Il quarto lavoro in studio della band dell’Illinois è segnato dal tempo che passa e da un suono più stratificato e oscuro, dimostrazione di una sopraggiunta maturità artistica e personale.
[01.05.2026 | Polyvinyl | post-rock, Midwest emo, indie rock]
Seduto al tavolino del bar di paese, ho di fronte due bicchieri di birra ormai vuoti e il mio amico d’infanzia, che ho incontrato per caso poche ore fa durante una delle mie sporadiche apparizioni nel luogo dove sono cresciuto. Abbiamo frequentato tutte le scuole insieme, dalle elementari fino al diploma. Poi la vita ci ha separati, ma a tenerci legati è sempre stata la musica. Quando ci sentiamo su WhatsApp è quasi sempre per scambiarci album e band semi sconosciute, per condividere pareri su questo o quell’altro disco appena uscito.
Parliamo per un’ora abbondante delle nostre vite, dei nostri lavori e del fatto che entrambi ci siamo iscritti in palestra perché su di noi incombono i quarant’anni. Il mio amico poi si alza per pagare le birre, torna con un sorrisetto e mi chiede se mi ricordo di quella ragazza di cui lui era innamorato perso verso i sedici, diciassette anni.
“Ti ricordi quel CD che le avevo regalato? Avevo fatto una selezione molto accurata ma lei non aveva apprezzato”, dice ridendo. “Sì, dico io, quel CD deprimente con quella musica così triste. Ci avevi messo i Dinosaur Jr., gli Smiths e gli American Football“, aggiungo guardando un punto imprecisato del locale. “Ah, che bello era quell’album degli American Football…”, fa eco lui. Io annuisco, poi usciamo dal locale e ci salutiamo, per me è tempo di tornare a casa in città.

Lutto e dolore.
Sono sulla statale che scivola giù dalle montagne tra boschi di conifere e immensi campi di meli. Sono pensieroso, ancora fermo a quel tuffo nei ricordi dell’adolescenza trascorsa con il mio amico. Un misto di nostalgia e disgusto, per quanto mi divertivo ma al contempo per quanto fossi sfigato e pessimo nei rapporti con i miei coetanei. “Fortuna che ho sempre avuto lui al mio fianco”, penso. Accendo la musica, e totalmente a caso mi appare sulla home del servizio streaming la copertina del nuovo album degli American Football. “Ma guarda te!”, dico con un sorriso. Premo play.
Il quarto disco della band dei fratelli Kinsella si apre con Man Overboard, pezzo costruito attorno a un intricato e disorientante pattern di batteria. Mike Kinsella introduce da subito uno dei temi chiave dell’album, la rassegnazione e l’isolamento dovuti al pensiero del tempo che scorre inesorabile. “If I ever set sail / Promise you won’t pray for me / God never taught me how to swim / Just how to sink“.
La successiva No Feeling tocca altri temi chiave del disco, il lutto e il dolore. Qui c’è anche la partecipazione di Brendan Yates dei Turnstile, a cantare “No pain / No one to blame“. Parole che evidenziano quella sensazione di vuoto dopo una dolorosa perdita, visione quasi nichilistica e atea della morte.
Il fardello dell’età adulta.
Gli American Football sono decisamente cresciuti da quando cantavano nostalgici la fine dell’estate. Da quel loro primo folgorante album sono passati ventisette anni, la loro musica e i loro testi sono inevitabilmente cambiati, così com’è cambiata la loro visione del mondo e della vita. Non c’è più quell’innocenza post-adolescenziale, non c’è più quella casa illuminata di verde. Ora c’è il fardello della vita da cinquantenni, e il cielo rosso sangue.
Il quarto album della band dell’Illinois è più crudo, più duro, anche più ambizioso. L’emo degli esordi aleggia ancora, ma oggi ci sono composizioni quasi post-rock a prendere il sopravvento. Arrangiamenti più cupi e articolati, suoni che, anche se delicati, sentono il peso del tempo che passa e diventano quindi meno spensierati e più complessi.
Con Bad Moons, Kinsella e soci toccano il momento più struggente dell’album. Tra i delicati arpeggi delle chitarre della prima parte e il muro shoegaze della parte finale, Kinsella si mostra nudo come mai prima d’ora, con una onesta e tormentata confessione di come abbia passato la vita a nascondersi da se stesso e dalle persone che lo amavano. “I lost my way in the dark / Precious time / My moral line / I lost everything in the dark“.
La fine di un’era.
Mentre guido verso casa sono affascinato dalla profondità di questo album, e ripenso ancora all’incontro con il mio amico di poco prima, come se stessi osservando noi due dall’alto, seduti a quel tavolino. Ormai quarantenni, ormai quasi calvi, con tutte le ansie e le incombenze di uomini adulti che sono stati adolescenti e che rimpiangono ma si vergognano anche un po’ di com’erano all’epoca. Non ascoltavo qualcosa di nuovo degli American Football da anni, e sentire questo disco mi emoziona. Decisamente più ombroso e triste, ma ancora con quell’anima che da sempre mi ha affascinato, che da sempre la band ha portato avanti nonostante i tanti anni di silenzio.
LP4 è un album adulto, stratificato, complesso, intenso. Un disco che disorienta e fa riflettere, ambizioso e generoso. I fratelli Kinsella, insieme al chitarrista Nate Holmes e al batterista Steve Lamos, hanno saputo raccontare la mezza età così come nel 1999 raccontavano la fine dell’adolescenza: in modo sincero e senza peli sulla lingua, malinconici e realistici come allora. Ci sono ancora il vibrafono, la tromba, il Wurlitzer e il piano. Ma tutto è immerso in un post-rock denso e notturno.
L’album si chiude con la solenne No Soul to Save, che ancora una volta delinea la sensazione di fine, di chiusura di un periodo della vita e dell’inevitabile inizio di una nuova fase, che spaventa e destabilizza. L’età adulta arriva per tutti, anche se non si vorrebbe mai affrontarla. Un’età adulta che si è stratificata nel tempo, prendendo un peso specifico che ci fa piegare la schiena. Un fardello che è difficile da sorreggere.

Tra oscurità e speranza.
Arrivo a casa e, ancora nell’abitacolo dell’auto, prendo il telefono e scrivo al mio amico. “Bella chiacchierata oggi!”, gli scrivo. “Bello ritornare ai ricordi dei vecchi tempi, quando ascoltavamo gli American Football e tu non facevi altro che pensare a quella ragazza a cui dedicasti The Summer Ends”. Premo invio, poi scrivo ancora: “Sai che gli American Football hanno pubblicato un nuovo album? L’ho appena ascoltato, mi ha colpito molto. E sembra proprio parlare a noi, che siamo ormai dei disillusi quarantenni (emoji della faccina che si copre la faccia con le mani).
Dopotutto gli American Football sono ancora qui, più intensi ed emozionanti, forse addirittura più afflitti ma anche consapevoli della loro incredibile bravura. Un album personale e oscuro, drastico ma in fondo anche speranzoso. Vero, la vita scorre veloce, ma perché rimpiangere il passato e preoccuparsi del futuro? Pensiamo al presente, e godiamocelo finché possiamo. Alla fine la nostra personale estate non è ancora finita: “let’s just see what happens when the summer ends.”
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Last modified: 3 Giugno 2026




