Sinceri e vulnerabili – Intervista ai King Hannah [ITA/ENG]

Written by Interviste

Le parole di Hannah Merrick e Craig Whittle a poche settimane dall’uscita del loro primo album.

I King Hannah sonO nati a Liverpool, tra una tavola da apparecchiare ed un’altra, nel locale dove sia Hannah Merrick che Craig Whittle si trovarono a lavorare insieme. Oppure son nati molto prima, ai tempi dell’Università, quando Craig rimase incantato dalla voce profonda di quella ragazza gallese che si esibiva nei vari showcase. E quindi l’incontro, il connubio artistico, la musica.

Prima un valido EP e gli apprezzamenti di Sharon Van Etten; poi una meravigliosa cover di State Trooper di Springsteen e adesso finalmente il primo atteso album, intitolato I’m not Sorry, I Was Just Being Me, che uscirà il prossimo 25 Febbraio via City Slang Records. Un po’ Mazzy Star, un po’ PJ Harvey. Testi minimalisti ma che trasudano nuda verità e compongono un dipinto estremamente onesto ed orgogliosamente sincero, come dice il titolo. E poi il sound d’oltreoceano, la grande passione di Craig, che si sente tutta in una chitarra al sapor di Kurt Vile.

Abbiamo fatte qualche domanda a questi due ragazzi per scoprire più di loro ed immergerci nel disco con ancora più curiosità.

[ ITA ]
Cominciamo con il vostro incontro artistico. Siete stati più come uno specchio, riflettendovi l’un l’altro, o come una calamita, ovvero due caratteri opposti che si attraggono?

Sicuramente uno specchio. Abbiamo gusti musicali molto simili e vogliamo le stesse cose, ecco perché funziona così tanto. Anche nelle cose su cui non siamo d’accordo, riusciamo comunque a consultare le opinioni di ognuno di noi.

In che modo City Slang vi ha scoperti e come è avvenuta la firma con loro?

Non siamo del tutto sicuri! Abbiamo autoprodotto Crème Brûlée nel 2019 e il pezzo è stato recensito su alcuni blog piccoli ma ottimi; in qualche modo è finito nel radar di City Slang. Quando si sono messi in contatto e volevano ascoltare altra musica non ne avevamo nessuna di cui eravamo abbastanza sicuri. Così abbiamo iniziato a scrivere l’EP (Tell Me Your Mind and I’ll Tell You Mine, ndr), con l’obiettivo di firmare il contratto con loro. Sono stati pazienti e incoraggianti durante tutto questo e sono la migliore label di sempre. Ci sentiamo molto orgogliosi e fortunati di far parte della loro famiglia.

Sia l’EP che l’album evidenziano un aspetto: una delicata umana vulnerabilità. Pensate che mostrare vulnerabilità senza autocommiserazione sia definitivamente il modo per essere onesti e sinceri?

Siamo decisamente attratti dalla vulnerabilità nell’arte e nella vita. Non è l’unico modo per essere onesti e sinceri, ma è il modo che ci viene naturale. È così caro vedere musicisti, artisti e persone che si aprono e mettono tutto sul tavolo; si tratta di qualcosa di molto vulnerabile. Pensiamo che se vuoi che la tua musica e la tua scrittura siano personali e che la gente le senta come autentiche e oneste, devi essere disposto a mostrare una certa vulnerabilità.

Domanda specifica per Hannah. Leggendo i testi, sono pieni di riferimenti al tuo passato. Quanto sei ancora la bambina che viveva in Galles e quanto sei cambiata?

Domanda difficile. Sono orgogliosa della mia famiglia e orgogliosa di essere gallese; sono incredibilmente grata ai miei genitori e ai miei nonni per aver cresciuto me e le mie sorelle così umilmente. Sarò sempre queste cose. Ho un nipotino di quattro anni che adoro e lo guardo correre negli stessi campi dove io e le mie sorelle correvamo da bambine e questo tocca proprio il mio cuore. Sono un pasticcio sentimentale, non è cambiato molto!

Craig, tu invece hai detto più volte di essere un fan di Bruce Springsteen. In che modo il Boss influenza non la tua musica ma piuttosto il tuo approccio nel realizzarla? Insomma, il tuo essere un artista?

Penso che la longevità di Springsteen nell’industria musicale e la pura gioia che prova nel fare musica e suonare dal vivo siano per me grandi ispirazioni. Mi piace anche il modo in cui, specialmente all’inizio della sua carriera, sembrava far sempre la musica che voleva. Con l’album Darkness On The Edge Of Town che ha seguito Born to Run, e successivamente con Nebraska dopo The River, non ha lasciato che l’enorme successo dei dischi cambiasse mai il suo approccio.

Alla fine dello scorso anno siete tornati ad esibirvi dal vivo in tour nel Regno Unito e suonando al fantastico Le Guess Who. Come vi fa sentire il contatto umano con le persone, con la folla, dopo il periodo di isolamento che tutti abbiamo vissuto?

