senza nulla da aggiungere. Il secondo capitolo apre con uno strumentale ottimamente articolato, al punto che sembra quasi essere un Tango ampliato ed esteso ad un pubblico ben più attento alle sonorità. La cosa brutta è che dura appena dieci secondi; poi viene spezzato dalla voce. A parer mio è un’intro meritevole almeno di un paio di giri in più. È ben articolata, ottimamente sincronizzata e soprattutto piace! Perché spezzarla così presto? Non voglio muover critica al buon Luca, che la voce sa bene come utilizzarla, ma mi è sembrato un film troncato all’improvviso in due episodi. E ci sono rimasto male! L’ascolto prosegue e il pezzo non mi colpisce particolarmente. Troppi stacchi a parer mio ed il cantato spezza troppo l’armonia. “Time Travelling” sa il fatto suo, ma dovrebbe puntare ad un maggior grado di omogeneità al suo interno, poco ma sicuro. Non un pezzo da buttare, indubbiamente, ma da rivalutare opportunamente.

Capitolo terzo: “Have You Ever”. Bob Dylan prende il sopravvento e lascia salire a galla tutto il suo talento! Strano che ‘sto pezzo non lo conosca, però. Quasi quasi mi ci soffermo un po’ di più. Cori ed arpeggi contornano l’opera per tutta la sua durata, donando la canzone un’armonia incredibile al punto da renderla una di quelle che si adattano ad ogni circostanza. È un falò di fine serata, una notte romantica o un momento disperato, la traccia tiene bene compagnia. Il ritornello, poi, fa prospettare un’apertura con avanzo di scala che putroppo non arriva, ma che si è fatta ben desiderare. Tutto sommato la traccia parla molto bene di sé e sa di essere il pezzo di maggior spessore dell’EP, seppur fortemente minacciata dalla traccia numero uno. Non mi smuovo, va benissimo così com’è. Skippo e vado avanti. L’epilogo dell’opera mi porge un biglietto da visita molto macchiato di boyband e la cosa mi rattrista, visti gli esordi Country Folk ed i buoni propositi. È un peccato che questa “Angry Eyes” abbia una così spiccata tendenza all’Emo dei Secondhand Serenade, non che io disprezzi il genere o la band, ma, a parer mio, l’organicità è un fatto da non trascurare. La traccia sa molto di evoluzione dei ben noti Augustana, ma sorvolando su tal dettaglio, scorre bene e mi piace. Anche lei è frutto di settimane di lavoro (o forse mesi!), peccato non trovi posto in un disco di tutt’altro spessore e genere.

Dura troppo poco questo EP! Mi sarebbe piaciuto ascoltare qualche altra interessante proposta. Non capita tutti i giorni di aver fra le mani lavori così ben pensati. Ma ahimé è giunta ora di tirare le conclusioni. Un dato immediatamente percebile con l’ascolto è l’impegno estremo che c’è dietro questo lavoro. La musica è talmente ben amalgamata che in ogni traccia si realizza una fusione di strumenti che nel più dei casi non la si vede neppure col binocolo. La voce del buon Luca è senz’altro funzionale al fine e sa essere incisiva al momento giusto e dolce quando occorre. Non mi sovvengono critiche motivate a sufficienza alle singole tracce, se non alla numero due, come già accennato. La critica sincera che mi sovviene va diretta all’omogeneità dell’intero EP, praticamente assente. Ora non so se questo sia dovuto ad una scelta della produzione, volta a mostrare le più svariate vene del progetto, o se sia dovuto alla selezione dei migliori brani. Sta di fatto che son pignolo e tengo a certi dettagli, al punto da penalizzare tantissimo l’opera per tal motivo. Chissà che il disco completo non riservi maggiore omogeneità proprio grazie alla mia provocazione…

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