Abitudine ed equilibrio interiore secondo Courtney Barnett

Written by Recensioni

Con partecipazioni del calibro di Flea e Waxahatchee, Creature of Habit racconta il peso dei turbamenti nella ricerca della stabilità emotiva.
[ 27.03.2026 | Mom + Pop Music / Fiction Records | guitar pop, slacker rock, dolewave ]

Un ritorno tanto grande quanto atteso, quello di Courtney Barnett, col suo quarto disco in studio uscito a fine marzo. Creature of Habit vede la collaborazione di molti artisti speciali tra i propri riferimenti, a cominciare dal basso di Flea in One Thing At A Time, seguendo con Floating Points in apporto di synth sulla traccia Same, per poi finire con il featuring in Site Unseen della indie rocker Waxahatchee. Senza dimenticare scrittura e co-produzione nuovamente supportate dalla fidata amica batterista Stella Mozgawa (Warpaint), già presente in Lotta Sea Lice, il disco di duetti di Barnett con Kurt Vile, ed in Things Take Time, Take Time.

Frutto delle transizioni vissute dopo la sofferta chiusura dell’etichetta indipendente Milk! Records che aveva fondato nel 2012, e del definitivo trasferimento della Barnett da Melbourne a Los Angeles, il disco esplora la fatica ad assestarsi di una ‘creature of habit’ lungo il percorso verso l’equilibrio interiore.

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Protagonista assoluta della nuova copertina non a caso è una mantide religiosa, simbolo in molte culture antiche di protezione e saggezza. Courtney racconta di averne vista una davanti alla porta di casa di un amico nel deserto leggendario di Joshua Tree (vedi sopra), quando è iniziato il periodo di scrittura del disco. Dopo qualche ricerca, ha scelto di leggere nell’episodio un buon augurio per le cose future, e di scrivere “Oh praying mantis on my door / looking for meaning or just any sign at all” nel pezzo che poi intitolerà per l’appunto Mantis.

Le sue canzoni guitar pop mantengono l’accento sghembo di chi si è trovato ad affrontare più di un momento basso come nel suo caso, tanto più che l’animo dell’artista forse non è rintracciabile nelle cose o nei fatti ma piuttosto nel loro suono. Su quel fondo di chitarre e armonie dolci edifica un nuovo mondo lirico prima che musicale, deviato e sperduto nel riproporsi continuo delle delusioni, ma sempre compiuto in quanto a immediatezza e sincerità.

La cantautrice compone infatti in maniera sempre più asciutta e l’esecuzione è tanto perfetta per naturalezza e semplicità che soggioga anche l’ascoltatore più ritroso quando si accorge che siamo distanti dall’urgenza espressiva degli esordi: Courtney scherza un po’ meno e fa più i conti con sé stessa. La scrittura diventa il luogo della comprensione. Senza mai abbandonare di fatti l’impronta malinconica e pensosa, l’album contiene tanti momenti di raccoglimento muti che hanno trovato l’espressione dopo un lungo sedimentare.

Stay In Your Lane in apertura rappresenta forse il momento più trepidante del disco nella sua ironia grottesca, per quanto pieno di ripensamenti in “This never would’ve happened if I stayed in my lane, stayed the same way”, cui segue invece Wonder, dove l’autrice rallenta il passo, sognando un confronto di qualità migliore con il suo interlocutore, nel futuro, una volta libera dalla stretta dell’overthinking.

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La leggerezza degli accordi nel featuring con Waxahatchee, Site Unseen, unitamente all’incrocio delle loro voci, mitiga il senso palpabile di disagio della Barnett, che prova a tenersi salda nelle scelte fatte nella vita ma non la spunta, appresso ai pensieri negativi generati dal dubbio perenne e dall’indecisione. Davanti e dietro alla macchina da presa del videoclip dedicato alla canzone ci sono le sorelle Giraffe – duo artistico multidisciplinare attivo nella produzione di corti nonché nell’antica arte del mimo – il cui linguaggio onirico e surrealista – divertente l’omaggio alle scarpette rosse di Dorothy ne “Il Mago di Oz” (1939) – si lega felicemente con il sotteso sardonico della scrittura di Courtney Barrett.

Il mondo che ci viene illustrato è allegro ed invitante ma non privo di simboli insidiosi, un luogo di false apparenze che increspa la patina di spensieratezza che viene rappresentata. L’idea alla base di Site Unseen però svela anche la soluzione al problema, svolta fondativa del disco stesso della Barnett: e cioè procedere in avanti sempre e comunque come cura definitiva alla paralisi delle insicurezze, accettando l’ignoto e la doppiezza eventuale presenti nella realtà.

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A scorrere, una nota di merito per il pezzo Mostly Patient, che manifesta un’insolita autoriferita indulgenza nel proprio impianto tanto minimalista quanto appropriato, almeno nelle considerazioni di chi potrebbe trovarsi nel bisogno di una carezza:

Sometimes impatient, but mostly patient
I see you waiting for things to change
Outside, it’s raining, precipitating
I know you’re aching for brighter days

Un sentimento ripreso anche in chiusura dell’album con Another Beautiful Day ed in Sugar Plum; come anche in One Thing At A Time, in cui l’artista – favolosa in tailleur! – rivendica con grinta il bisogno di tornare a respirare aria nuova, servendosi di una melodia catchy e ricca di gradazioni, specialmente nello splendido assolo in coda.

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Alla Courtney Barnett di oggi non manca nulla, certamente non lo spirito, non l’ironia, non l’abilità tecnica: è un’artista completa con un mondo interiore fermentante ed espansivo. Come per molti di noi, tante cose non sono ancora definitive per la Barnett e va benissimo così.
Nel frattempo, si riconferma tra le musiciste più iconiche del ricco panorama alternative rock australiano e non solo.

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Last modified: 24 Aprile 2026