Il contatto fisico umano è ancora un po’ strano dopo essere stati a distanza per così tanto tempo, ma andare lì fuori e suonare davanti a centinaia di persone è una sensazione speciale. Ci sentiamo molto fortunati ad avere l’opportunità di suonare in queste meravigliose città e in questi luoghi. La gente al Le Guess Who era incredibile, così rispettosa, attenta e incoraggiante, si sentiva proprio che tutti erano lì per la musica.

Sono previste due date italiane nel vostro primo tour europeo. Purtroppo qui gli organizzatori e le venues stanno ancora incontrando grosse difficoltà e un gran numero di concerti continua a essere rinviato. Quanto è importante l’esistenza dei piccoli locali per la crescita di band come la vostra?

I piccoli locali sono i migliori! Senza quelli non ci sarebbe la possibilità, per band e musicisti, di farsi le ossa e imparare a essere performer. E, in una piccola venue, c’è un livello di intimità che è difficile da replicare in posti più grandi. Negli ultimi anni tanti locali a Liverpool sono stati costretti a chiudere o sono stati demoliti per costruire appartamenti; questo è terribile e tanto dannoso per gli artisti più giovani e per la cultura della città.

***

Fine. Sembrano proprio due amici fragili, Hannah e Craig, e sprizzano umanità nelle parole e nei suoni. Fanno rumore, rumore buono, con semplicità.

Come accennato, loro due, insieme ai ragazzi che li accompagnano nelle esibizioni dal vivo, saranno in Italia nella prossima primavera, al netto di eventuali spiacevoli rinvii. Le date programmate: al Circolo Arci Bellezza di Milano il 12 Aprile, e poi il giorno successivo a Genova, La Clacque (La Tosse Theatre).

Per un consistente assaggio del nuovo album, invece, sono già usciti tre singoli.

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[ ENG ]
Let’s start with your artistic encounter. Have you been more like a mirror, reflecting one another; or like a magnet, two opposite characters that attract each other?

Definitely a mirror. We have very similar tastes in music and want the same things, that’s why this works so much. Even the things we disagree on we can still see the other person’s side.

How did City Slang discover you and how did the sign come about?

We’re not entirely sure! We self-released Crème Brûlée in 2019 and it got reviewed on some super small, but brilliant blogs, and somehow ended up on the radar of City Slang. When they got in touch and wanted to hear more music we didn’t have any we felt confident enough to share, so we started writing and making the EP, with the aim for City Slang to eventually sign us. They were so patient and so encouraging throughout it all and are the best label ever, we feel very proud and fortunate to be a part of their family.

Both the EP and the album highlight an aspect: a delicate human vulnerability. Do you think that showing vulnerability without self-pity is definitely a way to be honest and truthful? Is this close to the title and the meaning of the entire album?

We are definitely drawn to vulnerability in art and in life. It’s not the only way to be honest and truthful but it is the way that comes naturally to us, and it’s so endearing to see musicians and artists and people open themselves up and lay it all on the table, which is a very vulnerable thing to do. We think if you want your music and writing to be personal and for people to feel it as authentic and honest you have to be willing to show a certain amount of vulnerability.

For Hannah. Reading the lyrics, they are full of references to your past. How much are you still the little girl who lived in Wales and how much have you changed?

It’s a tricky one, this. I’m proud of my family and I’m proud to be Welsh, and I’m incredibly grateful to my parents and grandparents for raising my Sisters and I so humbly. I’ll always be these things. I have a four year old Nephew who I adore and I watch him run around the same fields my Sisters and I ran around when we were children and that pulls at my heartstrings. I’m a sentimental mess, nothing much has changed!

For Craig. You said several times that you are a Springsteen fan. How does the Boss influence not your music but your approach in making it? In short, your being an artist?

I think that Springsteen’s longevity in the music industry and the sheer joy he gets out of making music and playing live are massive inspirations to me. I also love how, especially earlier in his career, he always seemed to make whatever music he wanted. Following the album Born To Run with Darkness On The Edge Of Town and then later following The River with Nebraska, he never let the massive success of these albums change his approach to music.

At the end of the last year you came back to perform live touring the UK and playing at the beautiful Le Guess Who. How does human contact with people, with the crowd, make you feel after the period of isolation that we have all experienced?

Physical human contact is still a little strange after so long having to stay apart, but getting out there and playing to hundreds of people is such a special feeling. We feel very fortunate to have the opportunity to play in these wonderful cities and venues. The crowd at Le Guess Who were incredible, so respectful and attentive and encouraging, you could feel that everyone there was there for the music.

Two dates of your first European tour are planned in Italy. Unfortunately here the organizers and the venues are still experiencing big difficulties and a large number of gigs continue to be postponed. How important is the existence of small venues for the growth of bands like yours?

Small venues are the best! Without them there wouldn’t be anywhere for bands and musicians to cut their teeth and learn how to be performers. And there’s a level of intimacy that you get going to a small venue that is hard to replicate in bigger rooms. Over the past few years so many venues in Liverpool have been forced to close or knocked down to build flats, it’s awful and so damaging to younger artists and the culture of the city.

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Last modified: 4 Aprile 2022

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