Urgenza e promesse nel primo LP dei Westside Cowboy

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La musica americana è passata per Manchester e ne è venuto fuori un power pop in “catene di carta”.
[21.08.2026 | Island Records | slacker rock, power pop]

Quando It Goes On dei Westside Cowboy comincia capisci subito che sei davanti a un disco che crescerà secondo dopo secondo. È un ottimo modo per presentarsi. Anche perché, quando una band al debutto ha addosso una quantità di hype come nel caso dei ragazzi di Manchester, la prima cosa che viene da chiedersi è: cosa resterà una volta ascoltato davvero il disco?

Il quartetto arriva a questo album dopo un percorso velocissimo, due EP e una quantità di hype cresciuto in maniera quasi sproporzionata rispetto alla giovane età della band. Prima This Better Be Something Great, poi So Much Country ’Til We Get There, quindi la vittoria al Glastonbury Emerging Talent Competition nel 2025 e un’escalation che li ha portati rapidamente dalla scena di Manchester a palchi sempre più importanti. Il tutto portandosi dietro quella definizione di “Britainicana” che fa un po’ schifo, a dire il vero, ma funziona abbastanza bene per non dover spiegare ogni volta perché una band inglese con chitarre indie, folk e una certa passione per il country non debba necessariamente suonare come la copia di qualcuno dall’altra parte dell’Atlantico.

Il country presente nel disco non ha l’invadenza che ti aspetteresti da un album dichiaratamente influenzato dall’americana e lascia invece tutto lo spazio necessario alla musica per non perdere la sua natura profondamente brit. I Westside Cowboy prendono questi elementi della musica d’oltreoceano e li fanno passare attraverso una sensibilità completamente inglese trasformando il genere così come i Wilco hanno trasformato l’americana in qualcosa di molto più complesso. Basta una chitarra che prende una certa strada, una melodia che sembra arrivare da qualche posto molto più lontano e poi improvvisamente si ritrova in mezzo a Manchester e si arriva a Dobro, uno dei momenti in cui il meccanismo si vede meglio.

Westside Cowboy © Clementine Schneidermann
Non solo Britainicana.

Il disco, però, dà il meglio di sé quando sembra sul punto di perdere il controllo. È un qualcosa che, per certi versi, può ricordare lo stile dei Replacements. Paper Chains funziona proprio per questo, Well Done Kid, You Did It ha quella sana urgenza di chi ha ancora tanto da dimostrare e Pin Up Boys tira fuori una rabbia che nelle parti più tranquille tende invece a rimanere sotto pelle. Sono canzoni che, soprattutto dal vivo, possono facilmente diventare delle bestie. La dimensione live della band si sente anche nella produzione di Loren Humphrey, volutamente poco interessata a smussare ogni spigolo. Batteria, chitarre e voci si pestano i piedi, si sovrappongono, ogni tanto sembrano quasi contendersi lo stesso spazio. Si sente ancora il gruppo, non soltanto il prodotto finale.

Suonare bene, del resto, non significa necessariamente suonare perfettini e qui il post-punk insegna. Anche le voci condivise tra i componenti sono fondamentali per impedire al disco di diventare l’ennesimo album indie con il cantante a fare il figo davanti agli altri a fare il lavoro sporco. Qui invece la sensazione è quella di una band che suona davvero insieme. E quando la voce di Aoife Anson-O’Connell prende il centro della scena cambia non soltanto il timbro, ma il punto di vista emotivo del pezzo.

Worried Age è forse il brano che meglio racconta il lato meno muscolare del disco. C’è quella sensazione molto contemporanea di essere giovani senza avere più l’incoscienza che dovrebbe accompagnare la giovinezza ma anche quella difficoltà molto più intima di riuscire a dire davvero ciò che si prova. Raccontare da giovani lo schifo di essere adulti è un tema ricorrente nel mondo indie, ma qui la cosa viene narrata senza trasformarla in un manifesto generazionale ed è più una preoccupazione che passa naturalmente attraverso le canzoni.

Leggerezza, memoria e melodia.

Big Wheels, invece, è uno di quei pezzi che rischiano di sembrare troppo semplici ma che proprio per la loro leggerezza quasi da filastrocca rock finiscono per funzionare quando rivelano quella malinconia che impedisce al brano di diventare soltanto simpatico nel rispetto della tradizione britannica alla The La’s. E i Westside Cowboy (non si incazzino per questo) mi piacciono di più quando suonano simpatici che non profondi. Anche perché dietro quella apparente semplicità c’è un modo piuttosto intelligente di mettere insieme leggerezza, memoria della musica americana e un certo gusto britannico per la melodia.

Coyote è uno dei momenti in cui si capisce che questa band non vuole vivere esclusivamente di accelerazioni, chitarre tirate e cori da festival. La voce di Aoife porta il pezzo su un terreno più intimo, mentre le altre le costruiscono intorno una dimensione quasi corale. Patchwork regge bene con il suo arrangiamento arioso, mentre Take My Leaving As I Love You è il punto più debole dell’album. Troppo lenta quando non vorresti lentezza, troppo spoglia e soprattutto troppo ripetitiva. È una canzone che avrebbe avuto bisogno di cambiare direzione, di prendersi un rischio, di fare qualsiasi cosa per uscire da quella malinconia che negli altri episodi viene trasformata in energia e qui invece rimane lì, pesante. È anche il punto in cui si vede meglio il limite attuale della scrittura della band che quando toglie velocità, non sempre sa cosa metterci al suo posto.

Un’umanità che fa bene.

It Goes On non è ancora il disco definitivo che l’hype intorno alla band sembrava pretendere. Non è il disco da farti dire: “Bravo ragazzo, ce l’hai fatta!”. È un debutto. Un debutto molto buono, a tratti ottimo ma pur sempre un debutto fatto di urgenza, promesse ed errori. Non sembra un disco costruito per rispondere alle aspettative. Anzi, in alcuni momenti sembra quasi volerle prendere a calci nel culo. Le canzoni non hanno tutte la stessa forma, la produzione conserva una certa ruvidità e il gruppo non sembra terrorizzato dall’idea di lasciare spazio alle critiche. Persino la chiusura con You Could Have Died There on the Dancefloor evita il grande finale epico da manuale.

È un album che parla di tempo, cambiamenti, ansia, crescita e di quella strana sensazione per cui tutti continuano a dirti che stai vivendo gli anni migliori della tua vita proprio mentre tu stai cercando disperatamente di capire cosa cazzo stai facendo della tua vita. E forse il titolo, It Goes On, è più intelligente di quanto sembri proprio perché non promette nessuna soluzione. Dentro questo disco c’è ancora qualcosa che i Westside Cowboy non hanno completamente sistemato e tutto sommato non è necessariamente un male perché proprio nei suoi difetti trasuda un’umanità che fa molto bene all’ascolto.

Per tornare al discorso hype, non so dire se sia completamente giustificato. So però che dopo trentacinque minuti non ho avuto la sensazione di aver ascoltato un’altra delle tante giovani guitar band inglesi messe davanti al pubblico perché qualcuno ha deciso che adesso tocca a loro. Ho avuto piuttosto la sensazione di una band che deve ancora capire fino in fondo quanto può spingersi oltre le proprie intuizioni migliori. Se nei prossimi dischi riusciranno a rendere i momenti lenti incisivi quanto quelli in cui accelerano, allora il discorso potrebbe diventare davvero interessante. Per ora mi tengo strette Kick Stones, Pin Up Boys, Coyote e Dobro. Il resto può aspettare. Tanto, appunto, “it goes on”.

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Last modified: 28 Settembre 2026