THE TALLEST MAN ON EARTH

Written by Live Report

Certo le dimensioni questa sera sembrano esageratamente ristrette. Lo sono in primo luogo per la folla che intasa un piccolo e facilmente intasabile “Spazio” 211(storico locale di Torino).
E poi lo sono soprattutto perché un cantautore dal nome così imponente, in realtà non lo è affatto dato che supererà a mala pena il metro e settanta. E, per sbeffeggiare ancora di più il suo nome, si abbassa spesso con la sua acustica, forse per vederci meglio in faccia, per raggiungere il nostro panorama o forse più semplicemente per farci vedere il suo di panorama. Il giovane Kristian Mattson, vede lontano, o meglio vede distorto: i suoi orizzonti confondono Svezia con madre America. La madre del cantautorato più viscerale e rupestre.
La serata inizia verso le 22 con un sold out inaspettato e sul palco salgono Dan Haywood’s New Hawk che risultano tutto sommato piacevoli ma poco incisivi, una bella lavata di acqua fresca in preparazione del viaggio.

Alle 23 dopo un po’ di attesa arriva l’ometto del Nord, con canotta addosso. A sottolineare che il freddo lui lo conosce bene e non è sicuramente questa tiepida serata di Ottobre a Torino. Kristian è pronto a farci vedere come il suo tenue calore di fiammifero può convivere in un immenso prato innevato, dando quel piccolo sollievo, come un illusione che calma i brividi e le paure. L’opener è affidata all’emblematica “To just grow away”: pietre preziose e fiumi in piena (“with a rain to help a river, but a river is so hard to please, but I’ve grown to see the diamond thrown in just for me”).
Il folk prende una nuova dimensione, senza snaturare la dura vena melodica, la campagna, le radici dei “padri fondatori”. Onde dinamiche che ci portano in alto, per capire la prospettiva di Kristian, e poi ci riaccompagnano comodamente giù. Così la giostra sale piano e raggiunge subito uno dei punti più alti con “Love is all”, passionale e poetica in parole e fingerpicking: chitarra e voce sono un unica entità, occupano lo stesso spazio nelle nostre orecchie, graffiano e accarezzano. Non importa se ad accompagnare la splendida voce sia la Gretch o una acustica, le pungenti corde vocali e quelle sintetiche viaggiano sempre a braccetto, come due pazzi e giovani innamorati.
Il ricordo del terremoto svedese di “1904” porta in casa nostra una piccola ventata di rivoluzione. Arriva fresca e pungente e strappa un sorriso inopportuno.
“The Gardener” ci conduce verso ritmi più sostenuti, il fiammifero forse non basta. E allora battiamo leggermente il piede, senza fare troppo rumore, senza lasciare i muscoli lavorare troppo che ci pensa già la mente a farci viaggiare. Ora i fantasmi di Dylan (che è ancora vivo ma già da un po’ gioca con il suo fantasma) e di Johnny Cash sono più presenti che mai dietro lo scarno stage del club. Volteggiano come avvoltoi affamati, intenti a catturare applausi ancora meritati. E poi leggermente in disparte, più per il suo timido carattere che per questioni stilistiche, c’è il fantasma di Nick Drake: osserva e si emoziona davanti alle pennate del Tallest Man.

L’attenzione si mantiene viva per tutta la scaletta grazie ad una buona presenza scenica del ragazzo, oltre all’impeccabile interpretazione di brani anche meno conosciuti ma che stregano ugualmente il pubblico torinese. E allora si passa dalla stradaiola “Like a wheel” all’indemoniato fingerpicking di “Where do my bluebird fly”, salita a metà tra dolce paradiso e inferno di ghiaccio.
Nel finale la frequenza dell’altalena aumenta con “The wild hunt” e qui Dylan smette di volteggiare sopra l’alta testa di Kristian, ma scende e per abbracciarlo in un surreale duetto. E nel brano forse solo io in tutta la terra sento la somiglianza con la “Redemption Song” di Bob Marley. Il potere di Tallest Man è così strabiliante da unire radici così lontane, rimandi a culture e panorami così diversi eppure ristretti questa sera in questo spazio. Dall’alto dopotutto ogni distanza pare minuscola.
Persino la cover di “Graceland” stinge li spazi, come per conservare quel briciolo di calore cinetico di ruote che viaggiano. Poco importa se non scorrono più nella “highway across Mississipi river” ma montano le catene per combattere il ghiaccio dei più modesti sentieri svedesi.
Kristian ci lascia infine con una versione al piano della sua “The Dreamer”, la luce e la natura combattono il tiranno divenire e la disillusione (“nothing good out there won’t be old”). Tutto si ferma per un attimo, e poi si disperde nuovamente come la folla prima che entrare nello “Spazio”.
La giostra finisce non c’è un’altra corsa e tutto riprende la sua dimensione. Non ci resta che ringraziare il Tallest Man per averci regalato il suo panorama, alto o basso che sia.

Last modified: 15 Ottobre 2012

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