guandu, l’idea di un Brasile tanto slowcore quanto colorato

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Il nuovo album del trio di San Paolo è multiforme, colorato e sensoriale proprio come un romanzo di Jorge Amado.
[17.09.2026 | autoprodotto | slowcore, psychedelic rock, lo-fi]

“Il facchino si toglie il berretto e ringrazia, il tassì parte, il tassista vuole che gli dicano ‘Dove?’, e questa domanda, così semplice, così naturale, così adeguata alla circostanza e al luogo, coglie alla sprovvista il viaggiatore, come se l’aver comprato il biglietto a Rio de Janeiro fosse stata e potesse continuare a essere la risposta a tutte le domande. L’altra, e peggiore, sarebbe ‘Perché?’.”
José Saramago, L’anno della morte di Ricardo Reis

Negli anni della mia adolescenza conoscevo il Brasile per lo più per motivi calcistici e carnevaleschi, come del resto qualunque mio coetaneo di sesso maschile. Solo dai vent’anni in poi ho iniziato a percepirlo sotto un’altra luce, quella di una nostalgia perenne (la classica saudade) che sibila come un fiume carsico facendo da contraltare alla patina coinvolgente e colorata oltre la quale noi europei spesso e volentieri non riusciamo – e probabilmente neanche vogliamo – andare.

Ecco, l’immagine di Ricardo Reis, uno dei tanti eteronimi di Fernando Pessoa, che al culmine del proprio spaesamento arriva a Rio e non riesce neanche a rispondere all’unica domanda che un tassista di qualunque città del mondo possa rivolgere mi è sempre sembrata particolarmente calzante circa la mia idea attuale di Brasile (che è inevitabilmente fallace e fin troppo romanticizzata, esattamente come lo era quella del me adolescente).

Dopo questa tediosa premessa, è inevitabile che per il me ascoltatore associare al Brasile sonorità slowcore, soffuse, dimesse e squisitamente lo-fi sia fin troppo facile, quasi un cliché, e anche per questo i guandu ci hanno messo davvero poco a ritagliarsi un posticino nel mio cuore musicofilo.

guandu © Isadora de Lara Vianna
Musica variopinta.

La prima volta in cui mi sono imbattuto nella band di San Paolo è stata a giugno 2025. NO-FI, il debutto di questo misconosciuto gruppo, aveva stuzzicato non poco la mia fantasia di amante assoluto delle sonorità slowcore e dell’estetica lo-fi, ed ero talmente curioso ed eccitato che buttai giù anche due righe in merito.

A poco più di un anno di distanza, il trio brasiliano torna con Turvo: un album colorato proprio come la copertina con cui si presenta, denso, multiforme e dall’animo profondamente analogico, perfetto per accompagnare questo ambiguo periodo dell’anno in cui l’autunno incombe ma l’estate sembra ancora non voler cedere il passo. 

Ascoltare il nuovo lavoro del trio paulista equivale un po’ ad addentrarsi nel selvaggio e affascinante sertão, termine che ho imparato a conoscere principalmente grazie alle opere di Jorge Amado: non sai mai cosa aspettarti, e proprio per questo andare avanti è l’unica cosa da fare.

Se dovessi scegliere un pezzo da far ascoltare attraverso il quale fotografare l’album, probabilmente opterei per la doppietta 6–6 (parte 2): un brano diviso in due ma che in realtà, preso nella sua interezza, è perfetto per entrare nelle pieghe del suono cangiante e variopinto del trio, costituito com’è da una prima parte dinamica e dalle sonorità vagamente post-punk e da una coda liquida e sospesa che ricorda i momenti più introspettivi dei Duster.

guandu © Isadora de Lara Vianna
Solo apparentemente dimessi.

Proprio lo slowcore misto a space rock e dalle tinte lo-fi che la band di Stratosphere ha contribuito enormemente a codificare si conferma come uno dei maggiori tratti distintivi del suono del trio brasiliano. Brani come a, véspera, j sono decisamente esplicativi in tal senso, pura saudade sonora fatta di ritmi compassati, suoni ovattati e atmosfere dimesse. Ascoltarli chiudendo gli occhi è un’esperienza davvero sensoriale a dir poco intrigante, provare per credere.

In Turvo c’è però spazio anche per momenti più energici e muscolari, forieri di sonorità psichedeliche avvolgenti e decise che riportano alla mente quelle dei connazionali Oruã, band di Rio che scoprii anni fa in virtù del suo legame con Doug Martsch dei Built to Spill e che da allora è divenuta per me una sorta di feticcio, per quanto. Non a caso, episodi come séculos e 5 sono lo specchio perfetto dell’anima psych racchiusa nel suono dei guandu.

Raccogliendo per strada le velleità art rock di menos um dia (che vede la partecipazione di Marina Mole, altra artista brasiliana da tenere assolutamente d’occhio e il cui album di debutto è uscito proprio pochi giorni fa) e le fascinazioni vagamente alt-country di cowboy, l’album arriva finalmente a svelare tutta la sua anima caleidoscopica. Un disco che, ad un ascolto distratto, può forse suonare tutto uguale, ma che è tutt’altro che così. Turvo è il microcosmo colorato, mutevole e sensoriale di una band che fa dell’essere apparentemente dimessa il suo punto di forza, tanto da arrivare a restituire una vitalità a tratti sorprendente.

Un filo invisibile.

A proposito di Jorge Amado, l’immagine della Teresa Batista eroica protagonista di uno dei suoi romanzi più fortunati che ascolta i guandu in attonito silenzio si è irrimediabilmente stampata nella mia mente. Magari sono io che cerco connessioni inesistenti, o forse c’è davvero un filo invisibile che collega il sertão alle nostre vite. Dopotutto, c’è soltanto un oceano a separarci.

“Statua di pietra, Teresa immobile ha gli occhi asciutti; e il sole gira nel grigio del cielo, crepuscolo di livide tristezze, notte vuota di stelle, la luna sottile inutile per sempre, per sempre.”
Jorge Amado, Teresa Batista stanca di guerra

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Last modified: 20 Settembre 2026