Canarie – Immaginari, Pt. 1

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Scandagliare l’universo delle relazioni sentimentali in otto tracce di languido psych pop.
[ 16.04.2021 | Porto Records | cantautorato, psych pop, alt folk ]

Ricordo bene quando alcuni anni fa Paola e Andrea mi parlarono del progetto Canarie, quando era ancora in cantiere, e forse all’epoca era solo un’idea senza nome. Dopo le esperienze in lingua inglese, la necessità era quella di esprimersi in lingua madre, di conservare il bagaglio musicale esterofilo costruito in dieci anni di attività – con gli Honeybird & the Birdies lei, come Persian Pelican lui, col moniker Vincent Butter insieme – mettendosi in gioco nell’affrontare la scrittura di testi in italiano.

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A parlare come si mangia, si sa, ci si sente sempre un po’ più nudi. Fare a meno dell’inglese vuol dire non solo confrontarsi con una lingua dalla musicalità diversa, ma probabilmente anche rinunciare a una sorta di filtro e sentirsi in dovere di dedicare una cura maggiore al messaggio che si confeziona, che risulterà inevitabilmente più diretto.

Considerazioni mie, queste, che forse all’epoca ho condiviso con loro o forse no. Fatto sta che l’esordio targato Canarie è arrivato due anni fa, e gli undici brani di Tristi Tropici hanno posto le basi di un cantautorato che ritroviamo oggi perfezionato e impreziosito di dettagli: l’accuratezza acquisita nel confezionare strofe è palese nelle otto canzoni di Immaginari, Pt.1, che alla fine dell’ascolto ti lascia con la voglia di scoprire al più presto anche le parole che arriveranno in autunno, quando uscirà il secondo dei due album che compongono il sophomore del duo.

Coppia sul palco e nella vita, li ritrae danzanti e simbiotici la copertina firmata da Gianluigi Toccafondo (gli avvezzi alla musica e meno alle arti figurative lo ricorderanno all’opera con gli artwork e i visual dei C’mon Tigre). Il contenuto è degno del prezioso contenitore: canzoni intime e confortanti, intrise di retromania nostrana e protese verso le tendenze dell’alt folk internazionale.

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I singoli che hanno anticipato l’album (Universo e Brodo) avevano già rivelato le materie prime: italo disco e prog pop, la malinconia vestita a festa di cantautori come Enzo Carella, brevi evasioni dalla forma canzone, uno sguardo inusuale su un tema pur largamente esplorato in musica – l’amore.

I citazionismi che aprono una ballad slabbrata come Topexan mettono insieme Baglioni e Mac DeMarco: chamber pop che fa da sfondo alle paturnie di adolescenti “affezionati all’ansia di dover cambiare” (valeva la pena citare testualmente, anche perché oggettivamente la patologia si riscontra nei più fino in tarda età).

Il mood nostalgico perdura estremizzato in Estate Italiana, tra ritmi asincroni e chitarre che si afflosciano come provenienti da un mangianastri con le pile scariche – escamotage collaudatissimo nel pop ipnagogico, che spedisce immediatamente indietro di trent’anni quelli che come me stanno scivolando verso i 40.

Ritmi sghembi comparivano anche in Sleeping Beauty, ultimo lavoro a firma Persian Pelican (vedi i synth che si rincorrono singhiozzanti sul finire di Valentine), ma qui l’amore per certo songwriting italico, spensierato e insieme pregno, dona nuova forma alle intuizioni del passato.

Ciclopi esordisce sorniona su strutture sonore ordinarie ma un tutt’a un tratto si converte in un crescendo strumentale di ispirazione power pop. La morbidezza di Avvoltoi conclude questo primo lotto di brani, col refrain cantato all’unisono su un fondale tintinnante.

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In Immaginari, Pt. 1 Paola e Andrea indagano l’universo delle relazioni sentimentali con piglio ironico e mai banale, in scenari esotici di languido psych pop da attraversare senza fretta, perché quello che conta è godersi il percorso e di tanto in tanto fermarsi, per danzare, per abbracciarsi.

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Last modified: 20 Aprile 2021